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Visualizzazione dei post da 2017

Il nonno di Andrea

Non ho conosciuto i miei nonni paterni. Sono morti entrambi molto prima che io nascessi. Nonna Pina nel 1942, in pieno conflitto mondiale, di un male incurabile. Nonno Amilcare se ne è andato nel 1945, di crepacuore: il dolore della perdita della sua amata Pina è stato troppo forte per lui.
Purtroppo li conosco solo attraverso le foto ingiallite che hanno resistito al tempo ed i pochi racconti fatti da mio padre. Sono ricordi dolorosi, anche a distanza di settantanni. Papà aveva appena quindici anni quando è rimasto orfano di entrambi i genitori e questa esperienza lo ha segnato per tutta la vita. E' quindi comprensibile che a casa mia si parlasse poco di questi nonni, della loro storia e del loro vissuto.
Di nonna Pina e del suo carattere so veramente poco. Di nonno Amilcare ho qualche informazione in più, trafugata qua e la nel corso degli anni. Ma quello che so di lui, o che credo di sapere, deriva esclusivamente dalla somiglianza con mio fratello. Più passano gli anni e più An…

Come castagne

I primi ricci ho visto
cadere dagli alberi
e schiudersi
svelando
la castagna dal guscio.
Siamo appesi
al ramo del...Pubblicato da Stefano Maciocchi su Lunedì 2 ottobre 2017

La TV

L'apparecchio televisivo non è quel coso che avete oggi nelle vostre abitazioni, spesso pochi millimetri ed attaccato al muro come se fosse un quadro.
Il vero televisore era un cubo di legno e bachelite, pesante come una stufa di ghisa. Dentro si svelava un mondo fatto di valvole termoioniche ed elettroni sparati dentro un tubo catodico. Roba da Enrico Fermi ed i suoi ragazzi di via Panisperna. Davanti pochi tasti, quello per l'accensione, quello del primo canale e quello del secondo. Tra di essi un diodo fluorescente che diventava di colore verdino prima che apparissero le immagini sullo schermo rigorosamente 4:3 e 28 pollici. C'era sempre della "suspance" nel rituale della messa in opera dell'apparecchio televisivo: tra l'accensione e l'apparizione delle immagini correvano diversi secondi, se non minuti. Le valvole, inoltre, avevano la vita media delle farfalle: i continui sbalzi della tensione elettrica le fulminavano alla velocità della luce, è il cas…

Quanto sei bello

Quanto sei bello fratello mio quando hai lo sguardo rivolto altrove, verso mondi che esistono solo nella tua mente ed inaccessibili a noi tutti. Quanto sei bello quando ti dimentichi di metterti le scarpe ed esci in ciabatte, con la maglietta con qualche macchia di ragù ed i pantaloni che ti calano perché hai perso qualche chilo. Quanto sei bello quando mi chiedi mille volte l'anno della mia nascita, l'arrivo dell'ora solare ed i giorni che mancano alla fine dell'anno. Quanto sei bello quando non ne puoi più, ed inizi a dimenare tutto il corpo, con lo sguardo socchiuso e la bocca semi aperta. Quanto sei bello quando gli altri ti guardano con gli occhi sgranati di chi non conosce la diversità e naviga nelle acque tranquille del tran-tran quotidiano. Quanto sei bello quando ti siedi sul divano ed inizi a dondolare, chiudendoti al mondo circostante, alla ricerca di un po' di quiete e serenità. Quanto sei bello quando tutto e tutti vorrebbero metterci l'uno contro…

Scrivo per me.

Sono sdraiato sul divano della sala, in mutande. Non c'è più l'afa opprimente dei giorni appena trascorsi ma i muri delle case continuano ad irradiare di calore le stanze ed i mobili. Fisso con lo sguardo il solaio bianco della stanza. Cerco di non pensare a niente e venti gocce di benzodiazepine mi aiutano a raggiungere questo obiettivo. E' quasi l'una di notte, chissà se Andrea, mio fratello, dorme. Ha saltato anche questa sera, come tutte le sere da una settimana a questa parte. Saltare in realtà non è la descrizione giusta del suo comportamento nei momenti di crisi. Si dimena, socchiude gli occhi, il labbro inferiore sporge sulla bocca semi aperta. Gli avambracci si muovono velocemente in alto e in basso, come se volesse cacciare via i mostri che affollano la sua mente e a volte gli rendono la vita insopportabile. Cerco di tenere gli occhi ben aperti, ipnotizzati dal bianco dell'intonaco, perché se li chiudo la scena di Andrea mi appare nitida e surreale. Dovr…

