Questo blog è dedicato alla professoressa di letteratura italiana e latina, Loredana Rossi Molinaro, donna di grandissima cultura ed infinita umanità.

22/07/18

In ricordo di Giovannino

"Certo che è una bella carognata!"
"Don Camillo!" - ammonì severamente la voce del Cristo - "Ti pare questo il linguaggio da tenere dentro la casa del Signore?"
"Scusate Gesù" - bofonchiò il prelato a testa bassa - "Ma lo sapete, le ingiustizie proprio non le posso sopportare!".
Don Camillo iniziò a passeggiare nervosamente su e giù tra i banchi della chiesa. Le mani dietro la schiena con i pugni uniti lo rendevano ancora più grosso di quanto madre natura lo avesse fatto.
"Avanti Camillo, sfogati, altrimenti tra un po' esplodi" - disse la voce del Cristo, impietosito dall'agitazione del prelato.
"Che giorno è oggi, Signore?" - sbottò don Camillo che sudava come carpentiere a ferragosto.
"Ho creato il tempo e vuoi che non sappia che giorno è oggi?" - rispose il Cristo.
"Scusate Signore, intendevo dire oggi è il 22 luglio 2018." aggiunse don Camillo che ormai sembrava una vaporiera.
"Una bella giornata estiva, che mio Padre ha avuto la bontà di mandare a tutti i tuoi concittadini." proseguì il Cristo.
"Gesù qui non è questione di estate o inverno." - muggì don Camillo - "Cinquant'anni fa moriva Giovannino Guareschi!".
"Lo so, don Camillo." - rispose il Cristo con un velo di tristezza - "Ricordo bene quella giornata, da allora non ho più parlato, né a te né a nessun altro".
"E ti sembra giusto che nessuno si sia ricordato di lui?" - esplose don Camillo - "Non dico una cerimonia ufficiale, con la fanfara e i discorsi di quelli della città, ma almeno un trafiletto su un giornale. In fondo è stato internato nei lager nazisti mente tanti altri aderivano alla repubblica di Salò. Almeno quello potevano scriverlo".
"Sic transit gloria mundi." - rispose il Cristo - Gli uomini dimenticano gli altri uomini. Ma restano le loro opere, le testimonianze e gli scritti."
"Ma almeno una candela, Signore!" - rispose don Camillo mentre crollava seduto sull'ultimo banco, semi nascosto dalla colonna portante della chiesa. 
"Chi può dirlo, don Camillo. Chi può dirlo." - sussurrò il Cristo per non farsi sentire. Perché in quel mentre si aprì la porta della chiesa ed entrò un figuro intabarrato fino al collo e con un gran cappello a falde larghe che copriva il suo volto, nonostante la canicola estiva.
Si tolse il cappello, si fece il segno della croce e si avvicinò furtivamente all'altare. Nascondeva qualcosa di grosso dentro il cappotto, si capiva dalla goffaggine dei movimenti. Arrivato ai primi banchi della chiesa, improvvisamente svoltò sulla sua destra, abbozzando un inchino al crocifisso, e si diresse nella piccola navata dove c'era la statua della Madonna.
Finalmente estrasse dal cappotto l'oggetto che teneva gelosamente custodito. Era a forma di cilindro ed era grande all'incirca quanto un bazooka. Tirò fuori dalla tasca un accendino, fece scoccare la scintilla ed accese lo stoppino che era in cima.
Don Camillo, che pure aveva fatto la guerra e conosceva bene le armi si guardò bene dall'intervenire, anzi, si nascose ancor di più dietro la colonna della chiesa.
L'omaccione, rimase qualche istante in silenzio e poi iniziò ad articolare delle frasi di senso compiuto davanti alla statua della Madonna.
"Signora, lo sapete, io non ho potuto studiare e non sono molto bravo a fare discorsi. Però voglio che Lei si ricordi di quel porco reazionario di Giovannino Guareschi!".
Don Camillo iniziò di nuovo a sudare come un eschimese nel deserto, ma non si mosse di un millimetro.
"Sì era un reazionario." - continuò l'omaccione - "Ma era un brav'uomo. Uno che aveva una parola sola e non se la rimangiava.". 
"Mi raccomando Signora." - proseguì l'energumeno - "non una parola con suo figlio di questa chiacchierata, altrimenti quello spiffera tutto a Don Camillo. Siamo intesi, eh? Riverisco!"
L'uomo se ne andò in tutta fretta dalla chiesa e, mentre usciva, si premurò di non farsi vedere da nessuno.
"Hai visto Don Camillo?" - esordì il Cristo - "Qualcuno si è ricordato del tuo Giovannino. E guarda che candela ha acceso davanti a mia Madre! E' alta più di un metro!".
"Signore!" - rispose Don Camillo con un groppo in gola - "Che valore possono avere le parole di un senza Dio come Peppone?"
Ma si vedeva lontano mille chilometri che era felice e che, una volta tanto, avrebbe voluto abbracciare il sindaco del suo paese.
Strane storie accadevano nella Bassa, dove anche un crocifisso ed una statua della Madonna sorridevano ad un sacerdote con le mani grandi come due badili e le lacrime agli occhi dalla felicità.

