Questo blog è dedicato alla professoressa di letteratura italiana e latina, Loredana Rossi Molinaro, donna di grandissima cultura ed infinita umanità.

31/12/17

Caro 2018


Caro 2018 regalami tanti momenti come questo natale, con un fratello rinato, oserei dire risorto dalle ceneri di un'...

Pubblicato da Stefano Maciocchi su Domenica 31 dicembre 2017

29/12/17

Lèggere


Bisognerebbe leggere di più. E ve lo dice uno che legge pochissimo. Per pigrizia o per presunzione, chi lo...

Pubblicato da Stefano Maciocchi su Giovedì 28 dicembre 2017

27/12/17

La felicità sei tu


La felicità non è un dono che cade dal cielo. Non si trova sugli scaffali dei centri commerciali o nelle offerte di...

Pubblicato da Stefano Maciocchi su Martedì 26 dicembre 2017

24/12/17

Caro Andrea


Caro Andrea, non aver paura delle tue paure. Coccolale, amale come fai con noi da quando sei nato. Ascoltale da vicino e...

Pubblicato da Stefano Maciocchi su Venerdì 22 dicembre 2017

17/12/17

I nostri silenzi


Il rapporto tra me e mio fratello Andrea è fatto di lunghi silenzi. E non potrebbe essere altrimenti: il suo disagio ha...

Pubblicato da Stefano Maciocchi su Sabato 16 dicembre 2017

09/12/17

Il vestito nuovo


Ho aperto l'armadio. I soliti vestiti, gli stessi da anni. Ma non per mancanza di soldi, niente affatto. E' che ho...

Pubblicato da Stefano Maciocchi su Sabato 9 dicembre 2017

02/12/17

Le antenne del cuore


Sono addolorato per il grave malore occorso a #NadiaToffa, una delle presentatrici ed inviate de "Le Iene". "Una grave...

Pubblicato da Stefano Maciocchi su Sabato 2 dicembre 2017

24/11/17

L'inaccettabile vuoto


Penso a come sono cambiato, a quante cose non hanno più alcun effetto su di me, agli specchi per le allodole che hanno...

Pubblicato da Stefano Maciocchi su Giovedì 23 novembre 2017

08/11/17

Un istante, per l'eternità


C'è stato un tempo in cui le estati finivano il primo ottobre, quando si aprivano le scuole. E dopo il mare di giugno,...

Pubblicato da Stefano Maciocchi su Mercoledì 8 novembre 2017

21/10/17

Il bambino



Sento ancora l'odore della cartella nuova, appena comprata in cartoleria. Ed il rumore del bottone a scatto che si...

Pubblicato da Stefano Maciocchi su Sabato 21 ottobre 2017

16/10/17

Il nonno di Andrea

Non ho conosciuto i miei nonni paterni. Sono morti entrambi molto prima che io nascessi. Nonna Pina nel 1942, in pieno conflitto mondiale, di un male incurabile. Nonno Amilcare se ne è andato nel 1945, di crepacuore: il dolore della perdita della sua amata Pina è stato troppo forte per lui.
Purtroppo li conosco solo attraverso le foto ingiallite che hanno resistito al tempo ed i pochi racconti fatti da mio padre. Sono ricordi dolorosi, anche a distanza di settantanni. Papà aveva appena quindici anni quando è rimasto orfano di entrambi i genitori e questa esperienza lo ha segnato per tutta la vita. E' quindi comprensibile che a casa mia si parlasse poco di questi nonni, della loro storia e del loro vissuto.
Di nonna Pina e del suo carattere so veramente poco. Di nonno Amilcare ho qualche informazione in più, trafugata qua e la nel corso degli anni. Ma quello che so di lui, o che credo di sapere, deriva esclusivamente dalla somiglianza con mio fratello. Più passano gli anni e più Andrea somiglia a suo nonno: gli occhi infossati, la stempiatura dei capelli, lo sguardo triste e lontano.
Chi lo sa? Forse si somigliavano anche nel carattere. Sicuramente nella sensibilità e nella fragilità. Solo chi ha amato più della sua stessa vita può perderla per il dolore.
Nonno Amilcare quindi è diventato, soprattutto in questi ultimi anni, la proiezione adulta di Andrea, il mio sogno mai sopito di vedere un giorno mio fratello privo del peso del suo handicap. Sogno destinato a rimanere tale, purtroppo.
Cari nonni paterni, non mi siete mai mancati così tanto come in questi anni della mia maturità anagrafica, anni in cui mi scopro a guardare le vostre foto come guardo Andrea di nascosto, per gustarmi ogni istante del suo lento, incerto e fragile cammino verso la serenità.


02/10/17

Come castagne


I primi ricci ho visto
cadere dagli alberi
e schiudersi
svelando
la castagna dal guscio.
Siamo appesi
al ramo del...

Pubblicato da Stefano Maciocchi su Lunedì 2 ottobre 2017

27/09/17

Finalmente i tuoi occhi


Finalmente i tuoi occhi
sorridono alle nuvole d'autunno
e alla quiete delle feste
ormai sopite.

Pubblicato da Stefano Maciocchi su Martedì 26 settembre 2017

Gli Elfi Muratori


Nella Fabbrica dei Pazzi il Cappellaio Matto ha scritto su tutti i muri del borgo che non vuole più tra i piedi gli Elfi...

Pubblicato da Stefano Maciocchi su Mercoledì 27 settembre 2017

18/09/17

Il suono della musica


Un film su tutti ha segnato la mia esistenza, "The sound of music", tratto dall'omonimo musical di Rodgers e Hammerstein...

Pubblicato da Stefano Maciocchi su Lunedì 18 settembre 2017

08/09/17

La TV

L'apparecchio televisivo non è quel coso che avete oggi nelle vostre abitazioni, spesso pochi millimetri ed attaccato al muro come se fosse un quadro.

Il vero televisore era un cubo di legno e bachelite, pesante come una stufa di ghisa.
Dentro si svelava un mondo fatto di valvole termoioniche ed elettroni sparati dentro un tubo catodico. Roba da Enrico Fermi ed i suoi ragazzi di via Panisperna.
Davanti pochi tasti, quello per l'accensione, quello del primo canale e quello del secondo. Tra di essi un diodo fluorescente che diventava di colore verdino prima che apparissero le immagini sullo schermo rigorosamente 4:3 e 28 pollici.
C'era sempre della "suspance" nel rituale della messa in opera dell'apparecchio televisivo: tra l'accensione e l'apparizione delle immagini correvano diversi secondi, se non minuti. Le valvole, inoltre, avevano la vita media delle farfalle: i continui sbalzi della tensione elettrica le fulminavano alla velocità della luce, è il caso di dirlo.
Per ovviare a questa strage termoionica venivano installati degli stabilizzatori di tensione, tra la presa elettrica ed il televisore: dei parallelepipedi di ferro che si bruciavano prima delle valvole stesse.
Poi, miracolosamente, apparivano le immagini, in bianco e nero o in toni di grigio quando si esauriva il tubo catodico.
Ovviamente l'immagine era spezzata in due, le persone inquadrate avevano i piedi e le gambe nella parte alta dello schermo ed una lugubre riga nera separava il busto e la testa, che apparivano in quella bassa.
Qui entrava in azione il pater familiae che, girando viti a casaccio tentava di riportare le leggi dell'anatomia umana nella giusta direzione. Col risultato di far scorrere l'immagine sullo schermo come un "tapis roulant" impazzito a velocità vertiginosa.
In genere il tutto veniva risolto assestando un pugno nella parte alta del televisore.
Tuttavia l'insensato vorticare di viti produceva effetti imbarazzanti sulla lunghezza e larghezza delle immagini: i poveri interpreti degli sceneggiati sembravano appena usciti da un quadro di Botero, oppure avevano un aspetto filiforme impreziosito da un'improvvisa deformazione dell'immagine all'altezza del volto. Praticamente il bar del film "Star Wars".
Tutta questa manfrina si concludeva attorno alle 22, alla fine del primo spettacolo, quando il telecomando umano, generalmente il figlio più piccolo, riceveva l'ordine di spegnere la TV (ed il suo stabilizzatore).
Ma l'ordigno era recalcitrante e lasciava un puntino radioattivo al centro dello schermo che rimaneva in bella mostra per parecchio tempo.
Giravano voci inquietanti sulle proprietà malefiche di questo raggio laser "ante litteram": le mamme ci ordinavano di non guardarlo altrimenti saremmo diventati ciechi (altro che onanismo); qualcuno asseriva che un suo lontano cugino era stato inghiottito dal raggio verde ed era rimasto prigioniero per sempre della rubrica "Protestantesimo".
Alla fine anche l'ultimo elettrone smetteva di eccitarsi (altro che onanismo) e lo schermo si anneriva definitivamente. Tutti andavamo a letto convinti di aver assistito ad un esperimento nucleare e lasciavamo sempre le serrande un po' alzate, per far passare un po di luce.
Per la paura di scoprire, al buio, di essere diventati fosforescenti.
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03/09/17

Esercito di amore


Mi è stato dato un esercito di amore. Un muro di cinta impenetrabile che mi ha protetto, colmato di attenzioni e persino...

Pubblicato da Stefano Maciocchi su Sabato 2 settembre 2017

La pioggia antica


Il rumore dei tuoni e della pioggia che si infrange sui vetri delle finestre. I passi veloci di chi corre a ripararsi...

