Questo blog è dedicato alla professoressa di letteratura italiana e latina, Loredana Rossi Molinaro, donna di grandissima cultura ed infinita umanità.

28/02/18

Non chiamatela follia

Per favore non chiamatela follia. Perché nei folli rimane pur sempre un barlume di umanità, un istinto primordiale che impedisce di commettere atti contro natura, come un padre che uccida le figlie.
E' sovrumana cattiveria, è assenza di umanità, è l'egoismo assoluto che alberga dentro alcuni uomini e fa ritenere loro che la moglie e le figlie siano oggetti di proprietà e non vite da amare e proteggere.
Per favore non chiamatela follia, che da quando è nato l'uomo i malati di mente hanno ucciso molte meno persone dei cosiddetti sani.

27/02/18

Siete la morte

Quale ricchezza
quale potere
quale brama di dominio
vale più della luce
di questi volti straziati
Genti di comando
che strappate fanciullezza
a vite innocenti
siete voi il demonio
l'assoluto male
la viltà infinita.
Non basterà l'universo
a nascondere le vostre colpe
Né il complice servilismo
di governi senza morale.
Dove siete voi non c'è vita,
siete la morte
e tutto l'orrore che la circonda.

24/02/18

Non guardarmi

Non guardarmi
con i tuoi occhi sereni,
col tuo sorriso innocente
La vita ti ha donato spine
e tu regali rose.
Non ha curvato le spalle
il peso del dolore.
Lunga e faticosa è la tua strada
percorsa con lentezza,
con paura e smarrimento.
Eppure sei tra noi
con dignità e splendore.
La tua fierezza
è la miglior bestemmia
contro quegli dei malvagi
che pretesero la tua diversità.
Non guardarmi
con i tuoi occhi sereni,
non ho meriti bastanti
per il tuo perdono.
Le mie fughe sono ferite infette,
brandelli di carne putrida,
dolore insopportabile.
Rispettarti è la mia cura,
volerti bene è il mio riscatto.

22/02/18

La neve che si scioglie

Il rumore dei passi sulla strada.
Il sibilo del vento tra i vicoli del paese.
Le lampade ad incandescenza
sospese su un filo a metà della strada
danzano al vento
lasciando le ombre delle case
giocare a rimpiattino.
L'odore della legna bruciata
sale dai camini,
sentinelle sporche di fuliggine.
La tramontana è giunta
a spazzare via i giorni melmosi
e la patina sudaticcia degli affanni
e delle miserie umane.
Il freddo spacca la pelle
il sangue è un grumo di ghiaccio
Cadono i primi fiocchi di neve
candidi, immacolati.
Sarà la terra
e i nostri passi senza meta
a mutarli in fango
Nulla è più doloroso
della neve che si scioglie.

12/02/18

Io volevo una casa piccola

Io volevo una casa piccola, come quelle che facevano una volta. Una cucina piccola, un bagno piccolo e una camera piccola per mangiare, dormire, leggere un libro ed ascoltare la radio.
Io volevo una casa piccola, con i muri di pietra grezza, larghi e spessi. E con le finestre piccole, per non fare entrare il freddo d'inverno ed il caldo d'estate.
Io volevo una casa piccola con il tetto che si vede dall'interno, sorretto da vecchie travi di legno. E ascoltare il rumore della pioggia che tamburella nelle tegole.
Io volevo una casa piccola, con un piccolo camino, e sedermici vicino per riscaldare le mani intirizzite dal freddo. E sobbalzare allo scoppiettio della legna che arde nel fuoco, e seguire le traiettorie impazzite della cenere incandescente.
Io volevo una casa piccola, senza poltrone e divano, con un letto in ferro battuto ed un altissimo materasso di lana, che quando ti corichi scompari dentro una nuvola di sogni.
Io volevo una casa piccola, con una credenza antica, per riporre i barattoli di conserva, le marmellate e le melanzane sottolio. E i piatti di porcellana, i bicchieri di vetro come quelli delle vecchie osterie, i coltelli col manico in legno marrone, un fiasco di vetro con l'armatura di paglia per l'aceto, uno per l'olio ed uno per il vino. E la pentola nera dal fondo bucato per le caldarroste, i calderoni di rame per la polenta, le ciotole in terracotta per bere il latte la mattina.
Io volevo una casa piccola, con le foto dei miei bisnonni appese nel muro, volti color seppia,  straniti ed allucinati dal dagherrotipo. E un tavolo di legno, quadrato, con al centro una bugia ed un mozzicone di candela. Quattro sedie ciondolanti, con la seduta impagliata a dare un'ipotesi di comodità.
Io volevo una casa piccola con un armadio di noce antica, con un solo vestito buono, poche camicie bianche e nessuna cravatta. Qualche pantalone di fustagno marrone, camicie di lana a quadri, un gilet ed una giacca di velluto verde. E nei cassetti la maglieria di lana pesante, dove nascondere il vecchio orologio di papà.
Io volevo una casa piccola dove nascere, crescere e morire contando l'alternarsi delle stagioni e le notti di plenilunio. Dove i sacrifici si indossano come il vecchio tabarro nelle fredde mattine d'inverno e il tempo scorre senza inganni, come l'acqua nel letto del fiume.

