Questo blog è dedicato alla professoressa di letteratura italiana e latina, Loredana Rossi Molinaro, donna di grandissima cultura ed infinita umanità.

29/12/18

Er trasformista

Ai bei tempi de Berlinguer, er trasformista
se dichiarava convintamente e sinceramente comunista.
Poi arivò aa Milano da bbeve, co' Craxi, er sor Bettino,
e er trasformista divenne socialista dalla sera ar matino.
Quanno poi da Arcore Berlusconi arivò ar potere
er trasformista sulla destra cominciò a sedere.
Giunse infine Renzi, de Firenze er gran simpatico
e er trasformista anno' a iscrivese ar Partito Democratico.
Solo na cosa ar trasformista je sta antipatica a pelle
sopporta tutti meno che er Movimento Cinque Stelle.
Forse perché er monno intero, dar Cile alla Spagna,
sa che cor Movimento Cinque Stelle proprio 'n ce se magna.

22/12/18

Er collega

Er collega è uno tosto, uno che lavora sempre,
puro quanno lo pijeno a bastonate, nun je frega gnente.
J'hanno detto in tutti i modi de levasse da li cojioni
manca solo che lo pijeno a sassate o je spareno a pallettoni.
Lui se crede che, continuanno a lavora' mattina e sera,
er datore de lavoro se 'mpietosisce e lo toije dalla lista nera.
Ma quanno te sveji, dei servi sei 'n abborto:
t'hanno licenziato e nun te ne sei manco accorto.

Er manager

Er manager d'assalto penza d'esse un gran campione,
crede de sape' ffa tutto, dall'informatica all'aviazzione.
C'ha 'n ego smisurato e se veste come 'n paino
guarda tutti dall'arto 'n basso come 'n pariolino.
Sta sempre ar cellulare e s'affoga de riunioni
e 'ntanto li probblemi s'accatastano a mijoni.
Je piace circonnasse de ossequiante ggente
che je dice "bene, bravo!" pure si nun risolve gnente.
E quanno fa li danni, sovente e pure gravi,
ariva la chiamata dai suoi potenti avi
che arzanno la cornetta dicheno du parole
e drento l'azienduccia torna e risplenne er sole.
Poi j'ariveno li sordi, li premi e le promozzioni,
un modo come n'arto pe tojieselo da li cojioni.
Ma la musica nun cambia che già dar matino
ariva n'antro sponsorizzato, solo più cretino.

Er cretino

Er cretino raggiona co' la panza
c'ha poco cervello, poca sostanza.
Se vede 'na cosa storta urla, sbraita e sbotta
ma se la pija sempre co' chi l'aggiusta, mai co' chi l'ha rotta.

Er rivoluzzionario

Er rivoluzzionario sta sempre all'opposizzione
co' tutti li governi, a quarsiasi condizzione.
Che, in fonno, a sbraità se sta bbene
c'e sempre er vitalizzio ad annaqqua' le pene.
Se fanno le battaje sui massimi sistemi
ma 'n fabbrica nun ce vanno, mica so scemi.
E mo' che vie' Natale brindo a spumante e a panettone
a chi a capito tutto, er professionista dell'opposizzione.

Er popolo libberale

Er popolo libberale
è strano assai.
Quanno c'è da prende
so' pe' er libbero mercato
e quanno c'è da paga'
ce penza lo Stato.

20/12/18

Er fratello handicappato

Pe' tant'anni so' fuggito
volevo diventa' comme l'artri
'na moje bella
'n conto in banca
'na machina da fa 'nvidia a li vicini.
Tu eri 'n impiccio
nun parlavi
te dondolavi
me facevi vergogna'.
Poi 'na sera
a quarant'anni sonati
me s'è illuminato er core.
E allora me so' vergognato
ma sta vorta de me stesso
pe' avette lasciato solo tutti quell'anni.
T'ho abbracciato e t'ho baciato sulle guance
co' le lacrime che nun smettevano de scenne.
Lì per li nun hai capito, nun c'eri abbituato.
Poi m'hai soriso e m'hai puro perdonato.
Vorei perdonamme pure io
ma proprio nun gliela faccio.
Stamme vicino, angelo mio
che 'r fratello handicappato
so' solo io.

15/12/18

Li natali mia

Me manca a 500 de mi padre
che arancava fino ar centro de Roma
ppe portamme a vede' li presepi
co' l'acqua che scoreva drento li fiumi
ppe davero.
Le luminarie de via Condotti,
li callarostari
e li zampognari co e ciaramelle.
Me manca er bar "Alemagna"
a via der Corso
pieno de panettoni
(che li pandori staveno solo a Verona).
E li chioschi a piazza de Spagna
co' le vecchiette che vennevano
li bijetti daa lotteria de capodanno.
Co a speranza de pija' quello bbono.
E a caciara de piazza Navona,
er paradiso de noi regazzini,
tra nuvole de zucchero filato,
sordatini e fucili de Buffalo Bill.
Che ne sapete voi de li Natali
degli anni 60,
quanno er domani era pieno de sogni
e li fiji staveno mejio de li padri.

09/12/18

Tu puoi.

Perdonami Andrea,
non sono riuscito a proteggerti dai fantasmi che rendono la tua esistenza difficile da vivere. Non sono riuscito a scacciare le preoccupazioni sul futuro che ti fanno perdere il senso del reale. Non sono riuscito a farti dimenticare un passato brutto e senza sorrisi, pieno di silenzi e rabbia nascosta sotto le rughe del volto.
Sì, volevo salvarti, mi sono illuso di poterti salvare col solo amore, con le parole ed il ragionamento. Volevo farlo per farmi perdonare, per tutte le volte che ti ho deluso, per tutte le volte che ti ho lasciato solo. Per il non averti amato per lunghi anni, troppi.
Ma la malattia è più forte di me, di te, dell'affetto smisurato che ho nei tuoi confronti: è una cagna che mangia, che divora la forza di volontà; spegne il tuo sguardo, i tuoi pensieri, i ragionamenti.
Maledetta cagna bastarda.
Il Deniban l'ha messa a tacere, chissà per quanto. E in te s'è schiusa di nuovo la dolcezza dell'animo tuo. Ma io mi sento inutile, anzi dannoso, col mio caratteraccio, le mie sciocche impulsività la mia stolta irrequietezza.
Certi giorni vorrei svegliarmi ed essere te, e tu me, affinché tu possa godere delle possibilità che immeritatamente ho io. Vorrei saperti libero, felice, autosufficiente. Vorrei essere io rinchiuso in casa a dondolare sul divano, a mangiare ossessivamente, solo, senza amici, senza amore.
Dio, che pagherei per prendermi sulle spalle tutto il tuo fardello di dolori e di paure.
Ma tutte le mattine mi sveglio dentro il mio corpo e maledico il destino e dio, falso e bugiardo, che, non esistendo, mi impedisce di darti la gioia di una vita piena.
Che bello sarebbe sentire suonare il citofono della casa di mamma e papà e sentire che sei tu che mi vieni a trovare, che sei tu che chiedi a mamma se ho dormito o se mi sono innervosito. Che bello sarebbe vedere che mi saluti, sforzandoti di trattarmi come una persona "normale", vestito elegantemente e con accanto la tua compagna.
Sorriderei felice, anche se non capirei perché. O magari mi verrebbe in mente che finalmente si sono invertiti i ruoli, in un unico inimmaginabile istante di felicità suprema.
Ho solo un modo per farmi perdonare, fratello mio: regalami la tua malattia, donami il tuo dolore. Fa questo miracolo per me, stanotte stessa.
Tu puoi.
Ti prego.

14/11/18

Il mio natante

Le mie solitudini,
oceani sconfinati,
quieti o tumultuosi,
vado navigando.
Il mio natante
s'allontana
dai gravosi moli,
s'immerge nelle nebbie,
nell'eterno moto
dei marosi.
Svaniscono i suoni,
scolorano le luci.
Il vento che sa di sale
trafigge le ferite dell'anima
curandole nel dolore.

Rapito

Ti guardo rapito
nei rari istanti
rubati alla malattia
e vedo l'uomo
che poteva essere
e non è stato
gli amici mai avuti
gli amori mai sbocciati
gemme di luce
nel buio senza fine

05/11/18

In queste ore

In queste ore
così vuote e stupide
tra gente impalpabile
mancano i tuoi sorrisi
le tue premure
gli abbracci
e quel volersi bene
che va al di là
dell'umana comprensione

27/10/18

Dove sei

Dove sei
In qualche universo parallelo
O nascosta tra le nubi
Tra i rami degli alberi
Negli occhi verdi di Andrea
Tra le corde della mia chitarra
O tra i solchi dei miei vinili
In queste mie parole vuote
Nei sogni che non ricordo
Nelle lacrime versate
Nella pioggia d'autunno
Nelle foglie che cadono
Nell'odore del vino nuovo
Nei miei silenzi
E nelle mie paure
Nel profumo di una rosa di maggio
Appassita troppo presto