Dialogo impossibile con mio fratello

"Ciao Andrea". "Ciao Stefano". "Come stai?". "La mattina mi sento meglio, sarà che scendo sotto casa a prendere il fresco, sarà che andiamo a prenderci il succo di frutta al bar....". "E poi il pomeriggio che succede?". "Non lo so, Stefano, forse è questo caldo asfissiante. Ad un certo punto mi prende un nervoso assurdo, mi vengono in mente tutte le cose che più mi danno fastidio. E allora perdo il controllo.". "Cos'è che ti da fastidio?". "Non posso dirtelo.". "Perché?". "Perché ho paura di farvi soffrire, tu, mamma e papà. Ho paura che la famiglia si disgreghi se io vi dico esattamente quello che provo. Ed io questo non lo voglio." "Ma noi siamo una famiglia unita, papà e mamma sono sposati da tanti anni, io vengo a trovarti appena posso, ci vogliamo bene, seppure a modo nostro, senza troppe coccole ed affettuosità.". "No, Stefano, non posso rischiare che voi soffr…

Depresso sarai tu!

Sì, mi sono lasciato andare. Ma vorrei vedere voi subire quello che ho vissuto io negli ultimi due anni e poi misurare le vostre reazioni. Forse ho preso per depressione quella che invece è una dose massiccia e, per molti, letale di sfortuna, una roba che credo sia da guinness dei primati. No, non iniziate a rompere i coglioni col vittimismo: ho prove concrete, fatti circostanziati dell'accanimento della sorte avversa nella mia vita. E passiamo all'elenco. Ho un fratello malato di handicap psichico grave; una madre cieca, diabetica e cardiopatica; un padre ottantasettenne che non può più badare alla moglie ed al figlio come ha sempre fatto nel corso della sua vita; ho subito una procedura di mobilità (licenziamento collettivo) da cui mi sono salvato a stento e sono in attesa di scoprire quali altre mosse si inventerà il mio datore di lavoro per mandarmi a casa. A cinquantasei anni. In Italia, paese noto per la facilità in cui si trova lavoro stabile. E' una quantità di sf…

Perchè

Perché a me, perché proprio a noi. Quante volte ho pronunciato questa frase, sottovoce, col capo chino e gli occhi fissi su un inesistente punto terreno. Oppure gridando alla luna per far arrivare il mio lamento alle orecchie degli dei. Ho bestemmiato, ho imprecato ripetendo all'infinito: perché. Cosa spinge il destino a mandare croci senza senso, ad accanirsi sulle vite degli uni e risparmiare le vite degli altri. Dio non è una risposta, per me. Non riesco a trovare conforto nel cono d'ombra provocato dai limiti della scienza e della umana conoscenza. Non si può sprecare l'esistenza nell'attesa di un paradiso invisibile, nella speranza di promesse intangibili. Qui siamo nati e qui occorre lottare per conquistare un microscopico ed effimero pezzo di felicità. Ma non partiamo tutti alla pari ed è questo il grande mistero della vita, non l'esistenza di dio. Il dolore non è un dono e nessuno, se non un essere demoniaco, ci mette alla prova attraverso le sofferenze. D…

Il mare negli occhi

Cerco il mare nei tuoi occhi
così scuri ed agitati,
ma c'è solo vento e tempesta.
E le mille paure
che abbiamo iniziato a conoscere
ma non a capire.
Cerco il mare nei tuoi occhi
e di riflesso nei miei,
che non conoscono pace
se tu pace non hai.

Il vento

Non smetti di fischiare
e le foglie accompagnano
il tuo canto antico.
Sei quello
che ha gonfiato le vele di Ulisse
alla ricerca di virtù e conoscenza.
Sei quello
che ha spinto le prime mongolfiere
in alto, verso il sole che uccise
il sogno di Icaro.
Sei quello
dei pesanti mulini
e dei leggeri aquiloni.
Viaggiano con te
i sospiri degli amanti
ed i pianti
delle campane a morto.
Sei libertà senza fine
e sconfinata solitudine.