Pubblicato da Stefano Maciocchi su Sabato 2 settembre 2017

18/08/17

Continuano le stelle a cadere


Ti parlo lentamente, abbassando il tono della voce. E' una tecnica che la vita mi ha insegnato e sembra funzionare. Le...

Pubblicato da Stefano Maciocchi su Venerdì 18 agosto 2017

14/08/17

Quanto sei bello

Quanto sei bello fratello mio quando hai lo sguardo rivolto altrove, verso mondi che esistono solo nella tua mente ed inaccessibili a noi tutti.
Quanto sei bello quando ti dimentichi di metterti le scarpe ed esci in ciabatte, con la maglietta con qualche macchia di ragù ed i pantaloni che ti calano perché hai perso qualche chilo.
Quanto sei bello quando mi chiedi mille volte l'anno della mia nascita, l'arrivo dell'ora solare ed i giorni che mancano alla fine dell'anno.
Quanto sei bello quando non ne puoi più, ed inizi a dimenare tutto il corpo, con lo sguardo socchiuso e la bocca semi aperta.
Quanto sei bello quando gli altri ti guardano con gli occhi sgranati di chi non conosce la diversità e naviga nelle acque tranquille del tran-tran quotidiano.
Quanto sei bello quando ti siedi sul divano ed inizi a dondolare, chiudendoti al mondo circostante, alla ricerca di un po' di quiete e serenità.
Quanto sei bello quando tutto e tutti vorrebbero metterci l'uno contro l'altro e vorrebbero farci allontanare; ma inutilmente, mi siedo al tuo fianco, in attesa che passi la tempesta, in attesa di giorni migliori per te e per me.
Quanto sei bello fratello mio quando per tutti diventi brutto e strano, ma non per me che ti voglio bene più della mia stessa vita miserabile.

12/08/17

Scrivo per me.

Sono sdraiato sul divano della sala, in mutande. Non c'è più l'afa opprimente dei giorni appena trascorsi ma i muri delle case continuano ad irradiare di calore le stanze ed i mobili.
Fisso con lo sguardo il solaio bianco della stanza. Cerco di non pensare a niente e venti gocce di benzodiazepine mi aiutano a raggiungere questo obiettivo.
E' quasi l'una di notte, chissà se Andrea, mio fratello, dorme. Ha saltato anche questa sera, come tutte le sere da una settimana a questa parte.
Saltare in realtà non è la descrizione giusta del suo comportamento nei momenti di crisi. Si dimena, socchiude gli occhi, il labbro inferiore sporge sulla bocca semi aperta. Gli avambracci si muovono velocemente in alto e in basso, come se volesse cacciare via i mostri che affollano la sua mente e a volte gli rendono la vita insopportabile.
Cerco di tenere gli occhi ben aperti, ipnotizzati dal bianco dell'intonaco, perché se li chiudo la scena di Andrea mi appare nitida e surreale.
Dovrei esserci abituato, in passato Andrea ha fatto molto di peggio: ma non ci si abitua mai a certi dolori, non ci si rassegna, è impossibile. Si tenta di convivere con le disgrazie capitate. Un giorno ci si riesce di più, un giorno di meno. Altri giorni per niente.
Dovrei iniziare a bere, penso tra me e me, magari questo schifo di vita diventa più sopportabile.
Mi alzo, apro il frigo ma trovo solamente una birra aperta sei mesi fa per fare la pastella della frittura. Che disgrazia vivere in una casa di astemi.
Mi butterei sul mangiare, ma i nervi mi hanno chiuso lo stomaco.
Intanto sento le macchine dei miei vicini tornare dalle sagre paesane. Maledette feste di paese, le odio come la peste. Perché Andrea ha il terrore dei fuochi d'artificio e dei botti che ne fanno da contorno. Sono arrivato al punto di odiare anche i cinesi perché li hanno inventati.
In questi giorni odio tutto e tutti, sono questi i giorni in cui potrei compromettermi, venendo alle mani per futili motivi. 
Meglio starsene in casa a contemplare l'intonaco, a sfasciare qualche incolpevole suppellettile e a scrivere giorno e notte, per trarne qualche giovamento.
Non scrivo affatto per farmi compatire, non so che farmene della facile pietà da social network o di qualche like con la faccina piangente.
Scrivo perché non sono alcolizzato, perché non so fare a pugni, non so giocare a poker e non sono capace a rubare le donne degli altri. Scrivo per vomitare tutta la rabbia che ho in corpo e che non posso espellere con le grida, per non spaventare Andrea.
Scrivo perché mi gratifica, perché è la cosa che so fare meno peggio nella vita. 
Scrivo per me, è un regalo che mi merito. 

11/08/17

Dialogo impossibile con mio fratello

"Ciao Andrea".
"Ciao Stefano".
"Come stai?".
"La mattina mi sento meglio, sarà che scendo sotto casa a prendere il fresco, sarà che andiamo a prenderci il succo di frutta al bar....".
"E poi il pomeriggio che succede?".
"Non lo so, Stefano, forse è questo caldo asfissiante. Ad un certo punto mi prende un nervoso assurdo, mi vengono in mente tutte le cose che più mi danno fastidio. E allora perdo il controllo.".
"Cos'è che ti da fastidio?".
"Non posso dirtelo.".
"Perché?".
"Perché ho paura di farvi soffrire, tu, mamma e papà. Ho paura che la famiglia si disgreghi se io vi dico esattamente quello che provo. Ed io questo non lo voglio."
"Ma noi siamo una famiglia unita, papà e mamma sono sposati da tanti anni, io vengo a trovarti appena posso, ci vogliamo bene, seppure a modo nostro, senza troppe coccole ed affettuosità.".
"No, Stefano, non posso rischiare che voi soffriate. E' da quando sono nato che controllo ogni discorso che fate, ogni parola che dite. Ancora non sapevo parlare ed ero già preoccupato per voi.".
"Ma così stai male tu e soffriamo noi.".
"Lo so ma certe volte controllare tutto quello che vi accade, ma anche quello che succede ai nostri amici e parenti, e tutto quello che accade nel mondo è una responsabilità che mi opprime. In qualche modo debbo sfogarmi. Anche i palloni più resistenti, se gonfiati troppo e troppo a lungo, prima o poi esplodono.".
"Ci credo Andrea e lo capisco, Lo so che non lo fai apposta. Però negli ultimi tempi mi sembravi migliorato, più consapevole delle paure, più in grado di gestirle.".
"Quali paure Stefano? Quelle superficiali, dei rumori alti, dei fuochi di artificio. In realtà sono diversivi, paure secondarie che servono per depistarvi. Sono sotterfugi ai quali ho cominciato a credere anche io fin troppo.".
"Ma la morte non è una paura secondaria.".
"La morte è una paura border-line, di confine. Rientra nel mio progetto di controllo totale delle vite di tutti quelli che mi circondano, in un modo o nell'altro. Mi rendo conto che quando moriranno mamma e papà non avrò più alcun modo di controllarli e questo mi terrorizza. Sì la morte è una paura di cui ti posso parlare.".
"Però la morte non esiste, in realtà, come ti dico sempre, si passa a miglior vita, alla vita eterna, nel paradiso. Dove troverai tutte le persone che ti sono state vicino e che ti hanno voluto bene.".
"Stefano, io sono molto religioso, perché lo è papà e mi ha trasmesso la sua fede. Una fede rituale ed ingenua ma pur sempre una fede. Ma quando queste cose le racconti tu leggo nei tuoi occhi una distanza infinita.".
"Vuoi dire che fai finta di credere a quello che ti racconto sulla vita eterna?".
"No, ci credo davvero. E so che a te questa cosa fa piacere, quindi va bene così."
"Senti, ma non vuoi provare, almeno per un giorno, a non pensare che tutto dipenda da te, che tutto quello che succede nel mondo accada per colpa tua? Non vuoi pensare solo al presente e lasciare al destino le incombenze di costruire il futuro?".
"Non posso, Stefano, non ci riesco. Sono stato creato così, non posso diventare un altro. Ma guarda che anche tu sei fatto come me: sei metodico, odi le improvvisazioni, le novità ti mettono ansia ed il futuro ti spaventa. La differenza è che questi lati del tuo carattere non ti hanno impedito di vivere una vita sufficientemente normale. Nel mio caso mi hanno bloccato le capacita cognitive, la crescita psicologica ed intellettiva. Sai, il mio cervello si è specializzato solamente nel preoccuparsi degli altri e non ha avuto tempo e modo di sviluppare le altre aree.".
"Tranne l'area dedicata alla musica".
"Sì, hai ragione. Non so per quale motivo ma la musica mi risulta facile da comprendere e da ricordare, anche quando sono preoccupato per voi. Ma è un diversivo che con gli anni funziona sempre meno. E' una vita che non suono più la chitarra, perché ho altro a cui pensare.".
"C'è qualcosa che posso fare per te? Chiedimi qualunque cosa, fosse pure andare sulla luna.".
"Lo vedi? Adesso sei tu che vorresti controllare tutto, che vorresti cambiare il mondo ed il destino. Non è colpa tua, Stefano, se sono così come sono. Cerca di rimanere il fratello premuroso senza annullare la tua vita. Cerca di volerti un po' più bene perché un giorno avrò bisogno di te non solo moralmente ma anche materialmente. E se quel giorno tu sarai distrutto perché la vita ti ha donato un fratello diverso non mi potrai essere di grande aiuto.
Vorresti compiere il miracolo della mia guarigione? Ti stai comportando esattamente come me, che cerco di controllare le vostre vite in una lotta senza speranza. Il regalo che voglio da te? Accettami per quello che sono, non caricarmi di aspettative che non posso realizzare.".
"Mi chiedi tanto, fratello mio. Io non mi rassegno, non posso rassegnarmi a vederti soffrire.".
"Almeno ci proverai?"
"Ci proverò Andrea. Ci proverò.".
"A che ora vieni domani?".
"Alla solita, verso le 11:30.".
"E ci prendiamo il succo di frutta al bar?"
"Certo, il nostro succo ACE a temperatura ambiente.".
"Ora torno a dormire, lo sai le pasticche mi mettono sonno."
"Sogni d'oro Andrea, ti voglio bene."
"Buona notte Ste'." 