21/10/18

Il negozio di zio Armando

Via dei Pettinari è una strada che parte dal Lungotevere, all'altezza di ponte Sisto, e si dipana, lunga e stretta, attraverso enormi palazzi appartenuti all'antica nobiltà romana e papalina. Deve il suo nome al remoto insediamento di numerose botteghe artigiane che producevano pettini di varia fattura e forgia.
Al suo termine si apre piazza della SS. Trinità dei Pellegrini, ove sorge l'omonima chiesa che fu un antico ricovero per i viandanti (i pellegrini, appunto) gestito da san Filippo Neri.
In verità è una piazza assai angusta, stretta da un lato dalla maestosa facciata della chiesa e dall'altro dal palazzo del Monte di Pietà.
Come si può facilmente intuire in questo palazzo si sono recate generazioni di romani indigenti, che andavano a dare in pegno qualche piccolo gioiello di famiglia in cambio di pochi denari.
Per questo motivo, nelle vicinanze della piazza, sorsero una miriade di oreficerie che acquistavano i gioielli che non potevano essere riscattati e li rivendevano ai romani ad un prezzo maggiorato, per guadagnarsi da vivere.
Tra queste mille c'era anche il negozio di mio zio Armando, proprio al centro della piazza: una botteguccia aperta credo nel primo dopoguerra fino a circa gli anni ottanta.
Ricordo bene le sue vetrine con gli scaffali in legno, le cornici in argento con le fotografie delle attrici più famose degli anni cinquanta, le collane di perle, gli anelli d'oro giallo ed i braccialetti di oro bianco.
Ma quello che più affascinava la mia immaginazione di fanciullo era un'enorme cassaforte alta quasi due metri, dagli sportelli spessi quaranta centimetri e di colore verde bottiglia. Aveva due o forse tre manopole circolari in cui impostare il numero segreto della combinazione e che io mi divertivo a far girare a vuoto, come fossero le manopole di un sommergibile o di un vecchio calcolatore a valvole.
Ricordo la lente monoculare che mio zio indossava per osservare la qualità di un gioiello e la sua maestria nel pulire le composizioni in argento che, esposte all'ossigeno, tendevano inevitabilmente ad annerire.
Mio zio non ebbe figli, tentò invano di convincere mio padre a proseguire il suo mestiere, ma papà non ha mai avuto il bernoccolo per gli affari: preferì un lavoro impiegatizio più modesto però con entrate sicure.
Non posso biasimarlo: anche io ho il suo stesso carattere e sarei morto di crepacuore il primo mese in cui le spese fossero state superiori ai guadagni, come può accadere ed accade nella libera impresa.
Così, quando nei primi anni ottanta del secolo scorso iniziò l'invasione degli orologi al quarzo (di cui mio zio storpiava il nome in "sguarzo"), complice anche l'età non più verde, decise di vendere l'oreficeria.
Da allora non sono più tornato in quei luoghi: mi avrebbe fatto troppo male vedere uno sconosciuto nel negozio che fu di mio zio ed in cui sono praticamente cresciuto. Oggi, sopraffatto dalla nostalgia, sono andato su "Street View" di "Google Map" e, dove una volta mio zio si affacciava sull'uscio quando non c'erano clienti, adesso c'è una desolata serranda chiusa, su un negozio abbandonato da chissà quanto.
Mi si è stretto il cuore. 
Se avessi i soldi lo ricomprerei, e metterei tutti gli oggetti, i mobili e persino la cassaforte come quando era vivo mio zio.
Ma non l'aprirei al pubblico.
Mi metterei sull'uscio in attesa di vedere arrivare zio Armando e zia Cicci sulla loro Fiat Millenovecento. Perché loro non sono andati via, hanno solamente preso un lungo periodo di vacanza.
Gli darei le chiavi del negozio, li abbraccerei forte e poi andrei via soddisfatto, come chi finalmente ha compiuto il proprio dovere.

13/10/18

Se te ne vai (traduzione di "Si tu t'en vas" di Lèo Ferrè)


Se te ne vai
Se te ne vai un giorno
Mi dimenticherai
Le parole d'amore
Non si muovono

Se te ne vai
Il mare giungerà sempre a riva
I fiori selvatici
Del grano
Arriveranno sempre

Se te ne vai
Se te ne vai un giorno
Mi dimenticherai
Le ferite d'amore
Non si risvegliano

Se te ne vai
La sorgente ingrosserà
Sempre il fiume
I nuovi amori
Verso le belle giornate
Andranno sempre

Se te ne vai
Se te ne vai vai un giorno
Tutto finirà
I gesti d'amore
Non vivono

Se te ne vai
La morte vincerà sempre
Il fiore dell'età
Questa è la sua opera
Nonostante l'amore
Che muore sempre

Se te ne vai
Se te ne vai un giorno
Ricorda
Le parole d'amore
Non volano via

Se te ne vai
Oltre la vita
Verso la luce
Dove le preghiere
Non arrivano
sono perdute

Se te ne vai
Se te ne vai un giorno
In questi angoli
Parleremo d'amore come prima

Se è possibile!

08/10/18

Ho bisogno di poesia

Ho bisogno di poesia,
per ritrovare il bello che ho smarrito,
per sorridere senza senso,
per piangere senza motivo.

Ho bisogno di poesia,
per ascoltare il suono delle parole,
il ticchettio delle consonanti,
il fruscio delle vocali.

Ho bisogno di poesia
per sentire senza capire,
tra i baci delle rime,
negli spazi tra le sillabe.

Ho bisogno di poesia,
per trovare la forza
di combattere il destino
che per poco mi fu amico.

Ho bisogno di poesia
per dissetare la mia vita,
arida e senza frutti,
come il vento di tramontana.

Ho bisogno di poesia
per il senso di incompiuto
che da sempre mi accompagna
e che mai saprò colmare.

Col tempo (traduzione di "Avec le temp" di Léo Ferré)


Col tempo sai
col tempo tutto se ne va
non ricordi più il viso
non ricordi la voce
quando il cuore ormai tace
a che serve cercare ti lasci andare
e forse é meglio così.

Col tempo sai
col tempo tutto se ne va
l'altro che adoravi che cercavi nel buio
l'altro che indovinavi in un batter di ciglia
tra le frasi e le righe e il fondotinta
di promesse agghindate per uscire a ballare
col tempo sai tutto scompare.

Col tempo sai
col tempo tutto se ne va
ogni cosa appassisce io mi scopro a frugare
in vetrine di morte quando il sabato sera
la tenerezza rimane senza compagnia.

Col tempo sai
col tempo tutto se ne va
l'altro a cui tu credevi anche a un colpo di tosse
l'altro che ricoprivi di gioielli e di vento
ed avresti impegnato anche l'anima al monte
per cui ti trascinavi alla pari di un cane
Col tempo sai tutto va bene.

Col tempo sai
col tempo tutto se ne va
non ricordi più il fuoco
non ricordi le voci della gente da poco
e il loro sussurrare
non ritardare copriti col freddo che fà.

Col tempo sai
col tempo tutto se ne va
e ti senti il biancore di un cavallo sfiancato
in un letto straniero ti senti gelato
solitario ma in fondo in pace col mondo
e ti senti tradito dagli anni perduti
allora tu col tempo sai non ami più.

30/09/18

Volevo solamente vederti sorridere

Ti guardavo stasera mentre dondolavi sul divano e storcevi la bocca, ripetendo quei gesti che mi ero illuso fossero spariti per sempre. E' stata breve la tua primavera, chissà da quali forze sconosciute scatenata. Le stesse che se la sono riportata via.
Non chiedermi stasera perché passa il tempo o quando morirà papà. No so darti una risposta e sono stanco di pietose e rasserenanti bugie.
Te ne ho dette tante, troppe e non sono servite a nulla. Come a nulla sono serviti i miei sforzi, illusioni e vane speranze di un miracolo che non posso chiederti e non è giusto chiederti.
E' bene che torni in fretta nel mondo reale, a volare a quote più basse. Devo smettere di farti diventare una persona diversa da quello che sei, devo imparare ad accettare i tuoi limiti ed a rispettarli.
No, non è colpa tua. Tu ci hai provato, hai fatto tantissimo. Ma la verità è che questo mondo fa schifo e tu, giustamente, non hai affatto voglia di sopportarlo. La malattia è il tuo rifugio, una casa angusta e pericolante, ma meno complicata della vita.
E' il mio fallimento, non il tuo. E' che volevo solamente vederti sorridere.

18/09/18

La lucciola

Andrea è come una lucciola dalla luce intermittente. Quando si accende le distanze generate dalla sua malattia sembrano accorciarsi e nei periodi in cui la luce rimane accesa per giorni e settimane balena nella mia mente la speranza, più che l'ipotesi, di essere usciti dal guado ed aver trovato una strada sicura.
Poi, improvvisamente, la luce si spegne, senza preavviso o cause scatenanti. Tornano le ansie, le angosce e quei pochi passi avanti, quelle effimere certezze su cui ci eravamo aggrappati svaniscono nel nulla.
Non ci si abitua mai a queste dolorose montagne russe anzi, ogni volta è sempre più difficile gestire il senso di impotenza dei giorni oscuri. Si volge la mente al ricordo dei giorni belli per tentare di sopravvivere, ma è come mettere del sale su una ferita ancora sanguinante.
E la fatica di mostrarsi rassicuranti e sorridenti mentre le urla si strozzano in gola e le lacrime si asciugano ancor prima di uscire.
Stasera nemmeno le stelle sembrano aver voglia di mostrarsi, anche loro in attesa che sorga la luna. A rischiarare le anime in pena.

09/09/18

L'aspra montagna


Le gocce della felicità continuano a solcare questa impietosa domenica, fatta di pugni levati al cielo, di grida soffocate in gola, di disprezzo e solitudine.
L'amara solitudine, cura e condanna al contempo, culla e prigione d'ergastolano. 
A nulla vale rincorrere il mondo dei sogni, lontane sono le fantasie di mondi remoti, di vite diverse e felici.
La montagna è troppo aspra da scalare e le mie mani sono nude, piene di sangue e di cicatrici.
Quanta sofferenza sotto questo cielo privo di stelle.