La tempesta

Questo caldo fa evaporare le idee, liquefa la voglia di agire, inaridisce la forza di volontà. Chi in questi giorni combatte contro il male di vivere sente ancora più grande e pesante il fardello che porta sulle spalle. Spesso sono persone sole, anziane, abbandonate dalla vita e da un destino amaro ed ingiusto. Ma anche mogli, mariti e genitori che non vengono capiti da chi vive accanto a loro, scambiati per persone deboli, pigre ed egoiste. E questo non fa altro che aumentare il disagio con il carico insopportabile dei sensi di colpa. Mi sento particolarmente vicino a tutte queste persone e vorrei mandare loro una parola di conforto, che non sia la solita frase di circostanza. A volte la vita impedisce di vedere la luce alla fine del tunnel, a volte siamo noi che non siamo in grado di percepirla: non serve reagire forzatamente, mostrare un'apparente serenità e fiducia che non corrispondono al vero. O seguire i metodi di ciarlatani motivazionali, con i loro miseri trucchi da circ…

Nella Officina dei Pazzi

Nella Officina dei Pazzi gli elfi possono essere licenziati se hanno l'ardire di prendere la sedia del Cappellaio Matto. Perché nella Officina dei Pazzi non ci sono sedie per tutti.  Nella Officina dei Pazzi il lavoro rende liberi, liberi di lavorare in piedi, liberi di essere considerati come animali, peggio degli animali. Nella Officina dei Pazzi non esistono mezze misure. Il Cappellaio Matto lascia gli elfi senza lavoro per due lunghi anni e poi improvvisamente chiede loro di costruire un razzo per arrivare sulla luna con un solo cacciavite e tre bulloni. Nella Officina dei Pazzi tutti si affannano per sembrare sani ma sono malati, psicologicamente. Si guardano continuamente allo specchio e si raccontano quanto siano bravi e belli. Ridono e parlano a voce alta mentre la Officina cade a pezzi sulla loro testa. Nella Officina dei Pazzi, se non sei pazzo come loro, ti mettono in un angolo, ti deridono e ti fanno sentire vecchio ed inutile. Nella Officina dei Pazzi c'è gente c…

Numeri

Mi rifugio nella quiete della logica, nell'infallibile mondo dei numeri, nella simmetria delle righe e delle colonne dei fogli di calcolo. Mi immergo nei modelli matematici per ridurre il mondo a minimo comune multiplo, per trovare gli autovalori che rendono decifrabile la multidimensionalità del reale. Sommo, sottraggo, moltiplico, alla ricerca dello schema primordiale che possa spiegare l'universo della vita con una semplice equazione lineare, senza sorprese, bella ed immutabile come la geometria euclidea. Odio i punti di discontinuità, le singolarità, i numeri immaginari e l'ossimoro di un limite che tende ad infinito. Non sopporto l'indeterminatezza, lo stato quantico delle cose, i teoremi irrisolti. Cerco risposte alla complessità del reale nella semplicità dei numeri interi e risucchiato da questo mondo rassicurante mi allontano dalla vita quotidiana, incomprensibile, faticosa e tortuosa. I numeri non ti ingannano, non ti tradiscono, non ti lasciano a terra nell…

Mi perdoni, professoressa.

Trentasette anni, professoressa. Come si fa a raccontarle trentasette anni in poche righe, con le mani che tremano per l'emozione e l'ansia di non riuscire ad esprimere tutto quello che vorrei dirle. L'ultima volta che ci siamo visti io ero poco più che un bambino, non avevo nemmeno diciotto anni e stavo combattendo con gli esami di maturità. Lei, la mia professoressa di Letteratura italiana e latina, era appena fuori la porta dell'aula, a consolare più mio padre che me. Lei non era neppure il nostro membro interno del corpo docenti, ma volle venire lo stesso ad ascoltare le nostre prove orali di esame, in disparte, come l'allenatore che ha a lungo preparato il proprio atleta ed al momento della gara lo segue con gli occhi e con il cuore. Ci prese per mano e ci condusse nel mondo della letteratura e del teatro come Virgilio fece con Dante nei gironi dell'inferno. Ci svelò i segreti degli autori latini, la nascita della nostra letteratura in lingua volgare fino…

