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Orbo

Ho investito molto sul lavoro per buona parte della mia esistenza, ho sacrificato la vita privata e gli affetti per lunghi anni.
Ma ho puntato sul cavallo sbagliato. Dopo i primi anni in cui l'azienda sembrava credere in me, con l'arrivo della crisi di sistema dei primi anni del ventunesimo secolo, sono stato progressivamente gettato nel dimenticatoio sino a finire nelle liste di mobilità.
Costruirsi una nuova esistenza, fondata su nuovi paradigmi, alla soglia dei cinquant'anni non è un'impresa facile.
Non sai da dove cominciare, ti senti come un bicchiere improvvisamente svuotato, una bussola senza più ago magnetico.
Da qualche anno mi cimento nello scrivere, più per necessità interiore che per prospettive lavorative. Ho tentato di scrivere qualche racconto ma francamente i risultati sono stati deludenti.
Non ci si improvvisa scrittori. Ci vogliono anni di studi, di letture, di lento affinamento dello stile. Dietro ogni pagina c'è il sudore speso sui libri altrui, sulla storia e la filosofia. Il non essere all'altezza di scrivere un libro è stato per me un grande dolore, più grande dei fallimenti sul mondo del lavoro.
In fondo aveva ragione la mia professoressa di letteratura italiana delle medie quando mi definiva un "orbo in terra di ciechi", bravo tra i somari e somaro tra i bravi.
E' questo limbo, questa eterna via di mezzo che mi tormenta dalla nascita, questa mia cronica incapacità di appassionarmi ad un argomento, che sia la letteratura oppure lo scopone scientifico.
Il dato di fatto è che, alla soglia dei cinquantasei anni, non ho trovato ancora la mia via e, a questo punto, dubito che la troverò mai.
C'è chi dice che sia questa continua ed affannosa ricerca il vero senso della vita, il viaggio più che la meta. Ma una direzione, almeno quella, occorre pur averla.

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