17/08/18

Io e Andrea

Io e Andrea affrontiamo la vita così, in maniera sghemba e stonata. Perché le cose raddrizzate dagli altri ed i cori solenni ci hanno un po' rotto le scatole.
Io e Andrea non è che stiamo tanto a guardare le mode, ci vestiamo un po' così, infilandoci la prima cosa che troviamo dentro i cassetti dell'armadio. Perché c'è già troppa gente elegante fuori e bruttissima dentro.
Io e Andrea sentiamo sempre caldo, anche quando fuori c'è la tramontana e non vanno in giro nemmeno i cani randagi.
Io e Andrea, quando la musica si diffonde nell'aria, perdiamo il senso dell'orientamento e facciamo a gara a chi indovina prima la canzone che stanno suonando. E vince sempre lui.
Io e Andrea camminiamo sempre sottobraccio perché in definitiva ci proteggiamo l'un l'altro. Poi però lui mette la quarta e mi lascia sempre indietro di una ventina di metri perché io cammino lento come una lumaca.
Io e Andrea siamo due tipi strani forte, troppo solitari o troppo espansivi, troppo bambini o troppo maturi, due matti con qualche lampo di genio.
Io e Andrea, due teste sfasciate e un cuore enorme dove c'è posto per tutti: il suo.

16/08/18

L'indennizzo

Lo avrai
società Autostrade per l'Italia
l'indennizzo che pretendi da noi italiani.
Ma in quale modo
a deciderlo tocca a noi.

Non con i sassi logori
del ponte che dovevi accudire.
Non con la terra dei cimiteri
dove ignari uomini, donne e bambini
riposeranno lontano dai loro cari.
Non con la pioggia
che ha bagnato i loro corpi
e le mani prodighe dei soccorritori.

Ma soltanto col silenzio dei morti
più duro di ogni macigno.

(Liberamente tratto dall'epigrafe di Pietro Calamandrei in risposta Albert Kesselring, comandante in capo delle forze armate di occupazione tedesche in Italia)

E invece la pagheranno.

E invece la pagheranno i responsabili del crollo del ponte di Genova. L'Italia non può morire soffocata dalla sua indifferenza e dalla sua corta memoria.
Prima o poi verrà il giorno in cui impareremo che è meglio vivere nella banale ordinarietà che nell'eterna emergenza frutto del tirare a campare e della triste arte di arrangiarsi.
Accadrà, perché nulla è immutabile in questo mondo, anche nel nostro strano paese. E per onorare i morti innocenti sotto il cavalcavia sarebbe giusto che la svolta iniziasse oggi.
In queste ore uomini politici di infimo ordine, sempre alla spasmodica ricerca di mazzette, legati a doppio filo col malaffare che sta uccidendo la nostra nazione, hanno perso l'ennesima occasione di tacere, sporcando la loro bocca e la loro anima con le loro luride argomentazioni, vomitando addosso ad altri le loro responsabilità politiche pluriventennali.
Mentre si ode il pianto dei parenti delle vittime innocenti.
L'Italia uscirà dal fango cui è stata gettata: non sarà semplice né una cosa breve; e dipenderà dalla voglia di riscatto che è in ciascuno di noi.
E coloro che nei prossimi giorni, mesi ed anni opporranno resistenza al cambiamento, a questa salvifica ricerca di una nuova dignità e serietà saranno i veri nemici della patria.
Andranno combattuti, isolati, lasciati marcire nella loro ignobile disonestà intellettuale. Con la stessa fermezza morale che hanno avuto i nostri padri fondatori della Costituzione.
Dobbiamo diventare tutti partigiani contro la corruzione, contro un nemico capace di nascondersi e travestirsi da agnello.
Dobbiamo fare in modo che i nostri figli un giorno possano essere finalmente fieri di noi.

10/08/18

Lettera del 10/08/2018

Caro Andrea,
un po' di sereno è tornato e mi piace credere che sia in parte merito dei discorsi che riusciamo a fare nelle nostre mattinate estive. Devo districarmi in mezzo alle tue domande ricorrenti: il tempo che passa, l'inizio dell'anno scolastico, la mia data di nascita.
Tutte frasi che usi per farci sapere della tua paura della morte, della morte di mamma e papà, e della paura dei petardi e dei botti che deflagrano durante gli spettacoli pirotecnici.
Usi questo protocollo comunicativo perché le tue paure fanno troppo paura per poter essere nominate. Ma, tra uno stereotipo ed un altro, provo ad andare più in profondità, ti spingo a parlare delle tue paure: non per scacciarle, nossignore.
Caro Andrea, le paure o - se vogliamo chiamarle col termine tecnico - le ansie, sono come dei bambini piccoli che vivono dentro di noi, neonati che non sanno parlare e che gridano per farsi ascoltare, provocandoci stress ed agitazione.
Dobbiamo quindi imparare ad amarle, a coccolarle, così si tranquillizzano e non piangono più. Perciò ogni mattina daremo il buongiorno alle paure della morte e dei botti, diremo loro che le proteggeremo e che le staremo vicini per sempre. Ma caro Andrea, queste paure vogliono sentire la tua voce, si fidano solo di te per smettere di piangere.
Sono certo che ce la farai perché nella tua vita hai dato prova di grande coraggio e di grande forza morale. Io sono sempre stato convinto che tu sia una persona speciale, sincera e sensibile come nessuno al mondo. E nulla mi farà mai cambiare idea. Vedrai, fratello mio caro, verrà il giorno che te ne renderai conto anche tu, e quel giorno sarà il giorno più bello della tua vita. Il primo di tanti giorni sereni che meriti e che ti appartengono.
Andrea mio, ti sono debitore di tante cose che oggi mi è difficile spiegare: posso solo dirti con assoluta certezza che hai reso una persona migliore me e tutti i membri della famiglia cui tieni tantissimo e cui hai dedicato tutte le tue risorse fisiche e psicologiche fin dalla più tenera età. Ma adesso, che ci hai resi uniti come nessun altro sarebbe riuscito a fare, è giunto il tempo di dedicare le tue enormi possibilità a te stesso, alla tua serenità ed al tuo benessere interiore.
Forza Andrea, fidati di te. Il mondo ti sta aspettando, assetato della tua dolcezza.

08/08/18

I vaccini secondo uno stupido (ossia io)

Confesso di trovarmi a disagio nell'argomentare sull'obbligatorietà dei famosi o famigerati 10 vaccini. Perché non ho le sufficienti cognizioni scientifiche e mediche per dare giudizi seri e definitivi.
E a dire il vero non trovo dirimenti le motivazioni degli uni e degli altri, soprattutto quelle dei fan scriteriati che popolano sia l'uno che l'altro fronte.
E' innegabile che qualunque farmaco abbia effetti indesiderati, dall'aspirina al vaccino. Quindi i medici ed i ricercatori che affermano che i vaccini siano innocui al 100% andrebbero severamente sanzionati dagli ordini di appartenenza.
E' anche strano come una classe politica in cui c'è gente che ucciderebbe la madre per una poltrona da sotto sotto sotto segretario senta improvvisamente l'esigenza umanitaria di salvare milioni di vite grazie ai vaccini.
Ma è altrettanto vero, per onestà intellettuale e verità scientifica, che molte malattie oggi siano state debellate grazie alla vaccinazione di massa, avvenuta negli anni 50 e 60 del secolo scorso. Oggi la poliomielite è praticamente scomparsa nel nostro paese, come il vaiolo ed altri eventi infettivi che portavano alla morte o a gravi conseguenze fisiche.
Purtroppo sono un illuminista fuori tempo massimo, credo soprattutto al metodo scientifico e ai dati che possono essere provati in esperimenti ripetibili. Per questo se avessi un figlio io mi assumerei la responsabilità di vaccinarlo, dietro i consigli del pediatra.
Ma proprio perché illuminista sono contrario a qualunque forma di obbligo che non sia un obbligo morale, tranne nei casi di forza maggiore come epidemie o pandemie.
Se non vuoi far vaccinare tuo figlio per la pertosse te ne assumi la piena responsabilità. Ma se nella malaugurata ipotesi dovesse morire di pertosse dovrai fare i conti con la tua coscienza per tutta la vita. E lì non c'è alcun vaccino che possa alleviare il dolore.

04/08/18

Sono fatto per le intemperie

Sono fatto per le intemperie, le tempeste e le burrasche. Nei mari calmi e quieti smarrisco la rotta e vado alla deriva.
Abituato come sono ai marosi imponenti, do il meglio di me quando tutto mi si rivolge contro, anche se le forze mi abbandonano e la volontà vacilla e si rifugia nell'oblio dei ricordi.
Sarà questo mio lato del carattere che mi fa amare i temporali, i tuoni, i fulmini, le nubi nere che si addensano all'orizzonte; il fuoco acceso nel camino, il crepitio della pioggia sui vetri delle finestre, il tenue tremore della luce delle candele quando va via la corrente elettrica.
Tutto questo caldo e la luce accecante del sole mi rendono inquieto, mi costringono ad abbassare la guardia ed a mostrare le mie fragilità, prive di alibi e motivazioni.
Nell'oscurità squarciata dai fulmini procede il mio natante, in una rotta a me ancora ignota.

