Questo blog è dedicato alla professoressa di letteratura italiana e latina, Loredana Rossi Molinaro, donna di grandissima cultura ed infinita umanità.

22/04/18

Bulli 2.0

Il bullismo c'è sempre stato, sin dalla notte dei tempi. Fa parte di quella assurda alchimia che si chiama appartenenza al branco condita con le aberrazioni della fase adolescenziale. Chi vi scrive ne è stato vittima oltre quarantanni fa e ne posso testimoniare tutta la pesantezza ed atrocità. La mia autostima ne è uscita duramente minata e fino a pochi anni fa, quando sentivo due persone ridere tra di loro, mi giravo terrorizzato convinto che fossi io il protagonista dei loro lazzi.
La differenza con i tempi odierni è che allora non esistevano i social ed era difficile se non impossibile testimoniare l'accanimento fisico e psicologico dei "bulli" nei confronti delle loro vittime predestinate.
E, non vedendo, anche chi sapeva ed avrebbe potuto intervenire si girava dall'altra parte, nascondendo la cenere sotto il tappeto.
Genitori, insegnanti, presidi e talvolta anche le forze dell'ordine avrebbero potuto porre un freno ma era più comodo far finta di niente.
Oggi è impossibile far finta di niente grazie ai tanto vituperati social, che invece hanno il merito di rendere pubblici gli atti di bullismo, spesso messi in giro dagli stessi imbecilli che li compiono.
Sarà che, appunto, io sono stato vittima di bullismo e quindi non ho la necessaria lucidità per dare un giudizio sereno. Però non rinuncio a dire che propendo per la massima severità nei confronti dei bulli.
Non hanno scusanti e non possono accampare alibi di censo o di reddito: nei casi più gravi e reiterati vanno espulsi dalla scuola e, se emergessero responsabilità nei confronti della famiglia (nei casi di minore età) e delle istituzioni scolastiche, andrebbero presi seri provvedimenti anche nei confronti di chi sapeva e nulla ha fatto per impedire.
Si inizia a costruire una società migliore anche dalla lotta al bullismo

21/04/18

La democrazia ai tempi della pulizia dei cessi

Molti esponenti della politica italiana ci hanno abituati a dichiarazioni quantomeno sconcertanti. Ricordo come qualche tempo fa la Senatrice Finocchiaro (PD) rispose ad un giornalista che le domandava se gli stipendi dei politici non le sembrassero spropositati che, in fondo, lei non faceva mica il lavoro della "bidella".
E' invece di ieri la dichiarazione del condannato Berlusconi che, secondo lui, i politici del Movimento Cinque Stelle non son buoni nemmeno per "pulire i cessi".
Al di la delle proprie convinzioni politiche e della perenne campagna elettorale che vige nel nostro paese dal 1948 ad oggi è evidente come queste frasi siano il segnale dell'estremo scollamento della politica dalla vita reale e, quel che è peggio, del disprezzo che hanno i politici per chi si guadagna il pane facendo lavori considerati ingiustamente umili.

Ci sono migliaia di persone che la mattina si alzano all'alba per tenere puliti i nostri luoghi di lavoro, le strade, gli ospedali e le scuole. Persone pagate pochissimo e che devono combattere quotidianamente contro l'inciviltà degli altri, che insozzano il proprio luogo di lavoro, o la strada che attraversano, come nemmeno i maiali nel loro porcile.

Invisibili ai più, ma utilissimi alla società, di cui sono l'anello iniziale ed imprescindibile.
Un politico che li stigmatizza come l'unità di misura dell'oltraggio non ha capito bene quale sia la propria missione: probabilmente se oggi può ancora sedere nelle poltrone politiche importanti lo deve anche ai voti di queste persone, che indegnamente rappresenta.
Politici simili non andrebbero più votati perché hanno dimenticato, ammesso che lo abbiano mai saputo, il valore del lavoro e del sacrificio. Sono solo dei piccoli monarchi il cui unico scopo è il mantenimento del potere e delle proprie rendite di posizione.
Continuare a dare credito a costoro mette a serio repentaglio la democrazia del nostro paese ed il rispetto dei lavoratori che, ogni giorno, compiono il proprio dovere nella oscurità.
Per quattro soldi e nel più drammatico precariato, voluto da chi oggi li sta insultando.

