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Scrivo per me.

Sono sdraiato sul divano della sala, in mutande. Non c'è più l'afa opprimente dei giorni appena trascorsi ma i muri delle case continuano ad irradiare di calore le stanze ed i mobili.
Fisso con lo sguardo il solaio bianco della stanza. Cerco di non pensare a niente e venti gocce di benzodiazepine mi aiutano a raggiungere questo obiettivo.
E' quasi l'una di notte, chissà se Andrea, mio fratello, dorme. Ha saltato anche questa sera, come tutte le sere da una settimana a questa parte.
Saltare in realtà non è la descrizione giusta del suo comportamento nei momenti di crisi. Si dimena, socchiude gli occhi, il labbro inferiore sporge sulla bocca semi aperta. Gli avambracci si muovono velocemente in alto e in basso, come se volesse cacciare via i mostri che affollano la sua mente e a volte gli rendono la vita insopportabile.
Cerco di tenere gli occhi ben aperti, ipnotizzati dal bianco dell'intonaco, perché se li chiudo la scena di Andrea mi appare nitida e surreale.
Dovrei esserci abituato, in passato Andrea ha fatto molto di peggio: ma non ci si abitua mai a certi dolori, non ci si rassegna, è impossibile. Si tenta di convivere con le disgrazie capitate. Un giorno ci si riesce di più, un giorno di meno. Altri giorni per niente.
Dovrei iniziare a bere, penso tra me e me, magari questo schifo di vita diventa più sopportabile.
Mi alzo, apro il frigo ma trovo solamente una birra aperta sei mesi fa per fare la pastella della frittura. Che disgrazia vivere in una casa di astemi.
Mi butterei sul mangiare, ma i nervi mi hanno chiuso lo stomaco.
Intanto sento le macchine dei miei vicini tornare dalle sagre paesane. Maledette feste di paese, le odio come la peste. Perché Andrea ha il terrore dei fuochi d'artificio e dei botti che ne fanno da contorno. Sono arrivato al punto di odiare anche i cinesi perché li hanno inventati.
In questi giorni odio tutto e tutti, sono questi i giorni in cui potrei compromettermi, venendo alle mani per futili motivi. 
Meglio starsene in casa a contemplare l'intonaco, a sfasciare qualche incolpevole suppellettile e a scrivere giorno e notte, per trarne qualche giovamento.
Non scrivo affatto per farmi compatire, non so che farmene della facile pietà da social network o di qualche like con la faccina piangente.
Scrivo perché non sono alcolizzato, perché non so fare a pugni, non so giocare a poker e non sono capace a rubare le donne degli altri. Scrivo per vomitare tutta la rabbia che ho in corpo e che non posso espellere con le grida, per non spaventare Andrea.
Scrivo perché mi gratifica, perché è la cosa che so fare meno peggio nella vita. 
Scrivo per me, è un regalo che mi merito. 

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