22/07/18

In ricordo di Giovannino

"Certo che è una bella carognata!"
"Don Camillo!" - ammonì severamente la voce del Cristo - "Ti pare questo il linguaggio da tenere dentro la casa del Signore?"
"Scusate Gesù" - bofonchiò il prelato a testa bassa - "Ma lo sapete, le ingiustizie proprio non le posso sopportare!".
Don Camillo iniziò a passeggiare nervosamente su e giù tra i banchi della chiesa. Le mani dietro la schiena con i pugni uniti lo rendevano ancora più grosso di quanto madre natura lo avesse fatto.
"Avanti Camillo, sfogati, altrimenti tra un po' esplodi" - disse la voce del Cristo, impietosito dall'agitazione del prelato.
"Che giorno è oggi, Signore?" - sbottò don Camillo che sudava come carpentiere a ferragosto.
"Ho creato il tempo e vuoi che non sappia che giorno è oggi?" - rispose il Cristo.
"Scusate Signore, intendevo dire oggi è il 22 luglio 2018." aggiunse don Camillo che ormai sembrava una vaporiera.
"Una bella giornata estiva, che mio Padre ha avuto la bontà di mandare a tutti i tuoi concittadini." proseguì il Cristo.
"Gesù qui non è questione di estate o inverno." - muggì don Camillo - "Cinquant'anni fa moriva Giovannino Guareschi!".
"Lo so, don Camillo." - rispose il Cristo con un velo di tristezza - "Ricordo bene quella giornata, da allora non ho più parlato, né a te né a nessun altro".
"E ti sembra giusto che nessuno si sia ricordato di lui?" - esplose don Camillo - "Non dico una cerimonia ufficiale, con la fanfara e i discorsi di quelli della città, ma almeno un trafiletto su un giornale. In fondo è stato internato nei lager nazisti mente tanti altri aderivano alla repubblica di Salò. Almeno quello potevano scriverlo".
"Sic transit gloria mundi." - rispose il Cristo - Gli uomini dimenticano gli altri uomini. Ma restano le loro opere, le testimonianze e gli scritti."
"Ma almeno una candela, Signore!" - rispose don Camillo mentre crollava seduto sull'ultimo banco, semi nascosto dalla colonna portante della chiesa. 
"Chi può dirlo, don Camillo. Chi può dirlo." - sussurrò il Cristo per non farsi sentire. Perché in quel mentre si aprì la porta della chiesa ed entrò un figuro intabarrato fino al collo e con un gran cappello a falde larghe che copriva il suo volto, nonostante la canicola estiva.
Si tolse il cappello, si fece il segno della croce e si avvicinò furtivamente all'altare. Nascondeva qualcosa di grosso dentro il cappotto, si capiva dalla goffaggine dei movimenti. Arrivato ai primi banchi della chiesa, improvvisamente svoltò sulla sua destra, abbozzando un inchino al crocifisso, e si diresse nella piccola navata dove c'era la statua della Madonna.
Finalmente estrasse dal cappotto l'oggetto che teneva gelosamente custodito. Era a forma di cilindro ed era grande all'incirca quanto un bazooka. Tirò fuori dalla tasca un accendino, fece scoccare la scintilla ed accese lo stoppino che era in cima.
Don Camillo, che pure aveva fatto la guerra e conosceva bene le armi si guardò bene dall'intervenire, anzi, si nascose ancor di più dietro la colonna della chiesa.
L'omaccione, rimase qualche istante in silenzio e poi iniziò ad articolare delle frasi di senso compiuto davanti alla statua della Madonna.
"Signora, lo sapete, io non ho potuto studiare e non sono molto bravo a fare discorsi. Però voglio che Lei si ricordi di quel porco reazionario di Giovannino Guareschi!".
Don Camillo iniziò di nuovo a sudare come un eschimese nel deserto, ma non si mosse di un millimetro.
"Sì era un reazionario." - continuò l'omaccione - "Ma era un brav'uomo. Uno che aveva una parola sola e non se la rimangiava.". 
"Mi raccomando Signora." - proseguì l'energumeno - "non una parola con suo figlio di questa chiacchierata, altrimenti quello spiffera tutto a Don Camillo. Siamo intesi, eh? Riverisco!"
L'uomo se ne andò in tutta fretta dalla chiesa e, mentre usciva, si premurò di non farsi vedere da nessuno.
"Hai visto Don Camillo?" - esordì il Cristo - "Qualcuno si è ricordato del tuo Giovannino. E guarda che candela ha acceso davanti a mia Madre! E' alta più di un metro!".
"Signore!" - rispose Don Camillo con un groppo in gola - "Che valore possono avere le parole di un senza Dio come Peppone?"
Ma si vedeva lontano mille chilometri che era felice e che, una volta tanto, avrebbe voluto abbracciare il sindaco del suo paese.
Strane storie accadevano nella Bassa, dove anche un crocifisso ed una statua della Madonna sorridevano ad un sacerdote con le mani grandi come due badili e le lacrime agli occhi dalla felicità.

16/07/18

Lettera del 16 luglio 2018

Caro Andrea,
sarai andato a dormire, mio piccolo eroe. Ed io non ti ho dato la buona notte. Chissà se sei già nel mondo dei sogni o le paure ti impediscono di prender sonno. Ed io sono qui, a casa mia, che mi arrovello e soffro perché non sono lì con te, a raccontarti tante cose, quelle storie che capiamo solo tu ed io.
Mi manchi tanto, fratello mio, anche già dopo cinque minuti che ti ho lasciato. Sei con mamma e papà ma io non mi sento a posto con la coscienza, sto male al pensiero di saperti sempre solo, in compagnia dei pensieri che ti addolorano così tanto.
Ti ho visto triste, ieri sera sul balcone, mentre guardavi le persone che popolano la vita notturna del nostro paese. Avrei preferito piuttosto vederti urlare e saltare. E invece no, guardavi serio serio il mondo circostante senza dire nemmeno una parola. Se qualcuno mi avesse accoltellato avrei provato meno dolore.
Quella tristezza non riesco a togliermela dal cuore. Devo trovare il modo di starti ancora più vicino, anche se non so se questa sia la cosa più giusta da fare per la tua autonomia, per me e per la mia vita coniugale.
In realtà non so più nemmeno io cosa fare, ma starti vicino mi da l'idea di fare la cosa giusta. Poi mi piace tanto parlare con te, cercando il più possibile di trattarti da persona adulta, anche se gli argomenti sono pochi, sempre gli stessi e spesso tutt'altro che allegri.
E mi dai tanta forza e tanta sicurezza. Sì hai capito bene, con te accanto il futuro non mi fa paura e sento di riuscire a fare cose che da solo non sarei in grado di fare.
Vedi Andrea quanto mi sei di aiuto? Ma non solo a me, anche a mamma e a papà: sei tu il vero bastone della loro vecchiaia non io, bravo solo a scappare ed a fuggire.
Ecco perché sei il mio eroe, perché, nonostante le difficoltà che devi superare, non hai mai smesso di essere il bene più prezioso della famiglia, l'animo più nobile e sensibile.
Come vorrei che ti guardassi così come ti vedono i miei occhi, come vorrei che ti stimassi e ti volessi bene come io ti stimo e ti voglio bene. Proveresti una grande soddisfazione verso te stesso, ti sentiresti importante, perché lo sei, tesoro mio.
Non guardare più il mondo con gli occhi tristi, angelo mio, perché di uomini dal cuore grande  e dall'animo sensibile come il tuo non ce ne sono molti. Anzi, come te non c'è nessuno e non solo sulla terra.
Caro Andrea, spero che adesso tu sia riuscito ad addormentarti: buona notte tesoro mio e ricordati sempre che, se anche non sono fisicamente con te, tu sei sempre il mio primo pensiero. E che sono tanto fiero di te.

15/07/18

Lettera del 15 luglio 2018

Caro Andrea,
siamo entrambi a metà del guado. Non possiamo tornare indietro, rincorrere una impossibile ed eterna fanciullezza spensierata, perché il tempo non può invertire la rotta.
Non possiamo rimanere nel mezzo, fragili ed esposti alle rapide del fiume, perché il tempo non si può fermare.
Non abbiamo alternative, possiamo andare solo avanti, stringerci forte per allontanare le nostre paure e le nostre insicurezze.
Non conosco la direzione, se sarà una strada agevole o tortuosa, se approderemo in un isola felice o annasperemo disperati tra i flutti.
So solamente che ho bisogno di te per andare avanti, di un Andrea che viva nel presente, pur con tutti i tuoi limiti ed i tuoi silenzi.
Tu sarai il mio cuore ed io l'esperienza che ancora non hai. Potremo almeno provarci, sai.
Anche io, come te, ho tanta paura. Non so più cosa fare, dove guardare, in che modo reagire. Tu puoi capirmi, Andrea caro, queste ansie le sperimenti ogni giorno, nella camera oscura della tua psiche.
Siamo così simili, fratello mio: il destino si è divertito a separarci di pochi centimetri, ma tra noi ha fatto passare il confine più atroce che possa esistere, quello che separa il mondo dei cosiddetti sani da quello dei malati psichici.
Io posso abbracciarti, stare seduto accanto a te, prenderti per mano. Eppure c'è sempre quel maledetto filo spinato che graffia il mio cuore e lo fa sanguinare.
Sapessi quante volte ho provato a sgretolare questo muro di confine: in certi momenti mi è parso di riuscirci ed invece le macerie mi sono sempre cadute addosso, seppellendo la mia felicità ed il mio entusiasmo.
Spesso, quando usciamo di casa, ti prendo per mano, tra gli sguardi attoniti di chi ci sta attorno, un misto di pietà e commiserazione. Non lo faccio per sfiducia nei tuoi confronti ma solo per farti sentire che quel maledetto confine non esiste. Se io posso prenderti per mano è evidente che io e te apparteniamo allo stesso universo, alla stessa realtà, che il cielo che ci guarda indifferente è lo stesso sia per me che per te.
Non pretendo né mi illudo che un giorno tu riuscirai ad infrangere le spietate leggi della malattia mentale.
Ma io sì, io posso fingermi pazzo, o magari diventarlo davvero, per poter attraversare il confine e mettermi seduto accanto a te. Così finalmente smetterai di guardare a me come il fratello bravo, studioso e maturo. E vedrai solo un uomo che ti vuole un bene sconfinato e che, di tanto in tanto, cercherà di strapparti un sorriso.