15/04/18

Buona partita, Sauro

Ieri è venuto a mancare Sauro Tomà, un arzillo signore classe 1925. Dov'è la notizia? Sauro Tomà era l'ultimo ancora in vita dei pochissimi scampati alla tragedia di Superga del 1949, ove perì la quasi totalità della squadra del Torino. Che da allora fu chiamata, giustamente, il Grande Torino.
Tomà era la riserva del meraviglioso terzino sinistro Maroso: nelle ultime stagioni di vita del Grande Torino, giocò abbastanza spesso, a causa di problemi fisici del titolare, ed ebbe sempre modo di far bella figura.
Pochi mesi prima dello schianto di Superga anche lui subì un brutto infortunio al ginocchio: a quei tempi era quasi una sentenza definitiva per un calciatore professionista e difatti tutta la sua carriera ne verrà pesantemente compromessa.
Ma quella che al momento sembrò una disgrazia, salvò invece la vita a Sauro, che non fu convocato per l'amichevole contro il Lisbona. 
Tutta la squadra titolare partì per la Lusitania, assieme agli allenatori e ad una nutrita schiera di giornalisti. Nessuno di loro fece più ritorno: l'aereo che li riportava a Torino andò a schiantarsi sulla collina dove si erge la Basilica di Superga, oggi divenuta un sacrario per tutti i tifosi del Torino e non soltanto.
Ieri a Sauro Tomà si sono aperte di nuovo le porte dello spogliatoio del "Filadelfia". Ad attenderlo capitan Valentino Mazzola ed il mister Egri Erbstein con in mano la maglia granata col numero 3 sulla schiena: 
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Buona partita Sauro. E in bocca al lupo.

14/04/18

"Pensa alla salute"

Pensa alla la salute. Già, è vero. Senza la salute non si può vivere, non si può essere felici, non ci si può innamorare o uscire di casa a fare quattro chiacchiere con gli amici.
Ma la salute non basta, non è tutto. Esiste qualcosa di intangibile, che non ha peso o valore economico che tuttavia rende la vita degna di essere vissuta. Ed aiuta anche la salute a rimanere solida e florida.
Questa cosa così impalpabile eppure così preziosa si chiama soddisfazione. Ognuno di noi trae nutrimento non solo dal pane che mangia ma dal ritagliare quei piccoli spazi, a volte infinitesimi oppure lunghi tutta la giornata, che riempiono il cuore e l'intelletto della gioia di una soddisfazione.
C'è chi ama la lettura, chi fare lo sport, chi preferisce dedicare la vita al lavoro, alla politica, alla scienza, alla cultura o alla famiglia: tutti hanno il proprio giocattolo da tener custodito come il bene più raro.
Ecco perché una vita in cui tutto è architettato per sopprimere le soddisfazioni di un uomo è una vita vuota, inutile e penosa.
Hanno ridotto i lavoratori a dei robot viventi, piccoli ingranaggi di entità mostruose ed inconcepibili: non chiedono più l'eccellenza ma la riusabilità. Agrumi da spremere finché c'è una goccia di succo e poi da gettare via senza nemmeno un briciolo di dignità. Usati, sfruttati negli anni migliori della vita, adesso hanno imparato l'arte di instillare nelle menti del lavoratore il senso di colpa. E' la nuova frontiera dell'asservimento scaricare sul lavoratore le responsabilità dei fallimenti aziendali. Non occorre più investire denaro per riconvertire gli impiegati "obsoleti" ed in la con gli anni, meglio farli sentire dei falliti, ogni giorno, ogni ora, per logorare la loro stabilità mentale. Un logorio che porta, presto o tardi, al licenziamento "spontaneo".
Questa sensazione indotta di essere inutili purtroppo deborda dalla sfera lavorativa a quella personale ed affettiva, in una spirale autodistruttiva in cui occorre sprigionare tutte le proprie risorse fisiche ed intellettuali per potervi resistere.
C'è chi non vuole arrendersi all'evidenza e si auto illude di essere ancora funzionale elemosinando lavori indegni del proprio ruolo, lavori già sulla lista nera delle professioni in esubero. Sono le persone che mi auguro abbiano una vita piena ed appagante al di fuori del lavoro, perché sono quelle che ritengo a maggior rischio di squilibrio psichico in caso di dimissioni e/o incentivi al licenziamento.
Ci sono quelli che hanno il pelo sullo stomaco ed apparentemente se ne fregano, ostentando una saldezza sperando non di facciata.
Ci sono anche dipendenti veramente sereni, forti dei loro sponsor e delle loro coperture professionali che li fanno cadere in piedi ovunque e comunque.
E poi c'è chi non fa parte di nessuna delle tre categorie, chi ha smesso di chiedere l'elemosina a chi non merita nemmeno il saluto ma non ha mai saputo sviluppare il pelo superfluo nella parte interna dello stomaco. In un'eterna alternanza di stati d'animo che non giova affatto alle relazioni sociali ed alla salute fisica e mentale.
Pensa alla salute.
Che ci vuole.