11/02/18

Al tappeto

Un pugile suonato, ecco come mi sento. Sì come quei pugili che vanno al tappeto dopo aver preso l'ennesimo gancio tra il mento e la mascella.
Quei pugili che non vedono l'ora di cadere per essere contati dall'arbitro.
Quando sei al tappeto i pugni sembra che non facciano più male, persino il sangue smette di uscire dalle arcate sopracciliari gonfie e tumefatte.
Vedi il pubblico che urla, bestemmia e pretende che tu ti rialzi, perché ha scommesso su di te.
Ma a te non importa più niente, sei al tappeto, nessuno può più farti del male.
Il guaio è che non si può restare al tappeto per sempre, appena l'arbitro decreta il knock-out arriva qualcuno con i sali che ti rimette in piedi alla meno peggio e ti scaraventa sotto la doccia gelata.
Perché domani c'è un altro combattimento da fare, un altro pugile da affrontare, più forte di te, più cattivo e motivato di te.
Ormai non picchio più: alzo la guardia e aspetto che arrivi la gragnola di colpi: prima ai reni, per fiaccare la resistenza, e poi al volto, finché non vado al tappeto ancora una volta.
E poi un'altra ed un'altra ancora.
Un pugile suonato, ecco come mi sento.

10/02/18

Il cerchio

La prima volta che sentii parlare di austerità era l'inverno del 1973. In realtà allora si chiamava "Austerity" perché in Italia c'è sempre stata la moda di chiamare le fregature con nomi stranieri. Un po' per gretto provincialismo e un po' per non farci capire fino in fondo il peso reale della mazzata che sta per abbattersi sul nostro groppone.
Dopo averci detto per anni che eravamo una delle economie più stabili del mondo ci trovammo improvvisamente a piedi, con la benzina ed il riscaldamento razionato, con i cinema ed i teatri chiusi alle 22:30.
Inizialmente sembrò una cosa persino simpatica: le domeniche in bicicletta senza essere seppelliti dalle automobili, le città tramutate in gigantesche isole pedonali.
Però scoprimmo di essere tornati poveri e pieni di debiti, con una inflazione degna della peggiore dittatura sud americana.
Se invece del pentapartito di Gui e Tanassi avessimo avuto una classe politica decente, la crisi petrolifera del '73 sarebbe potuta diventare una grande opportunità per rivedere le nostre strategie sulle materie prime.
Ma c'era di mezzo la guerra fredda e lo strapotere delle "sette sorelle" petrolifere statunitensi: per compiacere l'alleato ci avvitammo in una politica economica inflazionistica che è la madre di tutti i problemi che stiamo scontando oggi.
In parole povere continuammo con un tenore di vita bel al di sopra delle nostre possibilità: la DC, per mantenere consensi elettorali e non far montare il malcontento sociale che avrebbe potuto far vincere le elezioni al PCI, continuò ad elargire posti di lavoro nel settore pubblico come una metastasi e a mandare in pensione i lavoratori dopo 19 anni di contributi, sei mesi ed un giorno.
Quando poi cadde il muro di Berlino, nel 1989, l'Italia smise di essere un paese militarmente strategico per la politica estera statunitense. E per questo motivo gli USA smisero di inviare il fiume di dollari che ha consentito di tenerci a galla.
Non solo. Cominciarono a reputare imbarazzanti i rapporti che avevano intessuto con la classe politica e dirigente della cosiddetta "Prima Repubblica". In un batter di ciglia tutte le inchieste che erano state insabbiate nel corso di quarant'anni di repubblica presero vigore ed i partiti che avevano fatto il bello ed il cattivo tempo in Italia per lungo tempo sparirono nel nulla, sotto i colpi solerti della magistratura milanese.
Purtroppo anche questa fase, che poteva tramutarsi un un grande momento di rinnovamento e di ricostruzione, fu un fallimento. La "seconda repubblica" divenne terreno di scorribande delle seconde linee della prima, dei portaborse di Forlani, dei faccendieri milanesi di Craxi.
Non solo la seconda repubblica fu più corrotta della prima, ma ebbe protagonisti di minor levatura politica rispetto ai predecessori. E spesso di infima caratura morale e culturale.
Tutto è iniziato con l'"Austerity" di 45 anni fa. E tutto finirà con l'austerità che ci stanno imponendo le banche di affari mondiali, travestite da Unione Europea e Fondo Monetario.
Il cerchio si chiude.