08/07/18

Il dipendente pubblico (mancato).

Mio nonno paterno era un dipendente pubblico. Come mio nonno materno e del resto anche mio padre. E' evidente che nel mio DNA, nel mio carattere ci sia una predisposizione a lavorare nel settore pubblico.
In effetti io lavoro per vivere e non il viceversa, non ho mai avuto ambizioni di potere e ho sempre pensato che la carriera sarebbe arrivata come premio per gli anni di onesto lavoro compiuto con serietà e dedizione.
Sarei stato insomma un buon dipendente pubblico, come prima di me mio padre ed i miei nonni. Di quei dipendenti pubblici che lavorano anche per gli altri cinquanta che timbrano il cartellino e se ne vanno, prendendo tuttavia il loro stesso stipendio.
Ma non me ne sarebbe importato nulla: io ci tengo a prendere sonno la sera ed a non sputarmi in faccia quando faccio la barba alla mattina.
Ed invece sono andato a finire nel settore privato. Una cosa da non credere. Un errore di gioventù, consigli sbagliati o scarsa conoscenza di me stesso?
Forse sono vere tutte e tre le cose, chi lo sa. Ma in verità, appena finiti gli studi universitari, mi sentivo un semi dio. Avevo superato certi esami nella facoltà in cui mi sono laureato talmente astrusi, senza testo di riferimento e con professori al limite della patologia psicopatica che ritenevo avrei potuto affrontare qualunque cosa nella vita senza il minimo imbarazzo.
In realtà mi sbagliavo: l'università è solo l'antipasto della vita, avevo soltanto digerito e con difficoltà, leggerissimi aperitivi analcolici.
Ho voluto giocare in un campo che non era mio. Per un po' è andata bene ma poi si è rivelato incolmabile lo scollamento tra quello che sono veramente e quello che pretendevano che io diventassi.
Avrei potuto fare marcia indietro quando ancora ero in tempo, ma allora ero giovane, forzuto e, soprattutto testardo.
Adesso sono in balia degli eventi, delle riforme pensionistiche, del susseguirsi dei governi, dei direttori dell'INPS e della congiuntura economica internazionale.
In poche parole navigo a vista ed in acque non propriamente salubri e chiare.

Lettera del 8 luglio 2018

Caro Andrea,
vederti così, addormentato sul divano alle 10 di sera, stordito dagli psicofarmaci che non hanno mezze misure, mi fa stare male. Non era quello che volevo, Andrea mio, non volevo renderti un'ameba, impedirti di essere te stesso. Non volevo disfarmi dei tuoi problemi seppellendoti di gocce. Perdonami tanto, tesoro mio: cercherò di trovare un dosaggio migliore, ammesso che esista. Perché gli esseri umani cambiano ogni istante e non esiste una formula matematica che possa dosare la felicità.
Mi sento un verme, fratello mio, per averti ridotto così, e se dovesse continuare questa situazione di sonnolenza serale abbasseremo drasticamente quelle gocce maledette: preferisco vederti agitato ed ansioso che in questo stato semi vegetativo.
Ti guardavo, sai, mentre dormivi seduto sul divano, mano nella mano di papà, addormentato anche lui. In questi ultimi venti anni ho imparato ad accettare la tua malattia e a non scambiarla per un capriccio caratteriale. Tuttavia non riesco a farmene ancora una ragione, né credo ci riuscirò mai.
Sei un ragazzo, anzi, un uomo di bello aspetto, gentile ed educato. A quest'ora avresti dovuto essere con tua moglie ed i tuoi figli, magari insieme con i tuoi amici, a trascorrere un sabato bello, sereno e rilassante. Invece niente di tutto questo, hai avuto una vita di segregazione, di paure e di ansie, senza nessun amico con cui poterti confidare, senza un vero amore che avesse potuto riscaldarti il cuore.
Io sono solo tuo fratello, ho cercato di darti tutto l'affetto di cui dispongo, in questi ultimi anni ho cercato di rubare i minuti alla vita pur di starti accanto e farti un po' di compagnia. Ma non posso surrogare quello che la vita ti ha impedito di avere.
Un fratello è pur sempre un fratello, un rompiscatole che viene alla solita ora, con cui parlare delle solite cose. Un amico è tutta un'altra faccenda: ti viene a cercare quando meno te lo aspetti, ci vai a mangiare una pizza, ci litighi e poi ci fai pace. Non parliamo poi di un'amore, di una moglie e dei figli: quante gioie avesti potuto avere e non hai mai avuto, Andrea mio adorato.
Qualunque cosa io faccia non sarà mai abbastanza per risarcirti dei torti che la vita ti ha fatto patire.
Ti prometto che domani cercherò di convincere mamma e papà ad abbassarti un po' il dosaggio delle gocce. La serenità dovremo conquistarcela col sangue e col sudore, piangendo e maledicendo tutte le divinità conosciute. Sbattendo la testa sul muro mille volte.
Ma non così, non è giusto privarti della tua coscienza, anche se a fin di bene.
Dormiremo quando avremo imparato entrambi ad amare le nostre paure, a riconoscerle senza più averne timore. Quando daremo del tu ai nostri sensi di colpa. Quando saremo in grado di piacerci per quello che siamo e non per ciò che avremmo dovuto essere.
Buona notte, stella mia, domani il sonno sarà soltanto una tua scelta ed una tua spontanea necessità. Te lo prometto. Te lo prometto.

07/07/18

Quando Andrea se ne va

Ci sono periodi dell'anno che Andrea se ne va. Non fisicamente, ma mentalmente. Le ansie, le paure e le fobie prendono il sopravvento su di lui e ne dominano i comportamenti. In questi periodi Andrea è impenetrabile: non vuole contatti con gli altri, si chiude in una serie di comportamenti ossessivi che rendono impossibile qualunque forma di colloquio.
E' in questi momenti che sento di più la sua mancanza: mi manca il suo sorriso, la sua ingenua bontà, il suo totale altruismo, il suo amore per la musica.
Ci provo in tutte le maniere a sconfiggere il muro di cinta ma senza alcun risultato. E riesco ad immaginare cosa provino i genitori di bambini autistici, isole meravigliose ma inaccessibili.
Poi, con l'aiuto dei farmaci, della tenacia di Andrea che, evidentemente, all'interno del suo castello, combatte da solo le sue battaglie con grande forza e dignità, e di un po' di fortuna che, seppur latitante in casa Maciocchi, rimette in moto i meccanismi oscuri della mente, Andrea riaffiora lentamente, con alti e bassi.
Me ne accorgo subito: gli occhi tornano splendidi, grandi e sereni. Torna il sorriso e la voglia di parlare, di interagire, nei limiti delle sue capacità.
Torna, a poco a poco, il mio migliore amico, il mio eroe, colui che ascolta le mie confidenze, almeno quelle che penso possano aiutarlo a star bene.
Torna la vita, il sangue comincia a scorrere di nuovo dentro le mie vene, ed il cuore si rende conto che non batte più invano. 

05/07/18

Lettera del 5 luglio 2018

Caro Andrea,
visto che il destino mi impedisce di avere con te un rapporto "normale", ho deciso di iniziare un rapporto epistolare, non so con quale cadenza, nell'utopia di poter sconfiggere le nostre barriere verbali ed intellettive con le parole scritte.
Non so se leggerai mai queste lettere, se qualcuno te le mostrerà mai. Io intanto le scrivo per il piacere di raccontarti quello che mi accade quotidianamente. Sapendo che la tua profonda sensibilità ti farà percepire quello che ho da dirti meglio di chiunque altro.
Caro Andrea, anche oggi sono inchiodato in ufficio, senza far nulla, da tre anni a questa parte. E come sempre, appena mi accingo a scrivere qualcosa, l'open space si anima di rompicoglioni.
Dicevo che sono tre anni che non lavoro, percependo per fortuna lo stipendio: l'azienda non sa più che farmi fare e quando si ricorda di me, cerca di rifilarmi i mestieri più assurdi, senza darmi un minimo di formazione. In buona sostanza mi affibbia la merda che i raccomandati scansano come la lebbra, rogne senza fine, che non danno alcuna visibilità e che non mi salveranno in alcun modo dalla mobilità prossima ventura.
Fortunatamente ho imparato a dire di no, esponendomi tuttavia al rischio concreto di licenziamento per giusta causa, anche se la legge 104 di cui usufruisco per la malattia di mamma mi fornisce un  minimo di paracadute.
Tuttavia, Andrea, sai che tuo fratello non è di indole scansafatiche: questa forzata inattività non è una condizione che vivo serenamente, sono abituato a guadagnarmi lo stipendio e soprattutto odio i parassiti ed i paraculi che infestano gli uffici pubblici e privati. Vivo questa fase della mia vita con grande difficoltà psichica, che si riflette ovviamente nel tono dell'umore.
Mi dispiace che a farne le spese sia soprattutto Patrizia, che ha un carattere diametralmente opposto al mio, e che vorrebbe fare le cose che tutte le persone della nostra età fanno: ma io sono ormai ridotto ad una ameba, non desidero altro che stare qualche ora con te e godere, quando è possibile, del tuo sguardo limpido, buono e sereno.
Sono sinceramente arrivato alla frutta, caro fratello mio, ma non posso darlo troppo a vedere né a te né a mamma e papa, che sono vecchi e parecchio malandati.
Certe volte penso che la cosa migliore per me possa essere un ricovero presso una struttura medica, una clinica o quant'altro. Non per una cura che evidentemente non esiste, ma per stare qualche mese da solo, in silenzio, senza pensare a niente e senza più alcuna responsabilità.
Che bello sarebbe mondare il cervello di tutti i suoi algoritmi e di tutte le sue preoccupazioni: il lavoro, la tua malattia, la vecchiaia dei nostri genitori. Smettere di occuparsi e preoccuparsi.
Immagino che lo pensi anche tu, che ancora più di me avresti bisogno di un po' di tranquillità nella tua vita e nella tua mente.
Scusami se questa lettera è un po' caotica e pasticciata ma in open space è impossibile fare di meglio. Prometto di continuare a scriverti, di raccontare tutto quello che frulla nella mia mente. Tu giurami di continuare a volermi bene come hai fatto da sempre. Sei l'unica speranza che ancora mi tiene in vita.
Ti abbraccio e a presto.