16/07/18

Lettera del 16 luglio 2018

Caro Andrea,
sarai andato a dormire, mio piccolo eroe. Ed io non ti ho dato la buona notte. Chissà se sei già nel mondo dei sogni o le paure ti impediscono di prender sonno. Ed io sono qui, a casa mia, che mi arrovello e soffro perché non sono lì con te, a raccontarti tante cose, quelle storie che capiamo solo tu ed io.
Mi manchi tanto, fratello mio, anche già dopo cinque minuti che ti ho lasciato. Sei con mamma e papà ma io non mi sento a posto con la coscienza, sto male al pensiero di saperti sempre solo, in compagnia dei pensieri che ti addolorano così tanto.
Ti ho visto triste, ieri sera sul balcone, mentre guardavi le persone che popolano la vita notturna del nostro paese. Avrei preferito piuttosto vederti urlare e saltare. E invece no, guardavi serio serio il mondo circostante senza dire nemmeno una parola. Se qualcuno mi avesse accoltellato avrei provato meno dolore.
Quella tristezza non riesco a togliermela dal cuore. Devo trovare il modo di starti ancora più vicino, anche se non so se questa sia la cosa più giusta da fare per la tua autonomia, per me e per la mia vita coniugale.
In realtà non so più nemmeno io cosa fare, ma starti vicino mi da l'idea di fare la cosa giusta. Poi mi piace tanto parlare con te, cercando il più possibile di trattarti da persona adulta, anche se gli argomenti sono pochi, sempre gli stessi e spesso tutt'altro che allegri.
E mi dai tanta forza e tanta sicurezza. Sì hai capito bene, con te accanto il futuro non mi fa paura e sento di riuscire a fare cose che da solo non sarei in grado di fare.
Vedi Andrea quanto mi sei di aiuto? Ma non solo a me, anche a mamma e a papà: sei tu il vero bastone della loro vecchiaia non io, bravo solo a scappare ed a fuggire.
Ecco perché sei il mio eroe, perché, nonostante le difficoltà che devi superare, non hai mai smesso di essere il bene più prezioso della famiglia, l'animo più nobile e sensibile.
Come vorrei che ti guardassi così come ti vedono i miei occhi, come vorrei che ti stimassi e ti volessi bene come io ti stimo e ti voglio bene. Proveresti una grande soddisfazione verso te stesso, ti sentiresti importante, perché lo sei, tesoro mio.
Non guardare più il mondo con gli occhi tristi, angelo mio, perché di uomini dal cuore grande  e dall'animo sensibile come il tuo non ce ne sono molti. Anzi, come te non c'è nessuno e non solo sulla terra.
Caro Andrea, spero che adesso tu sia riuscito ad addormentarti: buona notte tesoro mio e ricordati sempre che, se anche non sono fisicamente con te, tu sei sempre il mio primo pensiero. E che sono tanto fiero di te.