09/08/17

Depresso sarai tu!

Sì, mi sono lasciato andare. Ma vorrei vedere voi subire quello che ho vissuto io negli ultimi due anni e poi misurare le vostre reazioni.
Forse ho preso per depressione quella che invece è una dose massiccia e, per molti, letale di sfortuna, una roba che credo sia da guinness dei primati.
No, non iniziate a rompere i coglioni col vittimismo: ho prove concrete, fatti circostanziati dell'accanimento della sorte avversa nella mia vita. E passiamo all'elenco.
Ho un fratello malato di handicap psichico grave;
una madre cieca, diabetica e cardiopatica;
un padre ottantasettenne che non può più badare alla moglie ed al figlio come ha sempre fatto nel corso della sua vita;
ho subito una procedura di mobilità (licenziamento collettivo) da cui mi sono salvato a stento e sono in attesa di scoprire quali altre mosse si inventerà il mio datore di lavoro per mandarmi a casa. A cinquantasei anni. In Italia, paese noto per la facilità in cui si trova lavoro stabile.
E' una quantità di sfiga immorale per un uomo solo, ne converrete se ancora vi resta un briciolo di onestà intellettuale.
Ad un certo punto della mia vita mi sono persuaso di essere depresso, di vedere tutto nero, di essere preda di una folle esagerazione che esasperava la percezione degli eventi della mia vita.
Ma quale cazzo di esasperazione! E' la pura e semplice verità. Il vero depresso è quello che ha tutto dalla vita: è bello, ricco, intelligente ed ha un buon lavoro. Ed improvvisamente una mattina non ha più la forza di alzarsi dal letto, neanche per andare a pisciare.
Anche io la mattina riesco a malapena a lavarmi i denti ma perché so benissimo a cosa vado incontro, ad infinite giornate di merda chiuso in un ufficio dove sono a malapena tollerato. Alle infinite ed inutili visite mediche cui debbono sottoporsi i miei senza alcuna speranza di guarigione.
Ecco, io non sono depresso: sono stato sepolto da uno tsunami di sfiga, una cosa che sarebbe stata scandalosa se avesse colpito una nazione intera non un uomo solo.
Quindi, se permettete, ho un enorme rodimento di culo per cui niente storie sul bicchiere mezzo pieno, niente pacche sulla spalla o discorsi di circostanza.
Anzi il primo che si lamenta per quelle quattro cazzate che capitano a tutti nella vita, o perché la sua squadra del cuore non vince si prenderà dal sottoscritto tanti di quei sonori, roboanti e destabilizzanti "vaffanculo" che verranno registrati da tutti i sismografi della terra.
Come vedete sono piuttosto carico quindi evitate di mettermi alla prova.
Reagirò a tutta questa sfiga? Non lo so e a dirla tutta stasera non me ne frega un cazzo, perché ho capito finalmente di non essere depresso, ma incazzato nero.
Quindi da domani basta con la resilienza (roba da democristiani), col quieto vivere, con la paura di disturbare, di offendere.
Da domani si randella, pane al pane e vino al vino. La sfiga rimarrà intatta ma almeno sparirà la pletora di rompicoglioni che infestano la mia vita.
L'esercito di stronzi che hanno scambiato la mia educazione per debolezza.

01/08/17

Perchè

Perché a me, perché proprio a noi. Quante volte ho pronunciato questa frase, sottovoce, col capo chino e gli occhi fissi su un inesistente punto terreno.
Oppure gridando alla luna per far arrivare il mio lamento alle orecchie degli dei.
Ho bestemmiato, ho imprecato ripetendo all'infinito: perché.
Cosa spinge il destino a mandare croci senza senso, ad accanirsi sulle vite degli uni e risparmiare le vite degli altri.
Dio non è una risposta, per me. Non riesco a trovare conforto nel cono d'ombra provocato dai limiti della scienza e della umana conoscenza. Non si può sprecare l'esistenza nell'attesa di un paradiso invisibile, nella speranza di promesse intangibili.
Qui siamo nati e qui occorre lottare per conquistare un microscopico ed effimero pezzo di felicità. Ma non partiamo tutti alla pari ed è questo il grande mistero della vita, non l'esistenza di dio.
Il dolore non è un dono e nessuno, se non un essere demoniaco, ci mette alla prova attraverso le sofferenze. Dio non gioca a dadi perché non esiste alcuna mano che li lanci, né è possibile ascoltare il rumore delle sei facce che rotolano nel piano infinito dell'universo.
Siamo materia celeste che ha preso coscienza di sé e arriverà il giorno in cui questa stessa materia capirà i meccanismi che hanno portato una molecola inerte ad iniziare a sdoppiarsi, a riprodursi e specializzarsi in mille forme di vita sempre più complesse.
Che ne sarà di dio quel giorno e delle favole costruite intorno a lui? L'uomo creò dio, a sua immagine e somiglianza. E l'uomo lo seppellirà quando la vita avrà una spiegazione scientifica e smetterà di apparire ai nostri occhi come il fuoco ed i fulmini agli occhi degli uomini primitivi.
Resta la domanda: perché. E l'eco si perde, disperato, tra gli immensi spazi dell'universo.

23/07/17

Il mare negli occhi

Cerco il mare nei tuoi occhi
così scuri ed agitati,
ma c'è solo vento e tempesta.
E le mille paure
che abbiamo iniziato a conoscere
ma non a capire.
Cerco il mare nei tuoi occhi
e di riflesso nei miei,
che non conoscono pace
se tu pace non hai.

16/07/17

Il vento

Non smetti di fischiare
e le foglie accompagnano
il tuo canto antico.
Sei quello
che ha gonfiato le vele di Ulisse
alla ricerca di virtù e conoscenza.
Sei quello
che ha spinto le prime mongolfiere
in alto, verso il sole che uccise
il sogno di Icaro.
Sei quello
dei pesanti mulini
e dei leggeri aquiloni.
Viaggiano con te
i sospiri degli amanti
ed i pianti
delle campane a morto.
Sei libertà senza fine
e sconfinata solitudine.

15/07/17

La tempesta

Questo caldo fa evaporare le idee, liquefa la voglia di agire, inaridisce la forza di volontà. Chi in questi giorni combatte contro il male di vivere sente ancora più grande e pesante il fardello che porta sulle spalle.
Spesso sono persone sole, anziane, abbandonate dalla vita e da un destino amaro ed ingiusto. Ma anche mogli, mariti e genitori che non vengono capiti da chi vive accanto a loro, scambiati per persone deboli, pigre ed egoiste.
E questo non fa altro che aumentare il disagio con il carico insopportabile dei sensi di colpa.
Mi sento particolarmente vicino a tutte queste persone e vorrei mandare loro una parola di conforto, che non sia la solita frase di circostanza.
A volte la vita impedisce di vedere la luce alla fine del tunnel, a volte siamo noi che non siamo in grado di percepirla: non serve reagire forzatamente, mostrare un'apparente serenità e fiducia che non corrispondono al vero. O seguire i metodi di ciarlatani motivazionali, con i loro miseri trucchi da circensi che vorrebbero imbrogliare il subconscio. A tutti si può mentire tranne che a se stessi.
Il percorso della depressione, oscuro ed insidioso va compiuto tutto, senza fretta e col tempo necessario. Ma con la consapevolezza che è una malattia, non una cattiva predisposizione d'animo.
Essere consapevoli di essere malati è la vera guarigione: chiedetevi sempre se il vostro dolore è frutto di una reazione adeguata ad una situazione reale o non sia invece la percezione distorta dovuta alla lente oscura della depressione.
E non sentitevi mai in colpa, che la depressione è una malattia come molte altre, come il diabete o l'ipertensione. Nessuno si vergogna di avere la glicemia alta o il colesterolo nelle arterie: non siete persone cattive o reiette, spesso siete invece circondate da persone insensibili e di bassa levatura morale, nella vita familiare come in quella lavorativa.
Persone egoiste che sfruttano la vostra fragilità per proprio tornaconto personale e per l'estrema incapacità di comprendere l'altro.
Questi ultimi debbono veramente vergognarsi, non voi, colpevoli soltanto di non amarvi abbastanza.
Vogliate bene a voi stessi, dunque, se volete amare gli altri. Iniziate il cammino con la vostra depressione, nella vostra depressione ed ascoltate i messaggi che ha da darvi. Fate che il vostro "male oscuro" vi indichi la via della ricostruzione sopra le macerie.
Perché nessuna tempesta è infinita e le lacrime, presto o tardi, si asciugano tutte.