04/07/18

E così sia

Caro Andrea,
in questi giorni in cui le ansie hanno preso il sopravvento su di te sento tutta la fatica del peso delle mie responsabilità. Sono stati giorni durissimi anche per me: ho sbandato, ho deragliato, sono caduto e non sono certo di essere riuscito ancora a rialzarmi.
In questi ultimi anni hai compiuto dei passi avanti giganteschi, mi ero abituato ad avere accanto un fratello simpatico, giudizioso e col sorriso sulle labbra.
Vederti improvvisamente tornato indietro di un decennio mi ha colto sinceramente impreparato. Mi è difficile persino esprimere la sofferenza che ho provato in questi giorni, troppo forte, troppo violenta, come un vecchio incubo che sembrava ormai svanito e che invece si materializza di nuovo.
E' stato un KO violentissimo, ho dovuto fare ricorso anch'io ai tranquillanti che stai prendendo tu, non me ne vergogno affatto. E per questo sono ancora stordito e mi è difficile articolare pensieri e frasi di senso compiuto.
Sono stato così male che mi ha dato fastidio la compagnia delle persone, le loro frasi ed i loro problemi, così banali rispetto ai tuoi. Ai nostri.
Avrei voluto fuggire, nascondermi da tutto e tutti in una vita monastica e di clausura. Una piccola cella, una branda ed un caminetto: questi avrei voluto come compagni di viaggio per il resto dei miei giorni.
Ti dirò di più, in questi giorni di dolore fisico e psicologico tutto ha perso di significato: ho smesso di distinguere il giorno dalla notte, la vita dalla morte.
Ma non ho mai smesso di volerti bene, anche nei momenti più drammatici non mi ha mai sfiorato il pensiero di rimproverarti per il tuo comportamento, a differenza di altri.
Mi rimprovero di essere scappato via, domenica pomeriggio, ma stavo per esplodere e non volevo che mi vedessi dare in escandescenze: non sono affatto uno stinco di santo, Andrea mio, e tu lo sai benissimo.
Me la sono presa con gli incolpevoli muri e le ignare suppellettili della casa, ho distribuito calci e pugni a sedie, tavoli, porte, armadi e poltrone, fino a quasi fratturarmi un piede.
E allora giù gocce di EN come se piovesse, come l'alcolista cerca il vino per stordirsi e smettere di far funzionare il cervello.
Non so quanto durerà questa tua crisi Andrea, se mai tornerai l'adorato fratello di due anni or sono, se questo episodio sia l'ultimo drammatico sussulto che ti porterà ad una maturazione accettabile o l'inizio di una fase turbolenta che credevamo finita per sempre.
Quello che è certo è che non credo di avere più la forza fisica e psicologica per sopportarne un'altro. Ho preso troppi pugni in faccia dal destino, fratello mio. Lascerò che l'arbitro conti fino a dieci.
E così sia.

01/07/18

La stoffa dell'eroe

Caro Andrea,
ti chiedo perdono ma oggi non posso fare altro che ammettere il mio fallimento nei tuoi confronti. Ho provato a farti camminare con le tue incerte e deboli gambe con le medicine che ritenevo fossero le migliori e le più efficaci: l'amore, il rispetto ed il riconoscimento dei tuoi meriti.
Per un po' è sembrato funzionare, ma avevamo vinto una battaglia, non la guerra.
Oggi i mostri che affollano la tua mente sono tornati, ancora più feroci e sanguinari, perché si sono sentiti per la prima volta minacciati. Hanno sfondato su tutta la linea, siamo sbandati come a Caporetto. E quel che è peggio ti hanno portato via da me.
Quello che ho davanti  non è più mio fratello ma un automa dondolante, schiavo delle sue paure, in preda a comportamenti ossessivi e compulsivi, scollegato dalla realtà e dagli affetti che lo circondano.
Ti ho perduto e chissà per quanto. Ma è l'illusione di averti strappato ai tuoi demoni la cosa che più mi addolora e demoralizza.
Ho fallito, Andrea caro, non ho fatto abbastanza o forse i mostri con cui abbiamo combattuto insieme per tanti anni sono troppo forti per le nostre misere anime.
Oggi ho avuto paura Andrea, i nostri nemici mi stanno distruggendo la mente ed il cuore: sono scappato come un codardo davanti ad un esercito inferocito e che non fa prigionieri. Tu no, sei rimasto, non potevi fuggire.
Perdonami, non sono l'approdo di cui avresti bisogno, non sono niente, nemmeno un fratello degno di questo nome.
Sono solo un poveraccio cui è capitata una sventura più grande delle sue possibilità, un mediocre che non sa gestire la sua vita, figuriamoci quella degli altri.
Mi vergogno tanto, Andrea mio, ti ho abbandonato: non è stata la prima volta e probabilmente non sarà nemmeno l'ultima.
Sapessi quanto è penoso indossare i panni dell'eroe, senza averne la stoffa.

24/06/18

In cerca della felicità

Ci deve essere una strada che porta alla felicità. Io la immagino alberata, fresca, piena dei buoni odori dei fiori di campo che le crescono accanto e con scorci panoramici suggestivi.
Non è sempre in discesa, ci sono delle salite impervie, curve pericolose ed incroci con segnalazioni ambigue. E' facile perdersi: una distrazione, cattivi compagni di viaggio, a volte solo un po' di sfortuna.
E non tutti, una volta smarriti, sono in grado di trovare di nuovo la giusta direzione. I più fortunati trovano qualcuno che li prende per mano: in due si cerca meglio.
Altri continuano a girare in tondo, in un moto perpetuo che vorrebbe simulare l'eternità, ma che prima o poi ha una fine. Per tutti.
E' l'ignoto che da la speranza ai viandanti. Il fatto di non conoscere il proprio destino spinge alla ricerca di nuove vie, nuovi sentieri che potrebbero essere quelli giusti.
Ma per alcuni il destino è un vicolo cieco, una strada senza uscita ove andare avanti è impossibile, così come tornare indietro. Per alcuni il futuro è scritto a caratteri cubitali, in un inchiostro crudelmente indelebile: non c'è mistero né incertezza.
Sono i più sfortunati, perché pur conoscendo la strada, non possono percorrerla, obbligati dalla vita a fare tragitti che non appartengono loro, ma cui non possono sottrarsi.
Occorre indulgenza per costoro: sono quelli che portano sulle spalle i pesi più gravosi, per cui i giorni sono tutti uguali ed il mattino non ha mai l'oro in bocca.
Eppure meriterebbero di essere felici più di ogni altro, per l'alto prezzo che pagano senza essere colpevoli, meriterebbero di raggiungere quella bella meta che possono solo sognare, tra una fitta e l'altra del cuore

17/06/18

La via di fuga

Quando mi assalgono i pensieri più neri e tutto l'universo sembra collassare sopra le mie spalle riesco a trovare consolazione in quei pochi minuti che separano la veglia dal sonno, quando vado a coricarmi a letto.
Abbiamo fatto un patto, il mio giaciglio ed io: le preoccupazioni non possono salire nel letto ma debbono rimanere sul pavimento, tra le pantofole, pronte per essere indossate l'indomani.
Liberato da questo fardello e coricato da un lato, inizio a sognare le immagini che maggiormente mi acquietano, in genere luoghi e ricordi della mia infanzia.
In queste ultime notti il leitmotiv che mi accompagna al sonno é la vecchia casa dei miei nonni. Una casa modesta di nemmeno 50 mq., con due camere, una cucina ed un piccolo bagno ricavato all'interno di essa.
Ricordo la cucina economica a legna, adibita alla preparazione delle vivande ed al riscaldamento della casa. Gli scaldaletto in ghisa, con dentro la brace ardente, messi dentro le coperte dei letti per tenerli al caldo.
La radio "Geloso" in bachelite color panna in cui nonno ascoltava i giornali radio, le operette e le commedie trasmesse dai vari studi della RAI, disseminati in tutta italia.
Il giradischi "Lesa", bianco e verde, con la doppia puntina per i dischi a 78 giri e per quelli a 45 giri, con cui zia Sandra ascoltava i successi dei cantanti italiani della fine degli anni 50.
Ma è il piccolo bagno che risveglia i ricordi più belli: era talmente piccolo da non potere ospitare una vasca da bagno in tutta la sua lunghezza. Vi era invece, e vi è ancora, una piccola vasca "a seduta" con due livelli dove, appunto, ci si può fare un bel bagno rilassante seduti ma non sdraiati.
E sopra di essa un piccola finestrella che rivolge lo sguardo al campanile del paese, con il suo orologio ed il suono delle campane a scandire il passare del tempo.
Io ogni sera, prima di addormentarmi, mi immagino questo scenario chissà perché immerso in una fredda sera d'inverno, con tuoni pioggia e fulmini.
Vedo mio nonno, mamma e zia Sandra che si scaldano vicino la cucina a legna, mentre nonna è intenta a preparare la cena.
E improvvisamente i muscoli del mio corpo smettono di essere tesi come corde di violino, il respiro si fa meno affannoso, i battiti del cuore si fanno regolari e quieti.
Una piega della mia bocca abbozza un impercettibile sorriso e finalmente mi addormento, sereno, come mai sono stato nella vita e mai lo sarò.
Queste sono le ore, forse i minuti più belli della mia giornata: l'unica fuga possibile dalla prigione che mi è stata donata dal destino e che non ho avuto la forza ed il coraggio di rifiutare.