Sabbie mobili

La luce arancione del sole che inizia a tramontare attraversa i vetri delle finestre e disegna rettangoli fiammeggianti sulle pareti della stanza. L'ennesima domenica m'inghiottisce, come le sabbie mobili. Il silenzio è rotto dal fastidioso abbaiare dei cani, servili con i padroni ma senza pietà con i loro simili. La televisione spenta, le tende mosse da un tenue vento serale. Il rumore del treno che attraversa la stazione. E questa solitudine, amata ed odiata, circonda i pensieri fino a farli scoppiare, come bolle di sapone. Quella che è stata autodifesa ora è diventata condanna ed impotenza. Il rifugio è carcere. Il silenzio è follia. La discesa verso gli inferi non è scoscesa, è il monotono scorrere degli scalini, sempre uguali, senza alcuna direzione.

L'estate non mi appartiene

L'estate non mi appartiene. Tutto questo caldo mi confonde e la luce del sole mi acceca. C'è una distanza siderale tra tutto questo ed i sentimenti che albergano nel mio animo. Sogno un piccolo paese, fatto di case dai muri di pietra, ed io che mi aggiro di notte tra le sue vie solitarie, battute da venti freddi e tumultuosi. In lontananza i bagliori di un temporale ed i rumori dei tuoni. Vecchi lampioni con le lampade ad incandescenza fanno ondeggiare le ombre sui muri delle case. L'odore acre del fumo che esce dai camini. La confusione e la finta allegria dell'estate mi tolgono il respiro. Ho bisogno di stare da solo, di non parlare ad alcuno, di combattere i miei mostri abbracciandoli, come si fa con chi si ama. Vorrei trovare una pietra antica su cui sedermi ed aspettare lo scorrere ineluttabile della vita.

Un portiere troppo moderno

Giuliano Sarti è stato un grandissimo portiere. Dotato di senso della posizione e di una freddezza anglosassone è nato calcisticamente con almeno 20 anni di anticipo. Quando arriva alla Fiorentina, nella prima metà degli anni '50, andavano di moda i portieri saltimbanchi, come Beara della Jugoslavia o i nostrani Ghezzi e Moro. Ha la pesante eredità di sostituire il mitico portiere fiorentino Costagliola, ma non lo fa rimpiangere affatto, dando alla difesa un senso di sicurezza assoluto. Con la Fiorentina di Bernardini conquista lo storico scudetto del '56 ma gli sventurati dirigenti della nazionale continuano a preferirgli altri portieri: Moro, Bugatti, Ghezzi, Mattrel e persino l'anziano Buffon. Il dispetto più grande glielo fanno nel 1961 quando viene convocato in nazionale e fatto scendere in campo la sua riserva, un giovanotto di belle speranze, tale Enrico Albertosi. Alla soglia dei 30 anni la Fiorentina decide di puntare sul futuro portiere del Cagliari e lo mette i…

Cercherò

Vorrei proteggerti da questo mondo così ostile, che non ci appartiene e che non riusciamo a capire. Vorrei assorbire tutti i pensieri tristi che si annidano nella tua mente così dolce e sensibile, lasciandola libera al tuo sorriso contagioso ed altruista. Vorrei schermarti da tutti i dolori che dimorano nei tuoi ricordi e da quelli che arriveranno, in un futuro che assomiglia sempre di più al presente, ogni giorno che passa. Vorrei avere la forza per riuscire ad essere tutto questo per te ma, Andrea caro, tuo fratello non ha tutte queste qualità. Il futuro spaventa più me che te ed i fantasmi che vengono a trovarti sono gli stessi che circolano nei miei pensieri da tanti anni. Siamo fragili, troppo fragili per attraversare la vita senza ferirci. Cercherò di fare del mio meglio, tesoro mio, ma so già che non sarà abbastanza, che non potrò mai essere quello che papà è stato per te.  Cercherò di avere il tempo che finora non ho potuto o saputo trovare, imparerò a cucinare, a stirare ed …

Ultima rosa di maggio

Ultima rosa di maggio,
giacesti in terra.
Le dolorose spine
ormai confuse
tra i petali sparsi.
Il tuo profumo,
intatto,
ancora mi avvolge.
Ultima rosa di maggio,
il tuo stelo hanno reciso,
consegnandoti al destino
del fiore mai appassito.