10/07/17

Nella Officina dei Pazzi

Nella Officina dei Pazzi gli elfi possono essere licenziati se hanno l'ardire di prendere la sedia del Cappellaio Matto. Perché nella Officina dei Pazzi non ci sono sedie per tutti. 
Nella Officina dei Pazzi il lavoro rende liberi, liberi di lavorare in piedi, liberi di essere considerati come animali, peggio degli animali.
Nella Officina dei Pazzi non esistono mezze misure. Il Cappellaio Matto lascia gli elfi senza lavoro per due lunghi anni e poi improvvisamente chiede loro di costruire un razzo per arrivare sulla luna con un solo cacciavite e tre bulloni.
Nella Officina dei Pazzi tutti si affannano per sembrare sani ma sono malati, psicologicamente. Si guardano continuamente allo specchio e si raccontano quanto siano bravi e belli. Ridono e parlano a voce alta mentre la Officina cade a pezzi sulla loro testa.
Nella Officina dei Pazzi, se non sei pazzo come loro, ti mettono in un angolo, ti deridono e ti fanno sentire vecchio ed inutile.
Nella Officina dei Pazzi c'è gente cattiva e senza scrupoli. 
Se un giorno doveste passare in una stradina nel bosco e vi imbatteste nella Officina dei Pazzi girate alla larga. Li dentro non c'è vita degna d'essere vissuta.
Nella Officina dei Pazzi il Cappellaio Matto dice di favorire l'inclusione dei diversi. Però nega il part time a mamme con figli piccoli o portatori di handicap, trasferisce dal Bosco di Mezzo al Bosco del Grande Nord genitori, mogli e mariti, spezzando dolorosamente l'unità di centinaia di famiglie di elfi.
Nella Officina dei Pazzi il Cappellaio Matto paga a stento pochi denari di rimborso agli elfi che vanno in giro per il bosco in lungo ed in largo, facendogli guadagnare tanti bei soldini. Mentre lui va in giro con la zucca magica, capace di volare anche sopra gli alberi più alti del bosco. Senza dover rendere conto delle spese a nessuno.
Perché lui è lui, e gli elfi non sono un cazzo.

P.S.: fatti, luoghi, cose e persone sono puramente di fantasia ed ogni riferimento a situazioni reali è da intendersi puramente casuale. "Elementare, Watson!". (cit. Sherlock Holmes, personaggio di fantasia tratto dai libri di Sir Arthur Conan Doyle)

01/07/17

Numeri

Mi rifugio nella quiete della logica, nell'infallibile mondo dei numeri, nella simmetria delle righe e delle colonne dei fogli di calcolo.
Mi immergo nei modelli matematici per ridurre il mondo a minimo comune multiplo, per trovare gli autovalori che rendono decifrabile la multidimensionalità del reale.
Sommo, sottraggo, moltiplico, alla ricerca dello schema primordiale che possa spiegare l'universo della vita con una semplice equazione lineare, senza sorprese, bella ed immutabile come la geometria euclidea.
Odio i punti di discontinuità, le singolarità, i numeri immaginari e l'ossimoro di un limite che tende ad infinito. Non sopporto l'indeterminatezza, lo stato quantico delle cose, i teoremi irrisolti.
Cerco risposte alla complessità del reale nella semplicità dei numeri interi e risucchiato da questo mondo rassicurante mi allontano dalla vita quotidiana, incomprensibile, faticosa e tortuosa.
I numeri non ti ingannano, non ti tradiscono, non ti lasciano a terra nella polvere, calpestato ed offeso. I numeri non ammettono ingiustizie, non cambiano al mutare del vento.
I numeri sono sinceri, uno più uno fa sempre due e sempre lo farà.

26/06/17

Mi perdoni, professoressa.

Trentasette anni, professoressa. Come si fa a raccontarle trentasette anni in poche righe, con le mani che tremano per l'emozione e l'ansia di non riuscire ad esprimere tutto quello che vorrei dirle.
L'ultima volta che ci siamo visti io ero poco più che un bambino, non avevo nemmeno diciotto anni e stavo combattendo con gli esami di maturità. Lei, la mia professoressa di Letteratura italiana e latina, era appena fuori la porta dell'aula, a consolare più mio padre che me.
Lei non era neppure il nostro membro interno del corpo docenti, ma volle venire lo stesso ad ascoltare le nostre prove orali di esame, in disparte, come l'allenatore che ha a lungo preparato il proprio atleta ed al momento della gara lo segue con gli occhi e con il cuore.
Ci prese per mano e ci condusse nel mondo della letteratura e del teatro come Virgilio fece con Dante nei gironi dell'inferno.
Ci svelò i segreti degli autori latini, la nascita della nostra letteratura in lingua volgare fino ai protagonisti della letteratura del novecento.
Le sue non erano lezioni ma gocce distillate di purissima sapienza che lentamente sono penetrate nei nostri pensieri. E la mente ha iniziato a schiudersi, a vivere di vita propria.
Le sue letture di Dante ci hanno fatto uscire dalle anguste mura della nostra aula: siamo stati traghettati da Caronte, abbiamo ammirato lo sguardo fiero di Ulisse e l'Amor ch'a nullo amato amar perdona di Paolo e Francesca.
Abbiamo potuto vivere una stagione intensa e meravigliosa, abbiamo ricevuto in dono l'amore e la passione per la letteratura, per il teatro e per il cinema.
Non aveva bisogno di mettere note sul registro: bastava che iniziasse a parlare e quella classe che fino ad un istante prima era un coacervo di grida e risa sguaiate, restava rapita, ammirata e riconoscente.
Tutto questo era lei, cara professoressa Loredana Molinaro e sicuramente tanto altro ancora. 
Ma non è per incensare le sue qualità che stasera le scrivo: sicuramente non ha bisogno delle mie parole per mostrarsi in tutta la sua grandezza di insegnante e di donna.
Le scrivo per chiederle pubblicamente ed umilmente scusa. Innanzi tutto per non aver mai trovato il tempo di venirla a trovare dopo l'esame di maturità. L'egoismo, questo maledetto cancro che mi corrode l'anima, mi ha impedito di compiere un dovere morale. E quando mi decisi a farlo scoprii che lei ci aveva lasciati per sempre.
Ma c'è un'altra grave colpa cui devo fare ammenda davanti a lei: non ho seguito i suoi consigli, ho interrotto gli studi umanistici ed ho iniziato un calvario di cui oggi ancora ne pago le amare conseguenze.
Lei mi ha indicato la strada che avrei dovuto percorrere ed io invece le ho voltato la schiena.
Mi perdoni, professoressa, perché io non riesco a farlo. Lei, con i suoi insegnamenti prima etici e poi didattici ha fatto di me il peggior censore di me stesso, facendo sbocciare nel mio animo una morale laica solida ma implacabile.
Ma oggi, grazie all'interessamento di una cara amica e sua ex studentessa, ho potuto rivederla ancora in una foto di quaranta anni fa. Per un istante gli anni sono svaniti, il tempo ha smesso di correre insensatamente ed i rimorsi ed i rimpianti hanno lasciato posto al calore del suo sorriso.
Quel sorriso che vorrei mi accompagnasse ancora sino alla fine dei giorni che mi sarà dato di vivere.

18/06/17

Sabbie mobili

La luce arancione del sole che inizia a tramontare attraversa i vetri delle finestre e disegna rettangoli fiammeggianti sulle pareti della stanza.
L'ennesima domenica m'inghiottisce, come le sabbie mobili. Il silenzio è rotto dal fastidioso abbaiare dei cani, servili con i padroni ma senza pietà con i loro simili.
La televisione spenta, le tende mosse da un tenue vento serale. Il rumore del treno che attraversa la stazione. E questa solitudine, amata ed odiata, circonda i pensieri fino a farli scoppiare, come bolle di sapone.
Quella che è stata autodifesa ora è diventata condanna ed impotenza. Il rifugio è carcere. Il silenzio è follia.
La discesa verso gli inferi non è scoscesa, è il monotono scorrere degli scalini, sempre uguali, senza alcuna direzione.

17/06/17

L'estate non mi appartiene

L'estate non mi appartiene. Tutto questo caldo mi confonde e la luce del sole mi acceca. C'è una distanza siderale tra tutto questo ed i sentimenti che albergano nel mio animo.
Sogno un piccolo paese, fatto di case dai muri di pietra, ed io che mi aggiro di notte tra le sue vie solitarie, battute da venti freddi e tumultuosi. In lontananza i bagliori di un temporale ed i rumori dei tuoni. Vecchi lampioni con le lampade ad incandescenza fanno ondeggiare le ombre sui muri delle case. L'odore acre del fumo che esce dai camini.
La confusione e la finta allegria dell'estate mi tolgono il respiro. Ho bisogno di stare da solo, di non parlare ad alcuno, di combattere i miei mostri abbracciandoli, come si fa con chi si ama.
Vorrei trovare una pietra antica su cui sedermi ed aspettare lo scorrere ineluttabile della vita.