15/07/18

Lettera del 15 luglio 2018

Caro Andrea,
siamo entrambi a metà del guado. Non possiamo tornare indietro, rincorrere una impossibile ed eterna fanciullezza spensierata, perché il tempo non può invertire la rotta.
Non possiamo rimanere nel mezzo, fragili ed esposti alle rapide del fiume, perché il tempo non si può fermare.
Non abbiamo alternative, possiamo andare solo avanti, stringerci forte per allontanare le nostre paure e le nostre insicurezze.
Non conosco la direzione, se sarà una strada agevole o tortuosa, se approderemo in un isola felice o annasperemo disperati tra i flutti.
So solamente che ho bisogno di te per andare avanti, di un Andrea che viva nel presente, pur con tutti i tuoi limiti ed i tuoi silenzi.
Tu sarai il mio cuore ed io l'esperienza che ancora non hai. Potremo almeno provarci, sai.
Anche io, come te, ho tanta paura. Non so più cosa fare, dove guardare, in che modo reagire. Tu puoi capirmi, Andrea caro, queste ansie le sperimenti ogni giorno, nella camera oscura della tua psiche.
Siamo così simili, fratello mio: il destino si è divertito a separarci di pochi centimetri, ma tra noi ha fatto passare il confine più atroce che possa esistere, quello che separa il mondo dei cosiddetti sani da quello dei malati psichici.
Io posso abbracciarti, stare seduto accanto a te, prenderti per mano. Eppure c'è sempre quel maledetto filo spinato che graffia il mio cuore e lo fa sanguinare.
Sapessi quante volte ho provato a sgretolare questo muro di confine: in certi momenti mi è parso di riuscirci ed invece le macerie mi sono sempre cadute addosso, seppellendo la mia felicità ed il mio entusiasmo.
Spesso, quando usciamo di casa, ti prendo per mano, tra gli sguardi attoniti di chi ci sta attorno, un misto di pietà e commiserazione. Non lo faccio per sfiducia nei tuoi confronti ma solo per farti sentire che quel maledetto confine non esiste. Se io posso prenderti per mano è evidente che io e te apparteniamo allo stesso universo, alla stessa realtà, che il cielo che ci guarda indifferente è lo stesso sia per me che per te.
Non pretendo né mi illudo che un giorno tu riuscirai ad infrangere le spietate leggi della malattia mentale.
Ma io sì, io posso fingermi pazzo, o magari diventarlo davvero, per poter attraversare il confine e mettermi seduto accanto a te. Così finalmente smetterai di guardare a me come il fratello bravo, studioso e maturo. E vedrai solo un uomo che ti vuole un bene sconfinato e che, di tanto in tanto, cercherà di strapparti un sorriso.

08/07/18

Il dipendente pubblico (mancato).

Mio nonno paterno era un dipendente pubblico. Come mio nonno materno e del resto anche mio padre. E' evidente che nel mio DNA, nel mio carattere ci sia una predisposizione a lavorare nel settore pubblico.
In effetti io lavoro per vivere e non il viceversa, non ho mai avuto ambizioni di potere e ho sempre pensato che la carriera sarebbe arrivata come premio per gli anni di onesto lavoro compiuto con serietà e dedizione.
Sarei stato insomma un buon dipendente pubblico, come prima di me mio padre ed i miei nonni. Di quei dipendenti pubblici che lavorano anche per gli altri cinquanta che timbrano il cartellino e se ne vanno, prendendo tuttavia il loro stesso stipendio.
Ma non me ne sarebbe importato nulla: io ci tengo a prendere sonno la sera ed a non sputarmi in faccia quando faccio la barba alla mattina.
Ed invece sono andato a finire nel settore privato. Una cosa da non credere. Un errore di gioventù, consigli sbagliati o scarsa conoscenza di me stesso?
Forse sono vere tutte e tre le cose, chi lo sa. Ma in verità, appena finiti gli studi universitari, mi sentivo un semi dio. Avevo superato certi esami nella facoltà in cui mi sono laureato talmente astrusi, senza testo di riferimento e con professori al limite della patologia psicopatica che ritenevo avrei potuto affrontare qualunque cosa nella vita senza il minimo imbarazzo.
In realtà mi sbagliavo: l'università è solo l'antipasto della vita, avevo soltanto digerito e con difficoltà, leggerissimi aperitivi analcolici.
Ho voluto giocare in un campo che non era mio. Per un po' è andata bene ma poi si è rivelato incolmabile lo scollamento tra quello che sono veramente e quello che pretendevano che io diventassi.
Avrei potuto fare marcia indietro quando ancora ero in tempo, ma allora ero giovane, forzuto e, soprattutto testardo.
Adesso sono in balia degli eventi, delle riforme pensionistiche, del susseguirsi dei governi, dei direttori dell'INPS e della congiuntura economica internazionale.
In poche parole navigo a vista ed in acque non propriamente salubri e chiare.