08/06/18

L'alberello

La casa dei miei nonni è situata su una aspra salita che porta verso la piazza comunale. Lungo i marciapiedi della via erano piantati, sino a qualche anno fa, una serie di piccoli alberelli di Bossolo: uno di essi era posto proprio davanti alla porta della casa dei nonni, quasi a farne da guardia.
Gli arbusti di bossolo non sono alberi imponenti come la quercia o il pioppo, non riparano dalle intemperie né forniscono l'ombra di un ciliegio.
Eppure mio nonno, durante i mesi della canicola estiva, accostava la sedia "da regista" al tronco e si sedeva sotto il piccolo ombrello d'ombra con la sua inseparabile "Settimana Enigmistica".
Si immergeva a capofitto tra cruciverba, sciarade e rebus con la sua penna Bic inderogabilmente nera e a punta fine e a me lasciava i giochi più semplici, come collegare una sequenza di punti numerati o annerire delle porzioni di una vignetta per ottenere un disegno di senso compiuto.
Mi sembra ancora di vederlo, elegantissimo, sempre in giacca, cravatta e gilet; la brillantina Linetti sui capelli bianchi e non foltissimi, il distintivo dei reduci della guerra d'Etiopia sull'occhiello della giacca ed il pacchetto di sigarette "Nazionali con filtro" pronto per essere usato.
Nonno mi ha lasciato troppo presto, anche a causa dell'enorme quantitativo di sigarette da lui fumate. E purtroppo sono stati estirpati anche gli alberelli di bossolo dalla via, lasciata inopinatamente nuda e spoglia.
Mi manca la compagnia del Bossolo, la sua ombra incerta ed i suoi piccoli fiori rotondi, mi mancano le storie che avrebbe potuto ricordarmi: storie di rebus, di sigarette. 
La storia delle stagioni della vita dei miei nonni che ho potuto solo sfiorare.

02/06/18

Orfano di miracoli

Vorrei pensare a te
come ad un fastidio
ed i tuoi comportamenti
come capricci
di un bimbo viziato.
Lavarmene le mani
e lasciarti solo
al tuo destino.
Ma ti voglio bene
ed il tuo dolore
è il mio.
Le tue paure
sono le mie.
La tua ira
è la mia.
Due sopravvissuti
di un mondo troppo difficile.
Dissanguati e stremati.
Vorrei darti coraggio
ma non ne ho.
Vorrei trovare le parole giuste
ma non le conosco.
Vorrei prendere sulle mie spalle
i tuoi orribili pensieri
e portare il dolce fardello
al posto tuo.
Ma non si può.
Ti abbraccio
raccogliendo la speranza
o quel che ne resta,
orfano di sorrisi
e di miracoli.

31/05/18

Stamattina ho pensato a te.

Stamattina ho pensato a te, mentre prendevo le medicine per l'ipertensione. Riflettevo tra me e me e dicevo che se avessi avuto a disposizione questo farmaco forse non te ne saresti andata, colpita da un ictus cerebrale, il 31 maggio del 1971, a soli 50 anni.
Forse se avessi fumato meno le arterie avrebbero retto meglio alla tua pressione alta, forse.
O forse non sarebbe cambiato niente. Perché, cara zia Cicci, è stata la tua fragilità a renderti così vulnerabile e delicata.
Gli altri non possono capire, soprattutto quelli a cui tutto scivola addosso: tu soffrivi anche per una parola detta con tono perentorio, per un'ingiustizia subita da una persona cara. Avevi la lacrima facile che spesso nascondevi dietro una risata argentina, coinvolgente e contagiosa.
Ne hai avuti di motivi per piangere, cara zia, rimasta orfana troppo presto, con un fratello più piccolo cui fare da madre, il dolore di non potere avere figli, un marito disattento, superficiale, probabilmente nemmeno fedele, e assai poco incline ad ascoltare le tue richieste di aiuto.
Si sarebbe spezzata una quercia secolare, figuriamoci tu, ultima rosa di maggio.
Avrei voluto avere il tempo per conoscerti meglio, per capire quante molecole del tuo DNA sono finite nel mio ed in quello di Andrea, fragile, indifeso e bello come e più di te.
Ma non mi è stato concesso quindi debbo accontentarmi dei piccoli frammenti di memoria che di tanto in tanto riaffiorano e mi parlano di te. A volte sono episodi insignificanti che chissà perché sono rimasti incastrati nelle insenature della materia grigia: un tuo bracciale, il colore del tuo tailleur. A volte invece sono episodi di grande affetto, come quando sedesti per ore e al buio vicino al mio letto mentre ero malato di morbillo. Una veglia piena d'amore ma anche una voglia di solitudine, una fuga da quel mondo che avresti lasciato di li a poco e per sempre.
Lo sai, non sono tipo da portate fiori nelle tombe dei cimiteri, non credo affatto nell'esistenza dell'aldilà. Ma il 31 maggio non è mai un giorno come gli altri per me. Il tuo ricordo mi porta sempre in un mondo lontano, il mondo bello che poteva essere e non è stato. E alla malinconia si somma altra malinconia ed il dolore si tramuta in un caro compagno di viaggio.

27/05/18

Serve ancora andare a votare?

Adesso come convinciamo i ragazzi di 18 anni che è giusto andare a votare?
Dopo la tragedia costituzionale che si è abbattuta sul nostro paese, di una gravità inaudita, qual è il senso delle elezioni e della importanza del voto?
Se la maggioranza di un parlamento, rabberciata e conflittuale quanto volete, non ha la libertà, il diritto ed il dovere di esprimere, attraverso un primo ministro, la lista dei ministri che rappresenta la volontà popolare degli elettori, il voto si svuota di qualunque significato politico e giuridico.
Questo è l'arbitrio più grave che imputo all'attuale Presidente della Repubblica: aver svilito l'espressione della maggioranza degli italiani esercitata liberamente e democraticamente attraverso il voto popolare.
E questo non è certamente un'azione da garante della Costituzione Italiana.
Avrei voluto non dover mai assistere ad un insulto così grave alla Costituzione: tutto questo ci riporta indietro di molti anni, anni in cui una sola persona decideva chi doveva o non doveva far parte di un governo, incurante della volontà dei partiti e dei cittadini.
Furono anni orribili. E sicuramente non democratici.

26/05/18

Saranno mesi difficili

Saranno mesi difficili i prossimi a venire, sia che si faccia che non si faccia il governo Conte.
Toccherà ascoltare le falsità più maligne da parte di chi ha portato il paese sull'orlo della catastrofe in cui si trova adesso. Aiutati, occorre dirlo, da una massa di beoti ignoranti che per malafede o stupidità danno ancora credito alla classe politica più screditata d'Europa se non del mondo.
E da una servitù di giornalisti in libro paga, terrorizzati di perdere il loro cadreghino indebitamente conquistato.
La macchina del fango ed il "Metodo Boffo" si sono già messi all'opera: nemmeno quando Berlusconi tentò di spacciare una minorenne come nipote di Mubarak si è assistito ad un fuoco di sbarramento così compatto e ad alzo zero.
Anche il Colle non si dimostra estraneo a questa commedia degli orrori: quanti nani e ballerine abbiamo visto entrare ed uscire nei vari dicasteri senza che Mattarella ed i suoi degni predecessori abbiano avuto alcunché da eccepire?
Siamo giunti evidentemente al "redde rationem", l'intreccio malefico di caste che si annida dentro e fuori lo Stato Italiano sente di aver trovato pane per i suoi denti.
E come tutte le bestie feroci e ferite, diventa ancora più pericoloso e mortale. Non sarei affatto stupito se il nostro paese tornasse ad essere teatro di quella orribile stagione che ha preso il nome di "Anni di piombo", periodo storico in cui, grazie alla strategia della tensione, si impedì al nostro paese di avere una sana alternanza democratica.
Abbiamo a che fare con entità spaventosamente potenti, in grado di far sparire dai motori di ricerca le notizie scomode o imbarazzanti. Potenze cui si piegano persino colossi come Google, Facebook e Twitter. Potenze che fanno cadere governi e gettano paesi nella miseria a colpi di spread.
Saranno mesi difficili, i prossimi a venire. Ma saranno anche i mesi più importanti per la democrazia e la libertà del nostro paese. Possa una volta tanto il popolo italiano mostrare saggezza, maturità e lungimiranza. E soprattutto possa ricordarsi di chi li ha resi un popolo di schiavi.