07/06/17

Un portiere troppo moderno

Giuliano Sarti è stato un grandissimo portiere. Dotato di senso della posizione e di una freddezza anglosassone è nato calcisticamente con almeno 20 anni di anticipo.
Quando arriva alla Fiorentina, nella prima metà degli anni '50, andavano di moda i portieri saltimbanchi, come Beara della Jugoslavia o i nostrani Ghezzi e Moro.
Ha la pesante eredità di sostituire il mitico portiere fiorentino Costagliola, ma non lo fa rimpiangere affatto, dando alla difesa un senso di sicurezza assoluto.
Con la Fiorentina di Bernardini conquista lo storico scudetto del '56 ma gli sventurati dirigenti della nazionale continuano a preferirgli altri portieri: Moro, Bugatti, Ghezzi, Mattrel e persino l'anziano Buffon.
Il dispetto più grande glielo fanno nel 1961 quando viene convocato in nazionale e fatto scendere in campo la sua riserva, un giovanotto di belle speranze, tale Enrico Albertosi.
Alla soglia dei 30 anni la Fiorentina decide di puntare sul futuro portiere del Cagliari e lo mette in lista di trasferimento.
Sembra ormai il declino per Sarti ed invece stanno per arrivare gli anni migliori. A sorpresa lo acquista l'Inter di Herrera e Moratti Sr. che deve fare a meno di Buffon per raggiunti limiti d'età.
Mai scelta fu così azzeccata: Sarti diventerà l'inizio di quella poesia che è stata la formazione dell'Inter che conquisterà scudetti, coppe campioni ed intercontinentali: Sarti, Burgnich, Facchetti, Bedin, Guarneri, Picchi ....
Difenderà i pali dell'Inter fino alla sciagurata partita contro il Mantova, nel 1967, in cui uno dei suoi rarissimi errori consegnerà lo scudetto alla Juventus dell'altro Herrera, Heriberto, il fautore del "Movimiento".
L'ultimo anno da professionista lo trascorrerà come riserva nella Juventus, ma questo non intaccherà l'affetto dei suoi tifosi fiorentini ed interisti.
Giuliano Sarti è stato un portiere troppo moderno per l'italietta pedatoria e provinciale degli anni '50. In altri paesi sarebbe stato titolare fisso della nazionale ed un monumento, al pari di Zoff e Buffon. Sono sicuro che con lui in porta e con l'adozione del catenaccio la sventurata Nazionale italiana degli anni '50 avrebbe collezionato meno brutte figure.
Ma all'epoca il calcio era in mano ai "ricchi scemi". Un po' come oggi.

05/06/17

Cercherò

Vorrei proteggerti da questo mondo così ostile, che non ci appartiene e che non riusciamo a capire.
Vorrei assorbire tutti i pensieri tristi che si annidano nella tua mente così dolce e sensibile, lasciandola libera al tuo sorriso contagioso ed altruista.
Vorrei schermarti da tutti i dolori che dimorano nei tuoi ricordi e da quelli che arriveranno, in un futuro che assomiglia sempre di più al presente, ogni giorno che passa.
Vorrei avere la forza per riuscire ad essere tutto questo per te ma, Andrea caro, tuo fratello non ha tutte queste qualità. Il futuro spaventa più me che te ed i fantasmi che vengono a trovarti sono gli stessi che circolano nei miei pensieri da tanti anni.
Siamo fragili, troppo fragili per attraversare la vita senza ferirci.
Cercherò di fare del mio meglio, tesoro mio, ma so già che non sarà abbastanza, che non potrò mai essere quello che papà è stato per te. 
Cercherò di avere il tempo che finora non ho potuto o saputo trovare, imparerò a cucinare, a stirare ed a cucire se sarà necessario, attingendo a forze d'animo che ad oggi ignoro di avere e che spero di trovare.
Cercherò di non strapparti da quel piccolo meraviglioso mondo che hai costruito, da quella piccola casa dei nonni che sembra essere diventata la tua dimora di pace e serenità.
Cercherò di essere fratello, padre ed amico e parleremo tanto fino ad addormentarci sfiniti e felici nelle nostre piccolissime certezze.
Cercherò, Andrea, ma non so se sarò capace di riuscirci. Tu che sei tanto religioso prega per me, forse da qualche parte esisterà pure un Dio che prenderà a cuore le tue sorti e mi renda finalmente degno di essere tuo fratello.
Pregalo ogni sera, affinché possa diventare strumento della tua felicità.

03/06/17

Harakiri?


Da un lato Beppe Grillo ha fatto bene a blindare la legge elettorale partorita in questi ultimi giorni e che richiama...

Pubblicato da Stefano Maciocchi su Sabato 3 giugno 2017

Siate felici


Chi, come me, è stato costretto a districarsi tra vicissitudini pesanti e dure in età in cui bisognerebbe essere...

Pubblicato da Stefano Maciocchi su Sabato 3 giugno 2017

01/06/17

Ultima rosa di maggio

Ultima rosa di maggio,
giacesti in terra.
Le dolorose spine
ormai confuse
tra i petali sparsi.
Il tuo profumo,
intatto,
ancora mi avvolge.
Ultima rosa di maggio,
il tuo stelo hanno reciso,
consegnandoti al destino
del fiore mai appassito.

29/05/17

L'ultimo numero dieci

Il calcio ispira sentimenti di pura poesia. E non mi riferisco alla foga della tifoseria organizzata (ma organizzata da chi?), sempre pronta a mostrare svastiche ed a ricattare le società di calcio.
Codesti sono delinquenti che succhiano la linfa vitale dello sport più bello del mondo e spesso non sono in grado di distinguere un volgare pedatore da un artista del pallone di cuoio.
Le gesta sportive racchiuse nell'arco di  novanta minuti rievocano le epiche sfide degli dei dell'Olimpo, degli eroi figli di Zeus e di Thor.
Paride, Enea, Achille ed Ulisse si combattono non più in una arena, con le lance e le spade, ma in un'area di rigore, con una rovesciata, un tiro ad effetto, una punizione sotto l'incrocio dei pali, una parata in calcio d'angolo.
Sono state scritte pagine e poesie meravigliose sul calcio, da letterati di levatura internazionale: le poesie di Umberto Saba, i racconti di Osvaldo Soriano ed Eduardo Galeano.
Va ricordata la passione sportiva ed artistica di Pier Paolo Pasolini, ala destra dai piedi buoni, tifoso del Bologna "Che tremare il mondo fa".
E le cronache giornalistiche di Gianni Brera, gli elzeviri di Giovanni Arpino non sono più semplici articoli di giornale ma meravigliosi racconti in cui il calcio e la vita si fondono in un unico sentire.
Il "Catenaccio" come metafora della ricostruzione della Italia del secondo dopoguerra, con umiltà e spirito di sacrificio. Come quella Triestina e quel Padova che facevano passare brutti quarti d'ora alle più blasonate squadrone del nord.
L'"Azzurro tenebra" della nazionale del 1974 tratteggia le fosche tinte in cui versava la società italiana degli anni settanta del secolo scorso, schiacciata dagli scandali e dalla strategia della tensione.
E' quindi evidente come il calcio si presti a diversi livelli di interpretazione e come quelli più intimi, profondi e simbolici non siano alla portata di tutti i palati. E che inevitabilmente i tifosi più accaniti e privi di alcun senso critico non potranno mai gustarne i delicati sapori.
In questa ottica va inquadrato l'addio al calcio di Totti.
Ad uno sguardo superficiale sarà apparso come una stucchevole messa in scena di un evento insignificante, avente come protagonista un multimilionario che appende gli scarpini al chiodo, viziato ed incapace di affrontare il futuro.
In realtà si è trattato di ben altro: ieri è sceso dall'immaginario degli amanti del calcio l'ultimo dei numeri dieci, quei giocatori non etichettabili in uno schema prosaico, eroi della invenzione pura e del bel gesto atletico.
Ieri è sceso dal carro dei vincitori l'ultima bandiera di un calcio ormai divenuto mercenario, più spettacolo televisivo che calcistico, in mano a speculatori di dubbia moralità.
Se non siete in grado di capire queste "sfumature" difficilmente potrete scorgere la poesia che è racchiusa in ogni angolo della esistenza ed è fondato il sospetto che questo eterno grigiore che tracima in tutti meandri della realtà ben rappresenti il vostro animo e la vostra sensibilità.
In fondo siamo ciò che viviamo e ciò che sentiamo.   