Lettera del 8 luglio 2018

Caro Andrea,
vederti così, addormentato sul divano alle 10 di sera, stordito dagli psicofarmaci che non hanno mezze misure, mi fa stare male. Non era quello che volevo, Andrea mio, non volevo renderti un'ameba, impedirti di essere te stesso. Non volevo disfarmi dei tuoi problemi seppellendoti di gocce. Perdonami tanto, tesoro mio: cercherò di trovare un dosaggio migliore, ammesso che esista. Perché gli esseri umani cambiano ogni istante e non esiste una formula matematica che possa dosare la felicità.
Mi sento un verme, fratello mio, per averti ridotto così, e se dovesse continuare questa situazione di sonnolenza serale abbasseremo drasticamente quelle gocce maledette: preferisco vederti agitato ed ansioso che in questo stato semi vegetativo.
Ti guardavo, sai, mentre dormivi seduto sul divano, mano nella mano di papà, addormentato anche lui. In questi ultimi venti anni ho imparato ad accettare la tua malattia e a non scambiarla per un capriccio caratteriale. Tuttavia non riesco a farmene ancora una ragione, né credo ci riuscirò mai.
Sei un ragazzo, anzi, un uomo di bello aspetto, gentile ed educato. A quest'ora avresti dovuto essere con tua moglie ed i tuoi figli, magari insieme con i tuoi amici, a trascorrere un sabato bello, sereno e rilassante. Invece niente di tutto questo, hai avuto una vita di segregazione, di paure e di ansie, senza nessun amico con cui poterti confidare, senza un vero amore che avesse potuto riscaldarti il cuore.
Io sono solo tuo fratello, ho cercato di darti tutto l'affetto di cui dispongo, in questi ultimi anni ho cercato di rubare i minuti alla vita pur di starti accanto e farti un po' di compagnia. Ma non posso surrogare quello che la vita ti ha impedito di avere.
Un fratello è pur sempre un fratello, un rompiscatole che viene alla solita ora, con cui parlare delle solite cose. Un amico è tutta un'altra faccenda: ti viene a cercare quando meno te lo aspetti, ci vai a mangiare una pizza, ci litighi e poi ci fai pace. Non parliamo poi di un'amore, di una moglie e dei figli: quante gioie avesti potuto avere e non hai mai avuto, Andrea mio adorato.
Qualunque cosa io faccia non sarà mai abbastanza per risarcirti dei torti che la vita ti ha fatto patire.
Ti prometto che domani cercherò di convincere mamma e papà ad abbassarti un po' il dosaggio delle gocce. La serenità dovremo conquistarcela col sangue e col sudore, piangendo e maledicendo tutte le divinità conosciute. Sbattendo la testa sul muro mille volte.
Ma non così, non è giusto privarti della tua coscienza, anche se a fin di bene.
Dormiremo quando avremo imparato entrambi ad amare le nostre paure, a riconoscerle senza più averne timore. Quando daremo del tu ai nostri sensi di colpa. Quando saremo in grado di piacerci per quello che siamo e non per ciò che avremmo dovuto essere.
Buona notte, stella mia, domani il sonno sarà soltanto una tua scelta ed una tua spontanea necessità. Te lo prometto. Te lo prometto.

07/07/18

Quando Andrea se ne va

Ci sono periodi dell'anno che Andrea se ne va. Non fisicamente, ma mentalmente. Le ansie, le paure e le fobie prendono il sopravvento su di lui e ne dominano i comportamenti. In questi periodi Andrea è impenetrabile: non vuole contatti con gli altri, si chiude in una serie di comportamenti ossessivi che rendono impossibile qualunque forma di colloquio.
E' in questi momenti che sento di più la sua mancanza: mi manca il suo sorriso, la sua ingenua bontà, il suo totale altruismo, il suo amore per la musica.
Ci provo in tutte le maniere a sconfiggere il muro di cinta ma senza alcun risultato. E riesco ad immaginare cosa provino i genitori di bambini autistici, isole meravigliose ma inaccessibili.
Poi, con l'aiuto dei farmaci, della tenacia di Andrea che, evidentemente, all'interno del suo castello, combatte da solo le sue battaglie con grande forza e dignità, e di un po' di fortuna che, seppur latitante in casa Maciocchi, rimette in moto i meccanismi oscuri della mente, Andrea riaffiora lentamente, con alti e bassi.
Me ne accorgo subito: gli occhi tornano splendidi, grandi e sereni. Torna il sorriso e la voglia di parlare, di interagire, nei limiti delle sue capacità.
Torna, a poco a poco, il mio migliore amico, il mio eroe, colui che ascolta le mie confidenze, almeno quelle che penso possano aiutarlo a star bene.
Torna la vita, il sangue comincia a scorrere di nuovo dentro le mie vene, ed il cuore si rende conto che non batte più invano. 

