Questo blog è dedicato alla professoressa di letteratura italiana e latina, Loredana Rossi Molinaro, donna di grandissima cultura ed infinita umanità.

24/06/18

In cerca della felicità

Ci deve essere una strada che porta alla felicità. Io la immagino alberata, fresca, piena dei buoni odori dei fiori di campo che le crescono accanto e con scorci panoramici suggestivi.
Non è sempre in discesa, ci sono delle salite impervie, curve pericolose ed incroci con segnalazioni ambigue. E' facile perdersi: una distrazione, cattivi compagni di viaggio, a volte solo un po' di sfortuna.
E non tutti, una volta smarriti, sono in grado di trovare di nuovo la giusta direzione. I più fortunati trovano qualcuno che li prende per mano: in due si cerca meglio.
Altri continuano a girare in tondo, in un moto perpetuo che vorrebbe simulare l'eternità, ma che prima o poi ha una fine. Per tutti.
E' l'ignoto che da la speranza ai viandanti. Il fatto di non conoscere il proprio destino spinge alla ricerca di nuove vie, nuovi sentieri che potrebbero essere quelli giusti.
Ma per alcuni il destino è un vicolo cieco, una strada senza uscita ove andare avanti è impossibile, così come tornare indietro. Per alcuni il futuro è scritto a caratteri cubitali, in un inchiostro crudelmente indelebile: non c'è mistero né incertezza.
Sono i più sfortunati, perché pur conoscendo la strada, non possono percorrerla, obbligati dalla vita a fare tragitti che non appartengono loro, ma cui non possono sottrarsi.
Occorre indulgenza per costoro: sono quelli che portano sulle spalle i pesi più gravosi, per cui i giorni sono tutti uguali ed il mattino non ha mai l'oro in bocca.
Eppure meriterebbero di essere felici più di ogni altro, per l'alto prezzo che pagano senza essere colpevoli, meriterebbero di raggiungere quella bella meta che possono solo sognare, tra una fitta e l'altra del cuore

17/06/18

La via di fuga

Quando mi assalgono i pensieri più neri e tutto l'universo sembra collassare sopra le mie spalle riesco a trovare consolazione in quei pochi minuti che separano la veglia dal sonno, quando vado a coricarmi a letto.
Abbiamo fatto un patto, il mio giaciglio ed io: le preoccupazioni non possono salire nel letto ma debbono rimanere sul pavimento, tra le pantofole, pronte per essere indossate l'indomani.
Liberato da questo fardello e coricato da un lato, inizio a sognare le immagini che maggiormente mi acquietano, in genere luoghi e ricordi della mia infanzia.
In queste ultime notti il leitmotiv che mi accompagna al sonno é la vecchia casa dei miei nonni. Una casa modesta di nemmeno 50 mq., con due camere, una cucina ed un piccolo bagno ricavato all'interno di essa.
Ricordo la cucina economica a legna, adibita alla preparazione delle vivande ed al riscaldamento della casa. Gli scaldaletto in ghisa, con dentro la brace ardente, messi dentro le coperte dei letti per tenerli al caldo.
La radio "Geloso" in bachelite color panna in cui nonno ascoltava i giornali radio, le operette e le commedie trasmesse dai vari studi della RAI, disseminati in tutta italia.
Il giradischi "Lesa", bianco e verde, con la doppia puntina per i dischi a 78 giri e per quelli a 45 giri, con cui zia Sandra ascoltava i successi dei cantanti italiani della fine degli anni 50.
Ma è il piccolo bagno che risveglia i ricordi più belli: era talmente piccolo da non potere ospitare una vasca da bagno in tutta la sua lunghezza. Vi era invece, e vi è ancora, una piccola vasca "a seduta" con due livelli dove, appunto, ci si può fare un bel bagno rilassante seduti ma non sdraiati.
E sopra di essa un piccola finestrella che rivolge lo sguardo al campanile del paese, con il suo orologio ed il suono delle campane a scandire il passare del tempo.
Io ogni sera, prima di addormentarmi, mi immagino questo scenario chissà perché immerso in una fredda sera d'inverno, con tuoni pioggia e fulmini.
Vedo mio nonno, mamma e zia Sandra che si scaldano vicino la cucina a legna, mentre nonna è intenta a preparare la cena.
E improvvisamente i muscoli del mio corpo smettono di essere tesi come corde di violino, il respiro si fa meno affannoso, i battiti del cuore si fanno regolari e quieti.
Una piega della mia bocca abbozza un impercettibile sorriso e finalmente mi addormento, sereno, come mai sono stato nella vita e mai lo sarò.
Queste sono le ore, forse i minuti più belli della mia giornata: l'unica fuga possibile dalla prigione che mi è stata donata dal destino e che non ho avuto la forza ed il coraggio di rifiutare.

08/06/18

L'alberello

La casa dei miei nonni è situata su una aspra salita che porta verso la piazza comunale. Lungo i marciapiedi della via erano piantati, sino a qualche anno fa, una serie di piccoli alberelli di Bossolo: uno di essi era posto proprio davanti alla porta della casa dei nonni, quasi a farne da guardia.
Gli arbusti di bossolo non sono alberi imponenti come la quercia o il pioppo, non riparano dalle intemperie né forniscono l'ombra di un ciliegio.
Eppure mio nonno, durante i mesi della canicola estiva, accostava la sedia "da regista" al tronco e si sedeva sotto il piccolo ombrello d'ombra con la sua inseparabile "Settimana Enigmistica".
Si immergeva a capofitto tra cruciverba, sciarade e rebus con la sua penna Bic inderogabilmente nera e a punta fine e a me lasciava i giochi più semplici, come collegare una sequenza di punti numerati o annerire delle porzioni di una vignetta per ottenere un disegno di senso compiuto.
Mi sembra ancora di vederlo, elegantissimo, sempre in giacca, cravatta e gilet; la brillantina Linetti sui capelli bianchi e non foltissimi, il distintivo dei reduci della guerra d'Etiopia sull'occhiello della giacca ed il pacchetto di sigarette "Nazionali con filtro" pronto per essere usato.
Nonno mi ha lasciato troppo presto, anche a causa dell'enorme quantitativo di sigarette da lui fumate. E purtroppo sono stati estirpati anche gli alberelli di bossolo dalla via, lasciata inopinatamente nuda e spoglia.
Mi manca la compagnia del Bossolo, la sua ombra incerta ed i suoi piccoli fiori rotondi, mi mancano le storie che avrebbe potuto ricordarmi: storie di rebus, di sigarette. 
La storia delle stagioni della vita dei miei nonni che ho potuto solo sfiorare.

02/06/18

Orfano di miracoli

Vorrei pensare a te
come ad un fastidio
ed i tuoi comportamenti
come capricci
di un bimbo viziato.
Lavarmene le mani
e lasciarti solo
al tuo destino.
Ma ti voglio bene
ed il tuo dolore
è il mio.
Le tue paure
sono le mie.
La tua ira
è la mia.
Due sopravvissuti
di un mondo troppo difficile.
Dissanguati e stremati.
Vorrei darti coraggio
ma non ne ho.
Vorrei trovare le parole giuste
ma non le conosco.
Vorrei prendere sulle mie spalle
i tuoi orribili pensieri
e portare il dolce fardello
al posto tuo.
Ma non si può.
Ti abbraccio
raccogliendo la speranza
o quel che ne resta,
orfano di sorrisi
e di miracoli.