24/05/17

Il paese di Falcone e Borsellino

Poche volte mi sono vergognato di essere italiano come quando furono barbaramente uccisi i giudici Falcone e Borsellino, le loro scorte e la compagna di Giovanni Falcone.
E non solo per l'efferatezza del crimine ma anche per il modo in cui lo stato li ha lasciati colpevolmente soli.
A distanza di venticinque anni dalla loro tragica morte ancora non sono noti i mandanti di quelle stragi e fino a che punto sia stata solamente la mafia a volerli eliminare.
Falcone e Borsellino non sono stati uccisi dalla mafia per "vendetta" ma perché erano evidentemente arrivati a capire il famoso "terzo livello", chi veramente gestiva la "stanza dei bottoni" dei poteri occulti nel nostro paese, utilizzando di volta in volta la mafia, i neofascisti e pezzi di servizi segreti deviati.
A furia di studiare le organizzazioni mafiose i due giudici stavano per capire chi aveva permesso alla mafia di prosperare dal secondo dopoguerra ai giorni nostri, chi l'ha veicolata e per quali fini.
E le risposte non erano tutte circoscritte in Italia.
La seconda repubblica è nata sui crateri degli attentati a Falcone e Borsellino e difatti si è visto di che pasta è composta ed il livello morale e politico della sua classe dirigente. Mai il nostro paese è sceso così in basso.
Ecco cosa veramente volevano i mandanti delle stragi: impedire che dalle ceneri della prima repubblica nascesse un paese nuovo, libero e sinceramente democratico. Un paese onesto, con la certezza del diritto e la solidarietà dello stato sociale.
Il paese che era negli occhi, nel cuore e nella mente di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

21/05/17

Fate schifo

Leggo dei post rivoltanti, scritti da esseri viventi che definire uomini politici fa contorcere le budella.
Intrallazzatori di ogni risma, traghettatori da sinistra a destra e viceversa in base alle proprie convenienze private, semianalfabeti dall'ego smisurato, voltagabbana, opportunisti e parassiti, percettori a sbafo di stipendi e prebende sono in prima fila, a pontificare sull'acqua pubblica e su i vaccini.
Ovviamente con l'unico intento di denigrare le opinioni altrui, poiché difficilmente sono in grado di esprimere concetti frutto di proprio ragionamento.
Voglio dirlo schiettamente: mi fate schifo. MI fa schifo il vostro modo di intendere la politica, il vostro opportunismo, il fatto che continuate a vendervi per un piatto di lenticchie, la vostra furbizia meschina ed irresponsabile, la vostra faccia di culo che sbandierate ai quattro venti come se foste chissà quali statisti ed invece siete dei volgari ruba galline, la vostra assoluta mancanza di onestà intellettuale.
Mi fa orrore il vostro stile di vita, il modo in cui trattate gli altri, probabilmente anche le persone a voi più vicine, i vostri sorrisi affettati, le vostre maldicenze. Per voi non esistono amici ma taxi in cui salire all'occorrenza.
Per la democrazia voi siete un cancro, una metastasi incurabile. La vostra fortuna sta nella assoluta incapacità di reagire del popolo italiano, sempre più disilluso e menefreghista.
Per questo ci lasciate a pane ed acqua, senza alcuna certezza del lavoro. Per questo state distruggendo la scuola.
Ci volete poveri, ignoranti e disperati, per meglio comprarci e manipolarci.
Ma non ci riuscirete. Perché da qualche parte ci sarà sempre qualcuno che non si toglierà il cappello dalla testa, che non piegherà la schiena. Un pazzo, un complottista, un sognatore, un idealista.
E poi la storia insegna che nessun tiranno, nessun impero, anche il più forte e potente è potuto durare in eterno. E voi, che non siete niente e valete meno di niente durerete assai meno.

19/05/17

Orbo

Ho investito molto sul lavoro per buona parte della mia esistenza, ho sacrificato la vita privata e gli affetti per lunghi anni.
Ma ho puntato sul cavallo sbagliato. Dopo i primi anni in cui l'azienda sembrava credere in me, con l'arrivo della crisi di sistema dei primi anni del ventunesimo secolo, sono stato progressivamente gettato nel dimenticatoio sino a finire nelle liste di mobilità.
Costruirsi una nuova esistenza, fondata su nuovi paradigmi, alla soglia dei cinquant'anni non è un'impresa facile.
Non sai da dove cominciare, ti senti come un bicchiere improvvisamente svuotato, una bussola senza più ago magnetico.
Da qualche anno mi cimento nello scrivere, più per necessità interiore che per prospettive lavorative. Ho tentato di scrivere qualche racconto ma francamente i risultati sono stati deludenti.
Non ci si improvvisa scrittori. Ci vogliono anni di studi, di letture, di lento affinamento dello stile. Dietro ogni pagina c'è il sudore speso sui libri altrui, sulla storia e la filosofia. Il non essere all'altezza di scrivere un libro è stato per me un grande dolore, più grande dei fallimenti sul mondo del lavoro.
In fondo aveva ragione la mia professoressa di letteratura italiana delle medie quando mi definiva un "orbo in terra di ciechi", bravo tra i somari e somaro tra i bravi.
E' questo limbo, questa eterna via di mezzo che mi tormenta dalla nascita, questa mia cronica incapacità di appassionarmi ad un argomento, che sia la letteratura oppure lo scopone scientifico.
Il dato di fatto è che, alla soglia dei cinquantasei anni, non ho trovato ancora la mia via e, a questo punto, dubito che la troverò mai.
C'è chi dice che sia questa continua ed affannosa ricerca il vero senso della vita, il viaggio più che la meta. Ma una direzione, almeno quella, occorre pur averla.

15/05/17

In morte di un uomo libero

Se Oliviero Beha non ci avesse lasciato così presto sicuramente oggi avrebbe avuto parole di aspra critica nei confronti di quegli "opinionisti" e tifosi che questa mattina fanno della Roma la squadra più forte del mondo, dopo averla massacrata fino a ieri sera.
Mi sembra di vederlo, con il suo sorriso sghembo a sottolineare la distanza siderale tra la sua cultura ed intelligenza con la pochezza di chi la natura ha dotato di poco acume ma sente comunque il desiderio di pontificare.
Beha disprezzava senza appello gli imbecilli, soprattutto quelli funzionali al potere, e non faceva nulla per nascondere il suo disappunto. Anzi, provava una sorta di sano e cinico compiacimento nel distruggere personaggi privi di alcun spessore, in qualunque campo dello scibile: dal calcio alla politica, passando attraverso la filosofia.
Ecco perché Beha è stato tanto odiato dalla politica e dai salotti buoni, che spesso lo hanno messo in quarantena, impedendogli vanamente di esprimersi. Il mediocre marciume che affolla la politica e la cultura italiana non poteva non riconoscersi negli strali di Beha.
Ma proprio per queste sue caratteristiche è stato amato da un gran numero di persone, che lo hanno seguito quando gli furono chiuse le porte della televisione, della radio e di qualche giornale. E per lui non ci furono levate di scudi, come per altri soggetti che hanno subito la scure censoria del "potere". Tutti sapevano che non era un uomo addomesticabile e, prima o poi, avrebbe disturbato il quieto vivere della finta opposizione italiana.
In un paese in cui si vuole imporre il pensiero unico chi si siede fuori dal coro viene etichettato come complottista, populista e pazzoide.
La morte di Oliviero Beha purtroppo rafforza il coro degli opportunisti, dei conformisti, dei campioni del mondo di salto sul carro dei vincitori, dei professionisti dell'opposizione in attesa di vitalizio.
Addio Oliviero Beha ed un abbraccio a tua figlia. Tu sai perché.

Attribuzione foto:
Di Roberto Vicario - Roberto Vicario, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=12810469

02/05/17

Crisalide

Il suono della tua voce, il sorriso luminoso, gli occhi limpidi e sereni danno pace all'animo mio che vive della tua luce riflessa. Ti guardo di nascosto e non si placa la sete del mio bene, le tue fragilità circondate dal mio abbraccio. I colori nascosti della crisalide acquistano nitidezza. Lungo e solitario è stato il tuo cammino, orribili mostri hanno impaurito il tuo cuore, ma il tuo sentiero è diventato il mio e prendendoti la mano ho trovato la mia via. Credevo di salvarti ma tu hai salvato me, credevo di guidarti e tu hai guidato me. Non lasciarmi mai ora sono io che ho bisogno di te.