05/07/18

Lettera del 5 luglio 2018

Caro Andrea,
visto che il destino mi impedisce di avere con te un rapporto "normale", ho deciso di iniziare un rapporto epistolare, non so con quale cadenza, nell'utopia di poter sconfiggere le nostre barriere verbali ed intellettive con le parole scritte.
Non so se leggerai mai queste lettere, se qualcuno te le mostrerà mai. Io intanto le scrivo per il piacere di raccontarti quello che mi accade quotidianamente. Sapendo che la tua profonda sensibilità ti farà percepire quello che ho da dirti meglio di chiunque altro.
Caro Andrea, anche oggi sono inchiodato in ufficio, senza far nulla, da tre anni a questa parte. E come sempre, appena mi accingo a scrivere qualcosa, l'open space si anima di rompicoglioni.
Dicevo che sono tre anni che non lavoro, percependo per fortuna lo stipendio: l'azienda non sa più che farmi fare e quando si ricorda di me, cerca di rifilarmi i mestieri più assurdi, senza darmi un minimo di formazione. In buona sostanza mi affibbia la merda che i raccomandati scansano come la lebbra, rogne senza fine, che non danno alcuna visibilità e che non mi salveranno in alcun modo dalla mobilità prossima ventura.
Fortunatamente ho imparato a dire di no, esponendomi tuttavia al rischio concreto di licenziamento per giusta causa, anche se la legge 104 di cui usufruisco per la malattia di mamma mi fornisce un  minimo di paracadute.
Tuttavia, Andrea, sai che tuo fratello non è di indole scansafatiche: questa forzata inattività non è una condizione che vivo serenamente, sono abituato a guadagnarmi lo stipendio e soprattutto odio i parassiti ed i paraculi che infestano gli uffici pubblici e privati. Vivo questa fase della mia vita con grande difficoltà psichica, che si riflette ovviamente nel tono dell'umore.
Mi dispiace che a farne le spese sia soprattutto Patrizia, che ha un carattere diametralmente opposto al mio, e che vorrebbe fare le cose che tutte le persone della nostra età fanno: ma io sono ormai ridotto ad una ameba, non desidero altro che stare qualche ora con te e godere, quando è possibile, del tuo sguardo limpido, buono e sereno.
Sono sinceramente arrivato alla frutta, caro fratello mio, ma non posso darlo troppo a vedere né a te né a mamma e papa, che sono vecchi e parecchio malandati.
Certe volte penso che la cosa migliore per me possa essere un ricovero presso una struttura medica, una clinica o quant'altro. Non per una cura che evidentemente non esiste, ma per stare qualche mese da solo, in silenzio, senza pensare a niente e senza più alcuna responsabilità.
Che bello sarebbe mondare il cervello di tutti i suoi algoritmi e di tutte le sue preoccupazioni: il lavoro, la tua malattia, la vecchiaia dei nostri genitori. Smettere di occuparsi e preoccuparsi.
Immagino che lo pensi anche tu, che ancora più di me avresti bisogno di un po' di tranquillità nella tua vita e nella tua mente.
Scusami se questa lettera è un po' caotica e pasticciata ma in open space è impossibile fare di meglio. Prometto di continuare a scriverti, di raccontare tutto quello che frulla nella mia mente. Tu giurami di continuare a volermi bene come hai fatto da sempre. Sei l'unica speranza che ancora mi tiene in vita.
Ti abbraccio e a presto.

