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Se questo è un lavoratore

Stavo pensando a mio padre. Ha lavorato 42 anni dietro la scrivania di un anonimo ufficio del Ministero delle Finanze (così si chiamava allora l'Agenzia delle Entrate). E quando andò in pensione, nel 1995, vennero a salutarlo tutti i dirigenti che aveva avuto negli ultimi anni, anche quelli in pensione. Gli dissero parole bellissime, non le solite frasi di circostanza, buone per tutte le cerimonie. Non c'è umanità in quello che facciamo nel mondo del lavoro, non c'è più quel senso di appartenenza che ti spinge a dare una mano al collega in difficoltà, perché sai che anche lui lo farebbe con te. Poi penso a me, rinchiuso in un tetro open space dove a stento ci si saluta l'un l'altro quando si arriva in ufficio. Dove quando uno sparisce non sai mai se si è licenziato, se è stato cacciato via o se è andato presso qualche cliente. E' probabile che anche io sarò tra i 288 lavoratori posti in cassa integrazione dalla IBM Italia ed il film dei miei 26 anni di lavoro si riavvolge come in una moviola. Gli scantinati dei clienti in cui ho lavorato per anni, l'odio con cui i essi ci guardavano perché vedevano noi consulenti come dei nemici che gli stavano rubando il lavoro. Le volte che ho lavorato con l'ernia del disco, ed il corso di aggiornamento vicino Como, impostomi dal mio superiore diretto sebbene sapesse che avevo mia cognata morente di leucemia fulminante. Cos'è un'azienda se non un gruppo di persone che lavorano? E dove può arrivare un'azienda se non si cammina tutti nella stessa direzione, se si deve trascorrere la maggior parte del tempo a difendersi dalle coltellate dei colleghi, dalle minacce del top managment, invece di impiegarlo per crescere professionalmente. Se potessi farei a meno di trascorrere i prossimi 15 anni così, ma non ho beni al sole né un età anagrafica che mi lascia speranze di trovare qualche lavoro degno di questo nome. Sopporterò finché sarà possibile, finché qualcun altro si accomoderà nell’open space. E nessuno si accorgerà di nulla.
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