16/04/17

L'abbuffata pasquale

Sgombriamo il campo da ogni dubbio: non vengo da una famiglia di inappetenti. Nella mia linea genealogica i vegani sono una forma di vita aliena residente su Proxima Centauri, il mais e l'orzo perlato venivano dati alle galline nel pollaio.
L'insalata solo in due casi: in punto di morte o dopo la sesta portata, prima della sagra del dolce, per sgrassare la bocca.
Certi miei zii, a pranzo, erano in grado di mangiare cibo per un peso assai superiore di quello corporeo, con scioltezza e naturalezza. E la sera ovviamente si cenava con gli avanzi (pochi) del pasto precedente, irrobustiti dall'immancabile spaghettata.
Il punto massimo delle nostre abbuffate si raggiungeva durante le feste comandate. A natale si iniziava a mangiare torrone, pandoro e panettone dal quindici di ottobre. Ma il 25 dicembre era soltanto un allenamento propedeutico per la pasqua. Lì la nostra genia mostrava tutta la sua fame atavica.
La colazione pasquale non era una colazione come tutte le altre: la tavola veniva imbandita all'alba con tutte le specie conosciute in natura di insaccati e prosciutti, con varie declinazioni di salumi e lonze. Formaggi di ogni latitudine e di tutte le stagionature.
Non si usava il pane, troppo dietetico, ma le pizze di pasqua per addentare meglio i vari derivati del maiale. Per chi non è della zona centrale d'Italia le pizze di pasqua sono un dolce la cui forma ricorda quella di un fungo di trenta o quaranta centimetri ma il cui peso specifico si avvicina a quello del pianeta Giove.
Questa libagione durava almeno un paio d'ore ed il tavolo si riempiva di persone man mano che si alzavano dal letto. Si passava poi direttamente al pranzo senza soluzione di continuità. Alcuni nemmeno si vestivano rimanendo in pigiama.
Il pranzo pasquale non si faceva certamente notare per la sua sobrietà: due primi, in genere lasagne e fettuccine al ragù; agnello “a scottadito” e costolette d'abbacchio fritte; carciofi fritti, peperoni e cicoria ripassata in padella; dulcis in fundo colomba pasquale, uova di pasqua al cioccolato al latte e fondente (per par condicio), pizze di pasqua dolci ed al formaggio.
Caffè ed ammazzacaffè. La frutta no, per non appesantirci troppo.
Ci si alzava dal tavolo (con difficoltà) che erano le sei del pomeriggio, giusto il tempo per una sana “pennica” stravaccati sul letto o su qualche poltrona libera, per poi risvegliarci con un certo languore alle prime note del telegiornale.
Le dichiarazioni formali di tutti gli astanti erano improntate al più fiero digiuno, con punte di disgusto verso il cibo. Dopo un quarto d'ora si iniziavano ad affettare le “coralline” e prima che finisse carosello non c'era una bocca che non fosse piena.
Verso le undici della sera i pochi che erano ancora in grado di parlare si davano l'appuntamento l'indomani per la gita di pasquetta.
Una giornata all'insegna della natura e della salute per smaltire i carboidrati? Non propriamente. Erano già pronte decine di bisacce di vimini con tutto il ben di Dio, in attesa di essere stipate nel portabagagli della Fiat Millecinque.
Bei tempi. I miei parenti trasudavano colesterolo da tutte le arterie. Ma non lo sapevano. E per questo sono vissuti felici e contenti. Alcuni hanno avuto persino la sfacciataggine di campare fino a novantanni e morire mangiando un cornetto Algida. 
Lasciatevi andare, almeno domani che è pasquetta. Le bistecche di soia e le diavolerie di kamut possono attendere.

08/04/17

Il Paese


Un denso muro di nuvole grigie apparve dalle colline che digradano verso il mare. E la quiete che regnava tra gli alberi del bosco fu lacerata da un improvviso vento umido. I rami iniziarono a flettersi e ad agitarsi, le foglie a riempire il silenzio col loro fruscio.

Non era l'ora del tramonto eppure sembrò giunta la notte. I contadini del paese sapevano bene che quando le nubi arrivavano dai Monti della Strega la pioggia era assicurata. Le mucche ed i maiali furono fatti entrare nelle loro stalle, i lavori negli orti si interruppero, ed una silenziosa carovana di uomini stanchi si mise in cammino verso il paese: chi a piedi, chi in groppa al proprio mulo, chi su sgangherati carretti di legno trainati da vecchi cavalli. 

Anche l'oste del paese guardava avvicinarsi le nuvole minacciose dalla porta della sua locanda. E un mezzo sorriso apparve tra le labbra ed il sigaro toscano: i contadini sarebbero presto arrivati ad asciugarsi davanti al camino dell'osteria e ad un quartino di vino rosso.

Intanto il vento era penetrato tra le strette viuzze del paese, portando con se le grida delle madri alla ricerca dei loro figli.

“Pino!”.
“Tonino!”.
“Domenico!”.
“Rientrate a casa che mo' piove!”.

Dalle canne fumarie dei camini usciva il fumo acre della legna bruciata. Piccole colonne grigie si alzavano verso il cielo fino ad incastrarsi e poi confondersi con le nuvole.

Ad esse sembravano suonare le campane della messa vespertina, mosse dalle mani potenti e callose del sagrestano. Ma troppo minaccioso si era fatto il tempo: i paesani che ancora erano per le strade affrettavano il passo, fermandosi un secondo davanti al portone della chiesa per un rapido segno della croce. Anche il curato sapeva ciò che stava per accadere, ordinò ai chierichetti di tornare alle loro case, congedò il sagrestano e si sedette nel primo banco davanti all'altare, iniziando a recitare il rosario.

Solo il fabbro restò nella sua bottega, a forgiare il ferro rovente al ritmo ancestrale del martello.

“Beng, beng, beng!”.

Prendevano forma i ferri da cavallo, gli utensili per i butteri e per i contadini, mentre la fornace sputava fiamme e calore.

L'oste non si era sbagliato. Il locale si era riempito in fretta, i tavoli brulicavano di carte, di litri di vino e bestemmie. La locanda era una vecchia stalla riadattata: il portone era incardinato ad un grosso arco di mattoni a sesto ribassato e sopra di esso, su una tavola di legno rettangolare, regnava la scritta “Mescita di vini e liquori”. C'era una sola finestra, posta sulla parete di fronte all'entrata e protetta da una solida inferriata.

“E' un capolavoro 'sta roba qua!”, esclamò il fabbro il giorno che ebbe finito di montarla. “Nemmeno la Grande Berta te la fa saltare via!”.

“Basta che non entrano i ladri.”, bofonchiò l'oste mentre si accendeva l'ennesimo sigaro toscano.

E i ladri non entrarono mai nella locanda. L'oste aveva ricavato un bugigattolo al suo interno: pochi metri quadrati dove aveva infilato una branda ed un piccolo armadio ma che condivideva con un moschetto del '99 e che non mancava di imbracciare ogni volta che l'atmosfera si surriscaldava. Non sparò mai un colpo quel moschetto ma fu sempre un ottimo argomento che metteva a tacere le dispute più animate, sospinte dai fumi dell'alcol.

Spesso l'oste non aveva nemmeno bisogno di mostrare l'artiglieria. Era di una forza taurina: non basso ma tarchiato, privo di collo e con dei bicipiti da fare invidia ad uno scaricatore di porto, si caricava le botti di vino sulle spalle come se fosse un mulo. 

Portava dei lunghi baffoni neri accompagnati da una barba ispida ed incolta di almeno tre giorni. Aveva gli occhi piccoli ma sempre in movimento, non gli sfuggiva mai niente. Al malcapitato che provava a fare lo sbruffone nel suo locale si piantava minacciosamente davanti, con lo sguardo truce e le maniche della camicia rimboccate fin sopra i gomiti. Generalmente bastava ed avanzava.

Quella sera l'atmosfera era tranquilla all'osteria. Il fumo dei sigari aveva saturato il locale ed una fitta nebbia, mista a nicotina, era calata tra i tavoli. Ormai il cielo si era completamente riempito di nuvole nere, gravide di pioggia.

Il borbottio dei tuoni lontani si era fatto sempre più forte e le saette luminose dei fulmini avevano ormai superato le ultime colline prima del paese. Gli animali sembravano impazziti: i muggiti spaventati delle mucche si sentivano fin dentro le case.

“Senti come piangono, povere bestie!”, disse Antonio, mentre stava decidendo se calare una briscola o andare liscio.

“Piangono di più domani mattina quanto ti rivedono, che sei brutto da fare spavento.” gli rispose Domenico, scatenando le risa sguaiate di mezza osteria.

“Ha parlato Adolfo Valendino, ha parlato! Che quando vai a governare i maiali scappano via per la puzza!”, ribadì Antonio facendo ridere anche l'altra metà.

Antonio e Domenico si conoscevano fin da bambini, sempre insieme, giù nei campi a rincorrere lepri e lucertole. Da subito iniziarono a sfottersi ed i primi a divertirsi furono proprio loro due, tanto che questo divenne il loro passatempo preferito.

Con l'andare degli anni affinarono la tecnica e resero più fertile la loro fantasia. Nelle giornate di grazia potevano andare avanti per ore e venivano a godersi la scena persino dai paesi vicini. Dovettero separarli nella azienda agricola dove lavoravano. Per loro era normale sfottersi e continuare a lavorare, ma gli altri contadini si distraevano e questo mandava su tutte le furie la proprietà.

Allo scoppio della Guerra, quando ad entrambi arrivò la lettera di precetto, partirono assieme verso il centro di addestramento di Milano. Il viaggio in treno fu un florilegio di battute di scherno ed il vagone ove si erano seduti si riempì ben presto di viaggiatori, tanto che il controllore faticò non poco per attraversarlo tutto. Alla fine ci rinunciò e non si perdette lo spettacolo neanche lui.

Al centro di addestramento si dimostrarono meno elastici e le battute sagaci di Antonio e Domenico costarono loro un congruo numero di giorni di punizione e di corvée nelle cucine della caserma.

Furono spediti al fronte dopo poche settimane. Nelle trincee, tra le granate austriache ed i topi italiani c'era poco da scherzare. Più che altro tentavano di farsi coraggio, tra un assalto e l'altro.

“Anto', stavolta me sa che nun la sfangamo.”

“A Dome' ma che stai a di'! Sei così brutto che pure le pallottole te schifano!”.

Una mattina le pallottole nemiche non si scansarono. I corpi di Antonio e Domenico non furono più ritrovati, forse caduti in qualche crepaccio o dilaniati dai colpi del mortaio.

Al paese fecero una colletta e comprarono due bare di legno di faggio. Tutti sapevano che erano vuote ma nessuno mancò alla cerimonia funebre. Furono seppelliti uno accanto all'altro, insieme, come erano sempre vissuti. I contadini più anziani raccontavano che certe sere d'inverno, quando fa buio presto, era possibile sentire delle risate provenire distintamente dal cimitero. E che quelle risa salivano dalle tombe di Antonio e Domenico. E a nessuno venne mai in mente che quelle potessero essere antiche superstizioni contadine. 