04/07/18

E così sia

Caro Andrea,
in questi giorni in cui le ansie hanno preso il sopravvento su di te sento tutta la fatica del peso delle mie responsabilità. Sono stati giorni durissimi anche per me: ho sbandato, ho deragliato, sono caduto e non sono certo di essere riuscito ancora a rialzarmi.
In questi ultimi anni hai compiuto dei passi avanti giganteschi, mi ero abituato ad avere accanto un fratello simpatico, giudizioso e col sorriso sulle labbra.
Vederti improvvisamente tornato indietro di un decennio mi ha colto sinceramente impreparato. Mi è difficile persino esprimere la sofferenza che ho provato in questi giorni, troppo forte, troppo violenta, come un vecchio incubo che sembrava ormai svanito e che invece si materializza di nuovo.
E' stato un KO violentissimo, ho dovuto fare ricorso anch'io ai tranquillanti che stai prendendo tu, non me ne vergogno affatto. E per questo sono ancora stordito e mi è difficile articolare pensieri e frasi di senso compiuto.
Sono stato così male che mi ha dato fastidio la compagnia delle persone, le loro frasi ed i loro problemi, così banali rispetto ai tuoi. Ai nostri.
Avrei voluto fuggire, nascondermi da tutto e tutti in una vita monastica e di clausura. Una piccola cella, una branda ed un caminetto: questi avrei voluto come compagni di viaggio per il resto dei miei giorni.
Ti dirò di più, in questi giorni di dolore fisico e psicologico tutto ha perso di significato: ho smesso di distinguere il giorno dalla notte, la vita dalla morte.
Ma non ho mai smesso di volerti bene, anche nei momenti più drammatici non mi ha mai sfiorato il pensiero di rimproverarti per il tuo comportamento, a differenza di altri.
Mi rimprovero di essere scappato via, domenica pomeriggio, ma stavo per esplodere e non volevo che mi vedessi dare in escandescenze: non sono affatto uno stinco di santo, Andrea mio, e tu lo sai benissimo.
Me la sono presa con gli incolpevoli muri e le ignare suppellettili della casa, ho distribuito calci e pugni a sedie, tavoli, porte, armadi e poltrone, fino a quasi fratturarmi un piede.
E allora giù gocce di EN come se piovesse, come l'alcolista cerca il vino per stordirsi e smettere di far funzionare il cervello.
Non so quanto durerà questa tua crisi Andrea, se mai tornerai l'adorato fratello di due anni or sono, se questo episodio sia l'ultimo drammatico sussulto che ti porterà ad una maturazione accettabile o l'inizio di una fase turbolenta che credevamo finita per sempre.
Quello che è certo è che non credo di avere più la forza fisica e psicologica per sopportarne un'altro. Ho preso troppi pugni in faccia dal destino, fratello mio. Lascerò che l'arbitro conti fino a dieci.
E così sia.

01/07/18

La stoffa dell'eroe

Caro Andrea,
ti chiedo perdono ma oggi non posso fare altro che ammettere il mio fallimento nei tuoi confronti. Ho provato a farti camminare con le tue incerte e deboli gambe con le medicine che ritenevo fossero le migliori e le più efficaci: l'amore, il rispetto ed il riconoscimento dei tuoi meriti.
Per un po' è sembrato funzionare, ma avevamo vinto una battaglia, non la guerra.
Oggi i mostri che affollano la tua mente sono tornati, ancora più feroci e sanguinari, perché si sono sentiti per la prima volta minacciati. Hanno sfondato su tutta la linea, siamo sbandati come a Caporetto. E quel che è peggio ti hanno portato via da me.
Quello che ho davanti  non è più mio fratello ma un automa dondolante, schiavo delle sue paure, in preda a comportamenti ossessivi e compulsivi, scollegato dalla realtà e dagli affetti che lo circondano.
Ti ho perduto e chissà per quanto. Ma è l'illusione di averti strappato ai tuoi demoni la cosa che più mi addolora e demoralizza.
Ho fallito, Andrea caro, non ho fatto abbastanza o forse i mostri con cui abbiamo combattuto insieme per tanti anni sono troppo forti per le nostre misere anime.
Oggi ho avuto paura Andrea, i nostri nemici mi stanno distruggendo la mente ed il cuore: sono scappato come un codardo davanti ad un esercito inferocito e che non fa prigionieri. Tu no, sei rimasto, non potevi fuggire.
Perdonami, non sono l'approdo di cui avresti bisogno, non sono niente, nemmeno un fratello degno di questo nome.
Sono solo un poveraccio cui è capitata una sventura più grande delle sue possibilità, un mediocre che non sa gestire la sua vita, figuriamoci quella degli altri.
Mi vergogno tanto, Andrea mio, ti ho abbandonato: non è stata la prima volta e probabilmente non sarà nemmeno l'ultima.
Sapessi quanto è penoso indossare i panni dell'eroe, senza averne la stoffa.