Viva l'Europa dei popoli

Io sono un convinto "europeista", lo sono sempre stato sin da quando ho studiato la "Giovine Europa" di Mazzini ed il "Manifesto di Ventotene" di Spinelli.
E proprio per questo mi sento di dover dire con forza ed indignazione che l'Europa che abbiamo davanti agli occhi ogni giorno fa orrore.
Non è un Europa di popoli, una realtà politica federale. E' un coacervo di camerieri e maggiordomi della banche di affari internazionali, dei peggiori usurai che prestano a strozzo i loro denari ai governi e che quindi li ricattano a proprio piacimento, svuotando di significato la sovranità popolare.
Essere contro questa Europa di faccendieri lussemburghesi non è antieuropeismo, semmai significa essere i veri difensori dell'Europa unita, i partigiani di una entità politica, sociale e morale che si muove e vive in favore dei più deboli e di chi non ha voce.
Sissignori io sono un partigiano della vera Europa e per questo invito chiunque non abbia interessi personali ed abbietti a seguirmi in questa battaglia civile contro chi ha deciso di sostituirsi agli stati, contro chi non vuole più che siamo cittadini ma sudditi e consumatori.
Viva l'Europa dei popoli dunque e abbasso l'Europa degli strozzini.

23/05/18

Domani mi sveglio

Domani mi sveglio e il brutto sogno scompare con la luce del sole che trapela tra le fessure della persiana.
Domani mi sveglio e quando mi alzo vedo mia nonna, ancora in vestaglia, che mi prepara la colazione: pane, burro e marmellata di visciole. Ed una tazza ricolma di latte appena munto, con la panna che solidifica ai bordi della ciotola.
Domani mi sveglio, mi affaccio dalla finestra e vedo parcheggiata al lato della strada la maestosa Fiat Millecinque di mio nonno, color grigio topo, col cambio sul volante e tanti bottoni sul cruscotto che sembra il ponte di comando di un'astronave.
Domani mi sveglio e leggo sul Messaggero che il primo uomo è finalmente sbarcato sulla luna, mentre il televisore in bianco e nero mostra le immagini sfuocate dei crateri lunari attraversati dagli astronauti statunitensi, sotto lo sguardo protettivo della capsula per il ritorno alla base, il LEM.
Domani mi sveglio e Boninsegna, Burgnich, Riva e Rivera hanno piegato la tenacia dei tedeschi occidentali nella epica semifinale dei mondiali di calcio del 1970: i mondiali del Messico ed i mondiali di Nando Martellini che in diretta e commosso commenta "Non ringrazieremo mai abbastanza i nostri giocatori per le emozioni che ci hanno dato in questa semifinale".
Domani mi sveglio e le scuole sono finite, niente più grembiule, niente più compiti a casa ed interrogazioni. Mi aspettano quattro mesi di vacanze, insieme ai miei nonni ed ai miei zii, quattro mesi di pura spensieratezza e di vera felicità.
Domani mi sveglio e tutto questo ci sarà, nella mia memoria, nelle immagini ancora aggrappate alla retina degli occhi.
E sarà meno duro sopportare l'insopportabile.

20/05/18

Invecchiare serve a qualcosa

Lo so, sto diventando vecchio. E come tutti i vecchi rompiscatole ho di che lamentarmi e di che brontolare. Ma soprattutto comincio ad avere una nostalgia inguaribile per molte cose che hanno attraversato la mia infanzia e la mia gioventù.
Soprattutto mi mancano la miriade di registi, attori e sceneggiatori che hanno fatto grande il nostro teatro ed il cinema negli anni sessanta.
Elencarli tutti è impossibile, perché quella fu una stagione fertile per l'arte italiana. In quegli anni si consacrarono al mondo artisti e scrittori che iniziarono a fare la gavetta in tempo di guerra. Una gavetta dura, in piccoli giornali ed in piccolissime sale di provincia.
Ovviamente ho le mie predilezioni, che non hanno la pretesa di essere una classifica di valori. E' una lista di titani che più di altri mi hanno avvicinato al cinema, al teatro ed alla letteratura.
Ennio Flaiano è il primo. Fu un grandissimo sceneggiatore e un uomo di un intelligenza umoristica unica ed inimitabile. I suoi aforismi sono entrati nella leggenda ed hanno spiegato meglio di mille sociologi l'indole del popolo italiano.
Giorgio De Lullo. Regista pirandelliano per eccellenza, la sua "Compagnia dei Giovani" contribuì a dare nuovo vigore e nuova attualità all'opera teatrale di Luigi Pirandello. Memorabile la sua messa in scena di "Sei personaggi in cerca di autore", con attori del calibro di Rossella Falk e Romolo Valli. E' stata la prima piece teatrale che ho visto in vita mia, quando la TV in bianco e nero trasmetteva ancora teatro e programmi di qualità.
Giorgio Strehler. Fondatore, insieme a Paolo Grassi, del Piccolo Teatro di Milano, è stato il baricentro della cultura teatrale italiana per diversi lustri. Grazie a lui ho potuto conoscere ed amare la musica e le opere di Kurt Weill e Bertold Brecht, in particolare l'"Opera da tre soldi", in cui recitarono sotto la sua direzione giganti del teatro italiano come Tino Carraro e #Milly (Carla Mignone)
Carmelo Bene. Eccessivo, narcisista, egocentrico e controcorrente. Ma geniale ed innovativo come nessun altro dopo di lui. La sua "macchina attoriale" mi ha fatto amare i poeti russi del primo novecento e Dino Campana, la cui forza poetica fu superiore alla sua follia.
Ve ne sarebbero altri ma mi fermo qui. Spero che adesso possiate capire perché, davanti ad autori, registi ed attori che vanno per la maggiore, spesso faccio spallucce. Ho visto, sentito e letto cose che voi umani non potete immaginare.
Ecco finalmente oggi ho scoperto che invecchiare serve almeno a qualcosa.

17/05/18

Certe sere

Certe sere avrei tanto bisogno che squillasse quel maledetto telefono, per sentire la tua voce che mi chiede cose banali, quelle cose che si dicono tra fratelli che hanno voglia di risentirsi.
Certe sere vorrei poterti raccontare le mie ansie ed ascoltare le tue parole di conforto, dettate dall'animo dolce e sensibile che hai.
Ed invece il telefono rimane muto, ed io ostaggio delle mie paure, che con l'età non accennano a diminuire.
No non è la tua malattia a rendermi più fragile. Sono altri i nomi e le cose che torturano la mia psiche ogni giorno, come la goccia che scava nella pietra.
E' l'impossibilità di poterti chiedere aiuto che mi trafigge il cuore, specialmente in serate come questa, dove i miei fantasmi prendono forma ed inscenano danze macabre.
Certe sere anche il dolore si materializza ed ha la forma di un telefono che non suonerà mai.

14/05/18

Mio padre, una vecchia cartolibreria ed il 730 on line

E' un'ora che cerco di scrivere qualcosa su mio padre. C'è di mezzo una vecchia cartolibreria in via Merulana dove faceva la fila per prendermi i libri di scuola ed il 730 on line che oggi ho compilato per lui, evitandogli la fila al CAF.
Ma i pensieri mi si ingolfano e le mani mi tremano. 
Immagino che non capirete molto di queste frasi incerte e di questi pensieri sconnessi.
E' che oggi io ero in fila per lui, dopo cinquantanni. E non c'è più bella soddisfazione per un figlio che ripagare, seppure in maniera infinitesimale, gli infiniti sacrifici fatti per lui dal proprio genitore.
E vedere poi il suo sollievo tradursi nel sorriso di Andrea, che tutto assorbe e di tutto si accorge, mi fa sentire degno, forse per la prima volta in vita mia, di calcare la polvere di questo strano pianeta in cui mi è dato vivere.
Adesso scusatemi, ma non riesco più ad andare avanti.

13/05/18

Mi ritraggo dal presente

Mi ritraggo dal presente
e mi scopro a navigare
negli anni a me più cari.
Ove non v'era presagio
dei pensieri che tumultuosi
affollano la mente.
Le mattine assolate,
i meriggi quieti,
la penombra delle sere.
Ed il lento scorrere del tempo,
immutabile ed infinito.
Scandito dal suono
di antiche campane.
Ora a festa,
ora grave e solenne.
Quello che allora
sembrava noia
era invece il paradiso.
Quello che allora
sembrava una prigione
era la più dolce delle libertà.

12/05/18

I nostalgici

Molte persone credono di essere di sinistra perché si vestono come quelli di sinistra, perché parlano come quelli di sinistra e si atteggiano come quelli di sinistra. Poi, quando fai notare che spesso i loro "leader maximi" predicano bene ma razzolano malissimo, si inalberano come bambini viziati e mettono su il broncio, incapaci come sono di un vero pensiero critico.
Anche a me piacerebbe credere e cullarmi nell'illusione che in Italia esista una sinistra forte, credibile politicamente e moralmente: dormirei sonni più sereni ed il mio fegato ne gioverebbe.
Ma non è così e raramente lo è stato anche nel passato della nostra repubblica.
Le persone intelligenti cercano di guardarsi attorno, capire se si può uscire dal finto dualismo destra-sinistra dalle logiche spartitorie e provare a costruire qualcosa di serio, se possibile.
I nostalgici si infilano l'eschimo e vagheggiano rivoluzioni proletarie, sebbene i proletari si siano rifugiati altrove da più di una elezione politica ed amministrativa, massacrati da un precariato ed un impoverimento cui la sinistra non ha saputo e voluto dare risposte serie.