Questo blog è dedicato alla professoressa di letteratura italiana e latina, Loredana Rossi Molinaro, donna di grandissima cultura ed infinita umanità.

18/08/17

Continuano le stelle a cadere


Ti parlo lentamente, abbassando il tono della voce. E' una tecnica che la vita mi ha insegnato e sembra funzionare. Le...

Pubblicato da Stefano Maciocchi su Venerdì 18 agosto 2017

14/08/17

Quanto sei bello

Quanto sei bello fratello mio quando hai lo sguardo rivolto altrove, verso mondi che esistono solo nella tua mente ed inaccessibili a noi tutti.
Quanto sei bello quando ti dimentichi di metterti le scarpe ed esci in ciabatte, con la maglietta con qualche macchia di ragù ed i pantaloni che ti calano perché hai perso qualche chilo.
Quanto sei bello quando mi chiedi mille volte l'anno della mia nascita, l'arrivo dell'ora solare ed i giorni che mancano alla fine dell'anno.
Quanto sei bello quando non ne puoi più, ed inizi a dimenare tutto il corpo, con lo sguardo socchiuso e la bocca semi aperta.
Quanto sei bello quando gli altri ti guardano con gli occhi sgranati di chi non conosce la diversità e naviga nelle acque tranquille del tran-tran quotidiano.
Quanto sei bello quando ti siedi sul divano ed inizi a dondolare, chiudendoti al mondo circostante, alla ricerca di un po' di quiete e serenità.
Quanto sei bello quando tutto e tutti vorrebbero metterci l'uno contro l'altro e vorrebbero farci allontanare; ma inutilmente, mi siedo al tuo fianco, in attesa che passi la tempesta, in attesa di giorni migliori per te e per me.
Quanto sei bello fratello mio quando per tutti diventi brutto e strano, ma non per me che ti voglio bene più della mia stessa vita miserabile.

12/08/17

Scrivo per me.

Sono sdraiato sul divano della sala, in mutande. Non c'è più l'afa opprimente dei giorni appena trascorsi ma i muri delle case continuano ad irradiare di calore le stanze ed i mobili.
Fisso con lo sguardo il solaio bianco della stanza. Cerco di non pensare a niente e venti gocce di benzodiazepine mi aiutano a raggiungere questo obiettivo.
E' quasi l'una di notte, chissà se Andrea, mio fratello, dorme. Ha saltato anche questa sera, come tutte le sere da una settimana a questa parte.
Saltare in realtà non è la descrizione giusta del suo comportamento nei momenti di crisi. Si dimena, socchiude gli occhi, il labbro inferiore sporge sulla bocca semi aperta. Gli avambracci si muovono velocemente in alto e in basso, come se volesse cacciare via i mostri che affollano la sua mente e a volte gli rendono la vita insopportabile.
Cerco di tenere gli occhi ben aperti, ipnotizzati dal bianco dell'intonaco, perché se li chiudo la scena di Andrea mi appare nitida e surreale.
Dovrei esserci abituato, in passato Andrea ha fatto molto di peggio: ma non ci si abitua mai a certi dolori, non ci si rassegna, è impossibile. Si tenta di convivere con le disgrazie capitate. Un giorno ci si riesce di più, un giorno di meno. Altri giorni per niente.
Dovrei iniziare a bere, penso tra me e me, magari questo schifo di vita diventa più sopportabile.
Mi alzo, apro il frigo ma trovo solamente una birra aperta sei mesi fa per fare la pastella della frittura. Che disgrazia vivere in una casa di astemi.
Mi butterei sul mangiare, ma i nervi mi hanno chiuso lo stomaco.
Intanto sento le macchine dei miei vicini tornare dalle sagre paesane. Maledette feste di paese, le odio come la peste. Perché Andrea ha il terrore dei fuochi d'artificio e dei botti che ne fanno da contorno. Sono arrivato al punto di odiare anche i cinesi perché li hanno inventati.
In questi giorni odio tutto e tutti, sono questi i giorni in cui potrei compromettermi, venendo alle mani per futili motivi. 
Meglio starsene in casa a contemplare l'intonaco, a sfasciare qualche incolpevole suppellettile e a scrivere giorno e notte, per trarne qualche giovamento.
Non scrivo affatto per farmi compatire, non so che farmene della facile pietà da social network o di qualche like con la faccina piangente.
Scrivo perché non sono alcolizzato, perché non so fare a pugni, non so giocare a poker e non sono capace a rubare le donne degli altri. Scrivo per vomitare tutta la rabbia che ho in corpo e che non posso espellere con le grida, per non spaventare Andrea.
Scrivo perché mi gratifica, perché è la cosa che so fare meno peggio nella vita. 
Scrivo per me, è un regalo che mi merito. 

