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L'abbuffata pasquale

Sgombriamo il campo da ogni dubbio: non vengo da una famiglia di inappetenti. Nella mia linea genealogica i vegani sono una forma di vita aliena residente su Proxima Centauri, il mais e l'orzo perlato venivano dati alle galline nel pollaio.
L'insalata solo in due casi: in punto di morte o dopo la sesta portata, prima della sagra del dolce, per sgrassare la bocca.
Certi miei zii, a pranzo, erano in grado di mangiare cibo per un peso assai superiore di quello corporeo, con scioltezza e naturalezza. E la sera ovviamente si cenava con gli avanzi (pochi) del pasto precedente, irrobustiti dall'immancabile spaghettata.
Il punto massimo delle nostre abbuffate si raggiungeva durante le feste comandate. A natale si iniziava a mangiare torrone, pandoro e panettone dal quindici di ottobre. Ma il 25 dicembre era soltanto un allenamento propedeutico per la pasqua. Lì la nostra genia mostrava tutta la sua fame atavica.
La colazione pasquale non era una colazione come tutte le altre: la tavola veniva imbandita all'alba con tutte le specie conosciute in natura di insaccati e prosciutti, con varie declinazioni di salumi e lonze. Formaggi di ogni latitudine e di tutte le stagionature.
Non si usava il pane, troppo dietetico, ma le pizze di pasqua per addentare meglio i vari derivati del maiale. Per chi non è della zona centrale d'Italia le pizze di pasqua sono un dolce la cui forma ricorda quella di un fungo di trenta o quaranta centimetri ma il cui peso specifico si avvicina a quello del pianeta Giove.
Questa libagione durava almeno un paio d'ore ed il tavolo si riempiva di persone man mano che si alzavano dal letto. Si passava poi direttamente al pranzo senza soluzione di continuità. Alcuni nemmeno si vestivano rimanendo in pigiama.
Il pranzo pasquale non si faceva certamente notare per la sua sobrietà: due primi, in genere lasagne e fettuccine al ragù; agnello “a scottadito” e costolette d'abbacchio fritte; carciofi fritti, peperoni e cicoria ripassata in padella; dulcis in fundo colomba pasquale, uova di pasqua al cioccolato al latte e fondente (per par condicio), pizze di pasqua dolci ed al formaggio.
Caffè ed ammazzacaffè. La frutta no, per non appesantirci troppo.
Ci si alzava dal tavolo (con difficoltà) che erano le sei del pomeriggio, giusto il tempo per una sana “pennica” stravaccati sul letto o su qualche poltrona libera, per poi risvegliarci con un certo languore alle prime note del telegiornale.
Le dichiarazioni formali di tutti gli astanti erano improntate al più fiero digiuno, con punte di disgusto verso il cibo. Dopo un quarto d'ora si iniziavano ad affettare le “coralline” e prima che finisse carosello non c'era una bocca che non fosse piena.
Verso le undici della sera i pochi che erano ancora in grado di parlare si davano l'appuntamento l'indomani per la gita di pasquetta.
Una giornata all'insegna della natura e della salute per smaltire i carboidrati? Non propriamente. Erano già pronte decine di bisacce di vimini con tutto il ben di Dio, in attesa di essere stipate nel portabagagli della Fiat Millecinque.
Bei tempi. I miei parenti trasudavano colesterolo da tutte le arterie. Ma non lo sapevano. E per questo sono vissuti felici e contenti. Alcuni hanno avuto persino la sfacciataggine di campare fino a novantanni e morire mangiando un cornetto Algida. 
Lasciatevi andare, almeno domani che è pasquetta. Le bistecche di soia e le diavolerie di kamut possono attendere.

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