Nemmeno alla Gianna.

Gianna era l'unica donna del paese che entrava nell'osteria. A pensarci bene era anche l'unica donna che, invece di stare a casa a badare alle faccende domestiche, girava tutto il giorno in lungo ed in largo, con un'enorme borsa di cuoio a tracolla.

Gianna faceva la postina ed i postini non hanno sesso. Intendiamoci, non era affatto una donna brutta ma infagottata nel tabarro di flanella, con gli scarponi ai piedi e con il cappellaccio delle Poste Regie poteva essere confusa tranquillamente per un bracciante bergamasco.

Quando aveva poco più di sedici anni i fratelli la costrinsero a sposarsi con tal Libero Borzacchini, un contadino di un paese poco distante. Inizialmente Libero non era molto convinto ma i fratelli gli promisero come dote il loro maiale più grasso ed il matrimonio fu celebrato.

Libero era un buon lavoratore ma aveva la testa calda. Male sopportava le angherie dei padroni e dei mezzadri. Difficilmente riusciva a mantenere il lavoro per più di tre settimane. Inoltre gli piacevano le belle donne: più di una volta dovette scappare dalla finestra, inseguito dai mariti resi cornuti.

Insomma l'aria si era fatta pesante per Libero, nessuno lo faceva più lavorare. Così decidette di punto in bianco di emigrare in America.

“Quello è un paese libero, libero come me!” disse una mattina alla Gianna prima di andare in città per imbarcarsi verso Ellis Island. Gianna avrebbe voluto partire con lui ma a Libero non piacque l'idea. Voleva prima sistemarsi e poi si sarebbe fatto raggiungere.

E Gianna rimase a casa, in attesa di notizie di Libero. Passarono alcune settimane, poi alcuni mesi, infine un anno. Ma di Libero nessuna traccia. Si recò in città alla questura ed al consolato per denunciare la scomparsa del marito. Ma dopo qualche mese l'Italia entrò in guerra proprio contro gli Stati Uniti d'America e anche le flebili speranze di ritrovarlo sembrarono definitivamente perdute.

Gianna era disperata, i fratelli erano poveri in canna e non potevano aiutarla economicamente. Il podestà del paese, che conosceva bene la sua storia, la fece assumere come postina, visto che quasi tutti i maschi in età da lavoro erano stati arruolati. E anche dopo la guerra Gianna riuscì a tenere il posto, grazie all'interessamento del parroco e del vescovo.

Nessuno seppe mai quanti chilometri percorse la Gianna per portare la posta da un capo all'altro del paese. Con il sole e con la pioggia, sotto la canicola estiva e tra la neve invernale. Gianna camminava, si sfiancava per non pensare più a Libero.

La sera si rintanava in casa e difficilmente riceveva visite. Le mogli dei suoi compaesani non la vedevano di buon occhio. In fondo era una donna sola, sposata ma senza coniuge e neppure vedova. Poteva essere una minaccia per i loro mariti e così la gelosia le creò attorno un muro di diffidenza e di maldicenze.

Gli anni passarono via veloci, come un batter di ciglio. La Gianna aveva messo i capelli bianchi e le rughe le solcavano la fronte. Era da poco andata in pensione quando una mattina sentì bussare alla porta.

“Chi è?”, disse la Gianna con la voce emozionata di chi non è abituato a ricever visite.

“Sono il postino, Gianna.”

Lei aprì la porta ed il postino le recapitò una lettera. Era una busta di quelle attraversate nei bordi da piccole righe diagonali rosse, bianche e blu. Veniva da lontano. Guardò il postino con occhi interrogativi.

“Arriva dall'America. Arrivederci Gianna.”, disse il postino mentre abbassava lo sguardo.

Gianna non rispose neppure, tanto era confusa. Sentiva pulsare le vene nelle tempie come se stessero per scoppiare da un momento all'altro. Chiuse la porta e dovette sedersi un momento, per riprendersi.

Alla fine si fece coraggio, prese un coltello da cucina ed aprì la busta con la delicatezza che si mette nelle cose che si ha più a cuore.

Tirò fuori la lettera, inforcò gli occhiali e si mise a leggere, bisbigliando le parole come nelle litanie religiose.

New York, 16 maggio 1951.

Gianna, so di non essermi comportato bene nei tuoi confronti. In tutti questi anni non mi sono fatto mai sentire, non una lettera o un telegramma per farti sapere se ero vivo o morto. Quando sono arrivato in America ho iniziato subito a lavorare sodo e piano piano le cose si sono messe bene. Ho conosciuto un'altra donna, mi sono innamorato e ho messo su famiglia. Ho falsificato i miei dati anagrafici così ho potuto sposarmi e fare tre figli, due femmine e un maschio. In tutti questi anni avrei voluto scriverti ma mi vergognavo troppo e poi avevo paura di finire in prigione per bigamia. Le prigioni americane sono brutte, brutte assai. Adesso sono vecchio ed il dottore ha detto che mi resta poco da vivere. Ma non posso morire con questo rimorso che ho sulla coscienza. Non ti chiedo di perdonarmi, sarebbe troppo. Ti chiedo solamente di accettare questa somma di denaro, 50.000 £., che allego a questa mia lettera tramite assegno, affinché tu possa vivere gli anni della tua vecchiaia serenamente. Sono sinceramente addolorato per averti fatto soffrire e come vedi il destino mi sta punendo per tutto il male che ti ho fatto. Addio Gianna.

Libero Borzacchini”.

Gianna si sentì svenire. Si trascinò sul letto mentre i singhiozzi del pianto le attraversavano il corpo. Con una mano aprì il cassetto del comodino e prese una vecchia foto ingiallita che ritraeva lei e Libero insieme. E mentre la guardava, stringendola stretta con le mani, disse:

“Ti ho aspettato. 

Giorno dopo giorno. 

Notte dopo notte. 

Ogni giorno ho cercato nei sacchi della posta una lettera che fosse la tua. 

Tutte le sere ho aspettato l'arrivo della corriera sperando che tu scendessi. 

In tutti questi anni non ho guardato neppure un uomo, per non mancarti di rispetto, perché non si dicesse che non fossi tua moglie. 

Poi ho iniziato a pensare che ti fosse successo qualcosa, che ti avessero rinchiuso in un ospedale, che avessi perso la memoria. 

Ti ho cercato ovunque, ma tu niente. Eri sparito nel nulla. 

Che ne sai del dolore che ho provato, della solitudine. Che ne sai di tutte le volte che ho creduto di impazzire, chiusa dentro queste mura di casa, mentre le altre uscivano con i loro mariti nei giorni di festa. 

E ora, che con la vecchiaia pensavo di averti dimenticato, sei tornato come un fantasma. Per torturarmi ancora. E con i tuoi sporchi soldi. 

Maledetto! 

Maledetto!”.

Passarono le ore. E poi qualche giorno. La Gianna faceva una vita molto riservata ma qualcuno cominciò a notare la sua assenza. Bussarono alla sua porta ma non ricevettero risposta. Temendo le fosse successo qualcosa avvisarono i Carabinieri i quali forzarono la serratura ed entrarono in casa. Ma di Gianna nessuna traccia. Il postino raccontò a tutti di averle consegnato una lettera proveniente dall'America e per un po' in paese non si parlò d'altro.

C'era chi sosteneva che si fosse imbarcata per le Americhe, chi pensava che fosse impazzita dal dolore e vagasse smarrita nelle campagne. Chi infine sospettava che si fosse stancata di vivere in paese e fosse andata a godersi la pensione in città o al mare.

Passarono altri giorni e passarono i mesi. Di Gianna si incominciò a parlare sempre meno ed alla fine il paese si immerse di nuovo nella sua quotidianità. Gianna sparì per sempre e nessuno seppe mai che fine avesse fatto.

Tuttavia qualche tempo dopo accadde una cosa alquanto insolita. Il parroco ricevette una donazione anonima per le famiglie povere del paese. Era una somma cospicua per una parrocchia di campagna come la sua: 50.000 £.

Il sacerdote andò subito a depositare il denaro nella Cassa Rurale, per paura che qualcuno potesse derubarlo. E mentre si recava nella banca passò davanti al portone della casa che una volta era della Gianna. Una colomba era poggiata sull'uscio della porta. Seguì con lo sguardo il parroco finché non svoltò nella piazza. Poi volò via, libera, verso l'azzurro del cielo.

***

Alla fine arrivò la pioggia, prima timida ed intermittente, poi copiosa ed irruenta. Nelle strade sconnesse del paese si formarono pozzanghere e rigagnoli d'acqua. I lampioni ad olio, sospinti dal vento, iniziarono a dondolare, proiettando luci ed ombre impazzite sui muri delle case.



Piovve tutta la notte ma finalmente, all'alba, il sole fece capolino tra le colline. I contadini tornarono nei campi, l'oste aprì la locanda ed il fabbro iniziò a piegare il ferro incandescente col martello e l'incudine. Un nuovo giorno iniziava nel paese, con le sue piccole e grandi storie. Storie che si perdono nel tempo e nella memoria ma che rimangono incastrate tra gli alberi del bosco. In attesa di essere raccontate.