11/08/17

Dialogo impossibile con mio fratello

"Ciao Andrea".
"Ciao Stefano".
"Come stai?".
"La mattina mi sento meglio, sarà che scendo sotto casa a prendere il fresco, sarà che andiamo a prenderci il succo di frutta al bar....".
"E poi il pomeriggio che succede?".
"Non lo so, Stefano, forse è questo caldo asfissiante. Ad un certo punto mi prende un nervoso assurdo, mi vengono in mente tutte le cose che più mi danno fastidio. E allora perdo il controllo.".
"Cos'è che ti da fastidio?".
"Non posso dirtelo.".
"Perché?".
"Perché ho paura di farvi soffrire, tu, mamma e papà. Ho paura che la famiglia si disgreghi se io vi dico esattamente quello che provo. Ed io questo non lo voglio."
"Ma noi siamo una famiglia unita, papà e mamma sono sposati da tanti anni, io vengo a trovarti appena posso, ci vogliamo bene, seppure a modo nostro, senza troppe coccole ed affettuosità.".
"No, Stefano, non posso rischiare che voi soffriate. E' da quando sono nato che controllo ogni discorso che fate, ogni parola che dite. Ancora non sapevo parlare ed ero già preoccupato per voi.".
"Ma così stai male tu e soffriamo noi.".
"Lo so ma certe volte controllare tutto quello che vi accade, ma anche quello che succede ai nostri amici e parenti, e tutto quello che accade nel mondo è una responsabilità che mi opprime. In qualche modo debbo sfogarmi. Anche i palloni più resistenti, se gonfiati troppo e troppo a lungo, prima o poi esplodono.".
"Ci credo Andrea e lo capisco, Lo so che non lo fai apposta. Però negli ultimi tempi mi sembravi migliorato, più consapevole delle paure, più in grado di gestirle.".
"Quali paure Stefano? Quelle superficiali, dei rumori alti, dei fuochi di artificio. In realtà sono diversivi, paure secondarie che servono per depistarvi. Sono sotterfugi ai quali ho cominciato a credere anche io fin troppo.".
"Ma la morte non è una paura secondaria.".
"La morte è una paura border-line, di confine. Rientra nel mio progetto di controllo totale delle vite di tutti quelli che mi circondano, in un modo o nell'altro. Mi rendo conto che quando moriranno mamma e papà non avrò più alcun modo di controllarli e questo mi terrorizza. Sì la morte è una paura di cui ti posso parlare.".
"Però la morte non esiste, in realtà, come ti dico sempre, si passa a miglior vita, alla vita eterna, nel paradiso. Dove troverai tutte le persone che ti sono state vicino e che ti hanno voluto bene.".
"Stefano, io sono molto religioso, perché lo è papà e mi ha trasmesso la sua fede. Una fede rituale ed ingenua ma pur sempre una fede. Ma quando queste cose le racconti tu leggo nei tuoi occhi una distanza infinita.".