08/04/18

L'ingegnere della mia prigione

Non posso lamentarmi. Molte, se non tutte, delle situazioni in cui mi trovo oggi e sono fonte di frustrazione e tristezza le ho cercate io. Le ho volute io, in quella che io chiamo la mia vita precedente. Raccolgo i frutti amari dei miei errori, delle mie debolezze, dei miti rincorsi lungamente e che poi si sono rivelati effimeri e vuoti. Non cerco alibi o attenuanti: avrei potuto e dovuto capire, ragionare, chiedere a me stesso se quello che stavo scegliendo era ciò che mi appagava o non il male minore. Per cercare di sopravvivere ai miei sbagli ho dovuto erigere un muro invalicabile attorno a me, un isolamento a metà strada tra l'eremitaggio e la prigione. Sono muri spessi, imperforabili che chi mi ama ha imparato a non poter nemmeno scalfire. Spesso urlo e nessuno ascolta, ma la colpa non è degli altri: io sono l'ingegnere della mia prigione, di questa inquieta solitudine che non trova sazietà.

Un po' di umiltà.

Stavo partecipando ad una discussione civile sulla mafia in una bacheca di una persona che stimo e seguo su Facebook. In particolare si parlava di Ostia e del suo degrado, dei recenti fatti che hanno coinvolto il clan della famiglia Spada e delle lotte che alcuni giornalisti stanno portando avanti per gettare una luce sulle mafie che attanagliano Roma e le sue periferie.
Immancabile è arrivato il commento di un utente che ha tentato di strumentalizzare politicamente gli eventi, gettando fango sul #m5s e paragonandolo a CasaPound.
E' fin troppo ovvio che l'utente sia di area #PD o di uno di quei tanti partiti apparentemente alla sua sinistra, che poi confluiscono di fatto nel #PD alla prima votazione alla Camera o al Senato.
Avrei voluto rispondergli ma, non essendo nella mia bacheca, non mi è sembrato opportuno approfittare dell'ospitalità altrui.
Gli rispondo qui, a casa mia, con maggior libertà.
Innanzi tutto non è con la polemica politica che si sconfiggono le mafie, ma facendo leggi che aiutino gli inquirenti, le forze di Polizia e Carabinieri ad avere maggiori strumenti per poter far meglio il loro mestiere.
E' dai tempi di Berlusconi che invece in Italia sono state fatte leggi che azzoppano la lotta alla malavita organizzata: dalle depenalizzazioni dei reati contro il patrimonio ai paletti sulle intercettazioni telefoniche. Per tacere delle obbrobriose riforme sulla giustizia ed i tentativi di modificare la Costituzione Italiana, fortunatamente, questi ultimi, non andati a buon fine grazie al referendum dello scorso anno.
Questi attacchi concentrici sono continuati anche dopo la perdita di potere di Berlusconi, perpetrati da governi cosiddetti tecnici e da governi di centrosinistra.
Ostia, in questi ultimi quarant'anni è stata gestita dai partiti che maggiormente sono stati bastonati dall'elettorato nelle ultime elezioni politiche: FI e PD.
I loro sostenitori, invece di continuare a nutrire astio nei confronti di chi ha preso più voti di loro, dovrebbero sinceramente interrogarsi sui motivi della emorragia di consensi che sta uccidendo i loro partiti.
Invece di fare autocritica, ammettere i propri errori ed imparare da essi, per presentarsi agli elettori con dignità e credibilità, continuano a sputare sentenze nei confronti del #M5S, dimostrando arroganza e scarsa attitudine democratica.
E' dalle sconfitte che si vede la tenuta democratica di un partito, dei suoi dirigenti e di chi lo vota. Avete sbagliato tutto in questi ultimi decenni, dalla scelta dei leader alle alleanze politiche. 
Un po' di umiltà signori, i titoli per dare lezioni di etica li avete persi per strada.

07/04/18

Sempre se ti va

"Sempre se mi va."
"Sempre se ti va."
Da quando abbiamo iniziato a fare a modo tuo, fratello mio caro, la vita è diventata un posto bello da vivere. Almeno nei tuoi paraggi. 
Vicino a te le mie paure svaniscono e le ansie si dissolvono come le nubi nei caldi giorni di primavera.
Al domani penseremo domani: tu sarai la forza e la bontà che ho sempre cercato in me, invano.
Oggi mi siedo accanto a te, sul divano. E mentre ascolti la musica sul tuo tablet chiudo gli occhi e poggio la mia testa sulla tua spalla.
E finalmente sorrido.