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La TV

L'apparecchio televisivo non è quel coso che avete oggi nelle vostre abitazioni, spesso pochi millimetri ed attaccato al muro come se fosse un quadro.

Il vero televisore era un cubo di legno e bachelite, pesante come una stufa di ghisa.
Dentro si svelava un mondo fatto di valvole termoioniche ed elettroni sparati dentro un tubo catodico. Roba da Enrico Fermi ed i suoi ragazzi di via Panisperna.
Davanti pochi tasti, quello per l'accensione, quello del primo canale e quello del secondo. Tra di essi un diodo fluorescente che diventava di colore verdino prima che apparissero le immagini sullo schermo rigorosamente 4:3 e 28 pollici.
C'era sempre della "suspance" nel rituale della messa in opera dell'apparecchio televisivo: tra l'accensione e l'apparizione delle immagini correvano diversi secondi, se non minuti. Le valvole, inoltre, avevano la vita media delle farfalle: i continui sbalzi della tensione elettrica le fulminavano alla velocità della luce, è il caso di dirlo.
Per ovviare a questa strage termoionica venivano installati degli stabilizzatori di tensione, tra la presa elettrica ed il televisore: dei parallelepipedi di ferro che si bruciavano prima delle valvole stesse.
Poi, miracolosamente, apparivano le immagini, in bianco e nero o in toni di grigio quando si esauriva il tubo catodico.
Ovviamente l'immagine era spezzata in due, le persone inquadrate avevano i piedi e le gambe nella parte alta dello schermo ed una lugubre riga nera separava il busto e la testa, che apparivano in quella bassa.
Qui entrava in azione il pater familiae che, girando viti a casaccio tentava di riportare le leggi dell'anatomia umana nella giusta direzione. Col risultato di far scorrere l'immagine sullo schermo come un "tapis roulant" impazzito a velocità vertiginosa.
In genere il tutto veniva risolto assestando un pugno nella parte alta del televisore.
Tuttavia l'insensato vorticare di viti produceva effetti imbarazzanti sulla lunghezza e larghezza delle immagini: i poveri interpreti degli sceneggiati sembravano appena usciti da un quadro di Botero, oppure avevano un aspetto filiforme impreziosito da un'improvvisa deformazione dell'immagine all'altezza del volto. Praticamente il bar del film "Star Wars".
Tutta questa manfrina si concludeva attorno alle 22, alla fine del primo spettacolo, quando il telecomando umano, generalmente il figlio più piccolo, riceveva l'ordine di spegnere la TV (ed il suo stabilizzatore).
Ma l'ordigno era recalcitrante e lasciava un puntino radioattivo al centro dello schermo che rimaneva in bella mostra per parecchio tempo.
Giravano voci inquietanti sulle proprietà malefiche di questo raggio laser "ante litteram": le mamme ci ordinavano di non guardarlo altrimenti saremmo diventati ciechi (altro che onanismo); qualcuno asseriva che un suo lontano cugino era stato inghiottito dal raggio verde ed era rimasto prigioniero per sempre della rubrica "Protestantesimo".
Alla fine anche l'ultimo elettrone smetteva di eccitarsi (altro che onanismo) e lo schermo si anneriva definitivamente. Tutti andavamo a letto convinti di aver assistito ad un esperimento nucleare e lasciavamo sempre le serrande un po' alzate, per far passare un po di luce.
Per la paura di scoprire, al buio, di essere diventati fosforescenti.
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