"Vuoi dire che fai finta di credere a quello che ti racconto sulla vita eterna?".
"No, ci credo davvero. E so che a te questa cosa fa piacere, quindi va bene così."
"Senti, ma non vuoi provare, almeno per un giorno, a non pensare che tutto dipenda da te, che tutto quello che succede nel mondo accada per colpa tua? Non vuoi pensare solo al presente e lasciare al destino le incombenze di costruire il futuro?".
"Non posso, Stefano, non ci riesco. Sono stato creato così, non posso diventare un altro. Ma guarda che anche tu sei fatto come me: sei metodico, odi le improvvisazioni, le novità ti mettono ansia ed il futuro ti spaventa. La differenza è che questi lati del tuo carattere non ti hanno impedito di vivere una vita sufficientemente normale. Nel mio caso mi hanno bloccato le capacita cognitive, la crescita psicologica ed intellettiva. Sai, il mio cervello si è specializzato solamente nel preoccuparsi degli altri e non ha avuto tempo e modo di sviluppare le altre aree.".
"Tranne l'area dedicata alla musica".
"Sì, hai ragione. Non so per quale motivo ma la musica mi risulta facile da comprendere e da ricordare, anche quando sono preoccupato per voi. Ma è un diversivo che con gli anni funziona sempre meno. E' una vita che non suono più la chitarra, perché ho altro a cui pensare.".
"C'è qualcosa che posso fare per te? Chiedimi qualunque cosa, fosse pure andare sulla luna.".
"Lo vedi? Adesso sei tu che vorresti controllare tutto, che vorresti cambiare il mondo ed il destino. Non è colpa tua, Stefano, se sono così come sono. Cerca di rimanere il fratello premuroso senza annullare la tua vita. Cerca di volerti un po' più bene perché un giorno avrò bisogno di te non solo moralmente ma anche materialmente. E se quel giorno tu sarai distrutto perché la vita ti ha donato un fratello diverso non mi potrai essere di grande aiuto.
Vorresti compiere il miracolo della mia guarigione? Ti stai comportando esattamente come me, che cerco di controllare le vostre vite in una lotta senza speranza. Il regalo che voglio da te? Accettami per quello che sono, non caricarmi di aspettative che non posso realizzare.".
"Mi chiedi tanto, fratello mio. Io non mi rassegno, non posso rassegnarmi a vederti soffrire.".
"Almeno ci proverai?"
"Ci proverò Andrea. Ci proverò.".
"A che ora vieni domani?".
"Alla solita, verso le 11:30.".
"E ci prendiamo il succo di frutta al bar?"
"Certo, il nostro succo ACE a temperatura ambiente.".
"Ora torno a dormire, lo sai le pasticche mi mettono sonno."
"Sogni d'oro Andrea, ti voglio bene."
"Buona notte Ste'." 