04/02/18

L'indimenticabile voce del grande tenore Franco Corelli

La mia ignoranza in fatto di musica classica è ben nota. Ma diventa abissale riguardo la musica lirica.
Eppure in questi ultimi giorni, sono rimasto sinceramente folgorato dalla figura del tenore e dell'uomo Franco Corelli.
Sentendolo intonare le arie più famose, i cavalli di battaglia dei tenori, da "Nessun Dorma" a "E lucevan le stelle", sono stato rapito dalla sua voce potentissima e dalla sua abilità nel domarla e piegarla alle emozioni e sensazioni.
Un'altra sua dote era la grande presenza scenica e la forza interpretativa: era un tenore atipico, dalla figura atletica ed elegante. Era quel che si dice un bell'uomo oltre che un grande tenore.
Ma soprattutto era un uomo schivo, forse fin troppo umile, educato e discreto. Mai un pettegolezzo, mai una concessione alla "dolce vita". Una vita vissuta tra la musica e la sua famiglia.
Si ritirò dalle scene alla fine degli anni settanta, al primo accenno dell'immancabile invecchiamento della voce. Avrebbe potuto esibirsi ancora per molti anni ma aveva troppo rispetto per il pubblico e per se stesso. Al contrario di molti suoi colleghi che si trascinarono sui teatri d'opera offrendo spettacoli patetici ed indecorosi.
Tutte queste sue qualità avrebbero dovuto farlo diventare un monumento, oggi le maggiori scuole di canto avrebbero dovuto portare il suo nome.
Ed invece dal giorno della sua morte, nel 2003, è caduto in un assurdo e vergognoso oblio, mentre altri tenori, assai meno dotati di lui ma più abili nel saper vendere la propria immagine, sono ancora sulla bocca di tutti.
E' una vergogna che il nome di Franco Corelli non sia osannato al pari di Del Monaco, Di Stefano e Pavarotti. Evidentemente anche il mondo della lirica italiana è sprofondato in quel gretto mare melmoso del provincialismo che sta ammorbando l'intero paese.



"E lucevan le stelle" da "Tosca" di Giacomo Puccini interpretata da Franco Corelli

Ma quale follia!


Andrea sta molto meglio e difatti il professore che lo ha in cura da ormai molti anni ha diminuito le dosi degli psicofarmaci ed ha eliminato alcuni medicinali. Speriamo bene, forse c'è stato un eccesso di ottimismo. In effetti stamattina Andrea ha iniziato a gridare ed a saltare. Ce l'aveva con i politici che non fanno niente ed era preoccupato perché non sapeva chi votare. Dieci gocce di EN lo hanno calmato.

Voi direte che sarò un povero illuso ma secondo me uno che oggi si incazza per colpa dello stato pietoso in cui versa la politica italiana è più sano di mente di tanta gente che il 4 marzo si metterà in fila per andare a votare i propri carnefici.
Caro Andrea, la prossima volta chiamami che mi metto ad urlare ed a saltare anche io. E magari prenderò pure il televisore e lo scaraventerò giù dalla finestra.
In un mondo di pazzi la purezza d'animo viene curata con gli psicofarmaci e la disonestà premiata col potere e col denaro.

03/02/18

La peggiore campagna elettorale


Avendo superato i cinquant'anni, e non da poco, ho una certa esperienza di elezioni politiche e campagne elettorali.

Ma ad una cosa ignobile ed insopportabile come questa non mi era mai capitato di dover assistere.
Partiti che nascono dal nulla (e nel nulla torneranno dopo il 4 marzo) solo per fare da stampella al #PD e #ForzaItalia. Vecchi volti della prima repubblica che si accasano in partiti che hanno sempre schifato ma che adesso possono assicurare loro una pensione da nababbi.
Responsabili del declino economico, morale e politico del nostro paese che si ergono ancora a statisti ed economisti, millantando ricette miracolose e promettendo regalie insostenibili.
Il tutto condito da una sequenza di giornalisti adoranti che, dimentichi della loro missione, tentano di mantenersi aggrappati al carro che ha permesso loro di vivere al di sopra dei loro meriti.
E' questa l'Italia che ci rappresenta? E' questa l'Italia che ci meritiamo? Se continuerete a votare sempre gli stessi partiti, le stesse facce, o i loro complici travestiti da frondisti saremo condannati a vivere in un paese senza alcun futuro. E soprattutto condanneremo i nostri figli ad una vita di precaria povertà, ad una servitù infinita che li farà sprofondare nel più profondo ed oscuro medioevo.
Io non ho figli, ma se ne avessi uno mi toglierei il pane dalla bocca pur di vederlo felice. E voi vi sentite con la coscienza a posto a lasciarli in pasto a dei manigoldi, servi di lobby e potentati internazionali?
Se avete voglia di farvi maledire dalla vostra discendenza continuate a turarvi il naso, o a ficcare le vostre piccole teste nella sabbia, come gli struzzi.
Ma non imprecate contro il destino: voi siete il loro destino avverso.