L'ultimo numero dieci

Il calcio ispira sentimenti di pura poesia. E non mi riferisco alla foga della tifoseria organizzata (ma organizzata da chi?), sempre pronta a mostrare svastiche ed a ricattare le società di calcio. Codesti sono delinquenti che succhiano la linfa vitale dello sport più bello del mondo e spesso non sono in grado di distinguere un volgare pedatore da un artista del pallone di cuoio. Le gesta sportive racchiuse nell'arco di  novanta minuti rievocano le epiche sfide degli dei dell'Olimpo, degli eroi figli di Zeus e di Thor. Paride, Enea, Achille ed Ulisse si combattono non più in una arena, con le lance e le spade, ma in un'area di rigore, con una rovesciata, un tiro ad effetto, una punizione sotto l'incrocio dei pali, una parata in calcio d'angolo. Sono state scritte pagine e poesie meravigliose sul calcio, da letterati di levatura internazionale: le poesie di Umberto Saba, i racconti di Osvaldo Soriano ed Eduardo Galeano. Va ricordata la passione sportiva ed artisti…

Il paese di Falcone e Borsellino

Poche volte mi sono vergognato di essere italiano come quando furono barbaramente uccisi i giudici Falcone e Borsellino, le loro scorte e la compagna di Giovanni Falcone. E non solo per l'efferatezza del crimine ma anche per il modo in cui lo stato li ha lasciati colpevolmente soli. A distanza di venticinque anni dalla loro tragica morte ancora non sono noti i mandanti di quelle stragi e fino a che punto sia stata solamente la mafia a volerli eliminare. Falcone e Borsellino non sono stati uccisi dalla mafia per "vendetta" ma perché erano evidentemente arrivati a capire il famoso "terzo livello", chi veramente gestiva la "stanza dei bottoni" dei poteri occulti nel nostro paese, utilizzando di volta in volta la mafia, i neofascisti e pezzi di servizi segreti deviati. A furia di studiare le organizzazioni mafiose i due giudici stavano per capire chi aveva permesso alla mafia di prosperare dal secondo dopoguerra ai giorni nostri, chi l'ha veicolata e…

Fate schifo

Leggo dei post rivoltanti, scritti da esseri viventi che definire uomini politici fa contorcere le budella. Intrallazzatori di ogni risma, traghettatori da sinistra a destra e viceversa in base alle proprie convenienze private, semianalfabeti dall'ego smisurato, voltagabbana, opportunisti e parassiti, percettori a sbafo di stipendi e prebende sono in prima fila, a pontificare sull'acqua pubblica e su i vaccini. Ovviamente con l'unico intento di denigrare le opinioni altrui, poiché difficilmente sono in grado di esprimere concetti frutto di proprio ragionamento. Voglio dirlo schiettamente: mi fate schifo. MI fa schifo il vostro modo di intendere la politica, il vostro opportunismo, il fatto che continuate a vendervi per un piatto di lenticchie, la vostra furbizia meschina ed irresponsabile, la vostra faccia di culo che sbandierate ai quattro venti come se foste chissà quali statisti ed invece siete dei volgari ruba galline, la vostra assoluta mancanza di onestà intellettua…

Orbo

Ho investito molto sul lavoro per buona parte della mia esistenza, ho sacrificato la vita privata e gli affetti per lunghi anni. Ma ho puntato sul cavallo sbagliato. Dopo i primi anni in cui l'azienda sembrava credere in me, con l'arrivo della crisi di sistema dei primi anni del ventunesimo secolo, sono stato progressivamente gettato nel dimenticatoio sino a finire nelle liste di mobilità. Costruirsi una nuova esistenza, fondata su nuovi paradigmi, alla soglia dei cinquant'anni non è un'impresa facile. Non sai da dove cominciare, ti senti come un bicchiere improvvisamente svuotato, una bussola senza più ago magnetico. Da qualche anno mi cimento nello scrivere, più per necessità interiore che per prospettive lavorative. Ho tentato di scrivere qualche racconto ma francamente i risultati sono stati deludenti. Non ci si improvvisa scrittori. Ci vogliono anni di studi, di letture, di lento affinamento dello stile. Dietro ogni pagina c'è il sudore speso sui libri altrui…