09/08/17

Depresso sarai tu!

Sì, mi sono lasciato andare. Ma vorrei vedere voi subire quello che ho vissuto io negli ultimi due anni e poi misurare le vostre reazioni.
Forse ho preso per depressione quella che invece è una dose massiccia e, per molti, letale di sfortuna, una roba che credo sia da guinness dei primati.
No, non iniziate a rompere i coglioni col vittimismo: ho prove concrete, fatti circostanziati dell'accanimento della sorte avversa nella mia vita. E passiamo all'elenco.
Ho un fratello malato di handicap psichico grave;
una madre cieca, diabetica e cardiopatica;
un padre ottantasettenne che non può più badare alla moglie ed al figlio come ha sempre fatto nel corso della sua vita;
ho subito una procedura di mobilità (licenziamento collettivo) da cui mi sono salvato a stento e sono in attesa di scoprire quali altre mosse si inventerà il mio datore di lavoro per mandarmi a casa. A cinquantasei anni. In Italia, paese noto per la facilità in cui si trova lavoro stabile.
E' una quantità di sfiga immorale per un uomo solo, ne converrete se ancora vi resta un briciolo di onestà intellettuale.
Ad un certo punto della mia vita mi sono persuaso di essere depresso, di vedere tutto nero, di essere preda di una folle esagerazione che esasperava la percezione degli eventi della mia vita.
Ma quale cazzo di esasperazione! E' la pura e semplice verità. Il vero depresso è quello che ha tutto dalla vita: è bello, ricco, intelligente ed ha un buon lavoro. Ed improvvisamente una mattina non ha più la forza di alzarsi dal letto, neanche per andare a pisciare.
Anche io la mattina riesco a malapena a lavarmi i denti ma perché so benissimo a cosa vado incontro, ad infinite giornate di merda chiuso in un ufficio dove sono a malapena tollerato. Alle infinite ed inutili visite mediche cui debbono sottoporsi i miei senza alcuna speranza di guarigione.
Ecco, io non sono depresso: sono stato sepolto da uno tsunami di sfiga, una cosa che sarebbe stata scandalosa se avesse colpito una nazione intera non un uomo solo.
Quindi, se permettete, ho un enorme rodimento di culo per cui niente storie sul bicchiere mezzo pieno, niente pacche sulla spalla o discorsi di circostanza.
Anzi il primo che si lamenta per quelle quattro cazzate che capitano a tutti nella vita, o perché la sua squadra del cuore non vince si prenderà dal sottoscritto tanti di quei sonori, roboanti e destabilizzanti "vaffanculo" che verranno registrati da tutti i sismografi della terra.
Come vedete sono piuttosto carico quindi evitate di mettermi alla prova.
Reagirò a tutta questa sfiga? Non lo so e a dirla tutta stasera non me ne frega un cazzo, perché ho capito finalmente di non essere depresso, ma incazzato nero.
Quindi da domani basta con la resilienza (roba da democristiani), col quieto vivere, con la paura di disturbare, di offendere.
Da domani si randella, pane al pane e vino al vino. La sfiga rimarrà intatta ma almeno sparirà la pletora di rompicoglioni che infestano la mia vita.
L'esercito di stronzi che hanno scambiato la mia educazione per debolezza.

01/08/17

Perchè

Perché a me, perché proprio a noi. Quante volte ho pronunciato questa frase, sottovoce, col capo chino e gli occhi fissi su un inesistente punto terreno.
Oppure gridando alla luna per far arrivare il mio lamento alle orecchie degli dei.
Ho bestemmiato, ho imprecato ripetendo all'infinito: perché.
Cosa spinge il destino a mandare croci senza senso, ad accanirsi sulle vite degli uni e risparmiare le vite degli altri.
Dio non è una risposta, per me. Non riesco a trovare conforto nel cono d'ombra provocato dai limiti della scienza e della umana conoscenza. Non si può sprecare l'esistenza nell'attesa di un paradiso invisibile, nella speranza di promesse intangibili.
Qui siamo nati e qui occorre lottare per conquistare un microscopico ed effimero pezzo di felicità. Ma non partiamo tutti alla pari ed è questo il grande mistero della vita, non l'esistenza di dio.
Il dolore non è un dono e nessuno, se non un essere demoniaco, ci mette alla prova attraverso le sofferenze. Dio non gioca a dadi perché non esiste alcuna mano che li lanci, né è possibile ascoltare il rumore delle sei facce che rotolano nel piano infinito dell'universo.
Siamo materia celeste che ha preso coscienza di sé e arriverà il giorno in cui questa stessa materia capirà i meccanismi che hanno portato una molecola inerte ad iniziare a sdoppiarsi, a riprodursi e specializzarsi in mille forme di vita sempre più complesse.
Che ne sarà di dio quel giorno e delle favole costruite intorno a lui? L'uomo creò dio, a sua immagine e somiglianza. E l'uomo lo seppellirà quando la vita avrà una spiegazione scientifica e smetterà di apparire ai nostri occhi come il fuoco ed i fulmini agli occhi degli uomini primitivi.
Resta la domanda: perché. E l'eco si perde, disperato, tra gli immensi spazi dell'universo.