In morte di un uomo libero

Se Oliviero Beha non ci avesse lasciato così presto sicuramente oggi avrebbe avuto parole di aspra critica nei confronti di quegli "opinionisti" e tifosi che questa mattina fanno della Roma la squadra più forte del mondo, dopo averla massacrata fino a ieri sera. Mi sembra di vederlo, con il suo sorriso sghembo a sottolineare la distanza siderale tra la sua cultura ed intelligenza con la pochezza di chi la natura ha dotato di poco acume ma sente comunque il desiderio di pontificare. Beha disprezzava senza appello gli imbecilli, soprattutto quelli funzionali al potere, e non faceva nulla per nascondere il suo disappunto. Anzi, provava una sorta di sano e cinico compiacimento nel distruggere personaggi privi di alcun spessore, in qualunque campo dello scibile: dal calcio alla politica, passando attraverso la filosofia. Ecco perché Beha è stato tanto odiato dalla politica e dai salotti buoni, che spesso lo hanno messo in quarantena, impedendogli vanamente di esprimersi. Il medi…

Crisalide

Il suono della tua voce, il sorriso luminoso, gli occhi limpidi e sereni danno pace all'animo mio che vive della tua luce riflessa. Ti guardo di nascosto e non si placa la sete del mio bene, le tue fragilità circondate dal mio abbraccio. I colori nascosti della crisalide acquistano nitidezza. Lungo e solitario è stato il tuo cammino, orribili mostri hanno impaurito il tuo cuore, ma il tuo sentiero è diventato il mio e prendendoti la mano ho trovato la mia via. Credevo di salvarti ma tu hai salvato me, credevo di guidarti e tu hai guidato me. Non lasciarmi mai ora sono io che ho bisogno di te.

L'abbuffata pasquale

Sgombriamo il campo da ogni dubbio: non vengo da una famiglia di inappetenti. Nella mia linea genealogica i vegani sono una forma di vita aliena residente su Proxima Centauri, il mais e l'orzo perlato venivano dati alle galline nel pollaio. L'insalata solo in due casi: in punto di morte o dopo la sesta portata, prima della sagra del dolce, per sgrassare la bocca. Certi miei zii, a pranzo, erano in grado di mangiare cibo per un peso assai superiore di quello corporeo, con scioltezza e naturalezza. E la sera ovviamente si cenava con gli avanzi (pochi) del pasto precedente, irrobustiti dall'immancabile spaghettata. Il punto massimo delle nostre abbuffate si raggiungeva durante le feste comandate. A natale si iniziava a mangiare torrone, pandoro e panettone dal quindici di ottobre. Ma il 25 dicembre era soltanto un allenamento propedeutico per la pasqua. Lì la nostra genia mostrava tutta la sua fame atavica. La colazione pasquale non era una colazione come tutte le altre: la tavol…

Il Paese

Un denso muro di nuvole grigie apparve dalle colline che digradano verso il mare. E la quiete che regnava tra gli alberi del bosco fu lacerata da un improvviso vento umido. I rami iniziarono a flettersi e ad agitarsi, le foglie a riempire il silenzio col loro fruscio.
Non era l'ora del tramonto eppure sembrò giunta la notte. I contadini del paese sapevano bene che quando le nubi arrivavano dai Monti della Strega la pioggia era assicurata. Le mucche ed i maiali furono fatti entrare nelle loro stalle, i lavori negli orti si interruppero, ed una silenziosa carovana di uomini stanchi si mise in cammino verso il paese: chi a piedi, chi in groppa al proprio mulo, chi su sgangherati carretti di legno trainati da vecchi cavalli. 
Anche l'oste del paese guardava avvicinarsi le nuvole minacciose dalla porta della sua locanda. E un mezzo sorriso apparve tra le labbra ed il sigaro toscano: i contadini sarebbero presto arrivati ad asciugarsi davanti al camino dell'osteria e ad un quar…