Questo blog è dedicato alla professoressa di letteratura italiana e latina, Loredana Rossi Molinaro, donna di grandissima cultura ed infinita umanità.

31/05/15

Lettera a zia Cicci

Cara zia Cicci,
eccoci di nuovo al 31 maggio. Il nostro 31 maggio. E' ormai una consuetudine, un appuntamento irrinunciabile. Anche se credo che tu non possa sentirmi. Il mio agnosticismo si sta radicando sempre di più e sempre di più sono convinto che dopo questa vita nulla ci sia ad aspettarci.
Sarà anche per questo che non ho più alcuna aspettativa: sto tentando di imparare a vivere giornalmente, senza alcuna progettualità. Dirai che è un quadro desolante e non sarò certo io a volerti contraddire.
Con la vecchiaia sto diventando sempre più fragile. La forza di volontà è stata frantumata da un'esistenza difficile che si è divertita a farmi sbalzare da vette infinite a depressioni ben più profonde del livello del mare. No la colpa non è di Andrea, anche se la preoccupazione è tanta. Quando è sereno la mia vita si colora. Lui mi da tanto e non solo a me. Anche se a volte ho l'impressione di accorgermene solo io. Meriterebbe più comprensione, non c'è nulla di male in una carezza o in un abbraccio. E se alle volte ha dei momenti difficili occorrerebbe intuire che non è una sua scelta, che il primo a soffrirne è lui, fisicamente e psicologicamente.
Non so perché proprio io, cinico ed egoista, provi questo amore assoluto per mio fratello. Forse la natura tende a compensare le mancanze che essa stessa crea. O forse vedo in lui me stesso, quel me stesso che avrei voluto essere, puro ed incontaminato.
Sono misteri che non ho la forza di capire, ma non mi interessa. Qualunque sia il motivo che mi spinge a volere bene a mio fratello è una questione di secondaria importanza. Quello che conta, cara zia, è che lui fa parte di me, dei miei pensieri e dei miei rari sorrisi.
No, non è Andrea che mi ha debilitato la psiche. E' il lavoro, la sua precarietà l'origine del mio malessere.
Sai, zia Cicci, che è dal 2002 che stanno tentando di indurmi al licenziamento con ogni mezzo? Ogni anno i manager della mia azienda mi contattano per dirmi che la situazione è molto difficile, che oggi c'è l'opportunità di andare via con un po' di denaro e che mi conviene accettarlo, perché il prossimo anno potrebbe non esserci più questa opportunità. Ma hanno usato anche altri metodi, tentando di farmi lavorare lontano da casa, oppure offrendomi mansioni che hanno mortificato la mia professionalità. Insomma non c'è un giorno in cui io non mi senta considerato come un inutile fardello dalla mia azienda e se pensi al progressivo deterioramento che stanno subendo i diritti dei lavoratori potrai ben comprendere il perché del mio stato d'animo, dei miei silenzi, della tristezza profonda, di quel gelo che si è infiltrato nella mia esistenza e che non c'è modo di sciogliere.
Puoi capirmi vero zia? Tu sei morta di ictus cerebrale per colpa di queste stesse maledette preoccupazioni. E perché forse nessuno è riuscito a consolarti, a dire quelle parole che ti avrebbero scaldato il cuore, a darti quell'abbraccio che tu avresti voluto avere.
Non è giusto perdere le persone care l'ultimo giorno di maggio, col sole che riscalda il cielo, azzurro e senza nubi. Quando la natura risorge non si è pronti a lasciare e ad essere lasciati.
Non è giusto perdere persone che che ti hanno così tanto amato dal giorno della nascita da far sembrare normale tutto quell'amore. Ma normale non era.
Non è giusto che io scriva a te sapendo che non potrai leggermi o sentirmi. Tu che non mi sei mai più apparsa nemmeno in sogno, per non illudermi con un qualche remoto miracolo. Il tuo ultimo infinito atto d'amore.

29/05/15

Lalo

Walter Petron nasce a Padova nel 1918, l'anno della fine della prima guerra mondiale. Un anno fausto dunque, doppiamente per la famiglia Petron che vede nascere un bel pupo biondo, dagli occhi chiari e dai tratti gentili.
Ancora non lo sa Walter, ma la guerra, nel bene e nel male, scandirà le fasi della sua vita.
Come tutti i ragazzi s'innamora del gioco del calcio, solo che lui è diverso dai suoi compagni, dimostra subito di avere una grande dimestichezza col pallone.
Tutti vogliono "Lalo" in squadra, il biondino che incanta con la sua leggerezza ed il suo tocco preciso, che segna ma soprattutto fa segnare anche i più scarsi, quelli che vengono messi davanti al portiere affinché possano far meno danni possibile.
Il ragazzo viene notato dagli osservatori del Padova che lo assoldano nella squadra allora militante nel campionato di Serie C. A soli diciassette anni viene fatto esordire con la prima squadra. Dieci presenze ed un gol, allo stadio Appiani, che sancisce la vittoria per uno a zero contro gli storici rivali del Grion Pola, squadra istriana coriacea.
"Lalo" promette assai bene e l'anno successivo viene promosso titolare: venticinque presenze condite con dieci realizzazioni. Grazie anche alle sue belle prestazioni il Padova vince il girone A della Serie C e viene promosso in serie B.
E' un anno importante il millenovecentotrentotto per il ventenne Walter. Il salto nella serie B è un esame importante, può essere l'anticamera ed il trampolino di lancio verso una carriera di grande rispetto. E Petron non tradisce le attese. Il neo promosso Padova giunge quarto in serie B grazie alle trentuno presenze ed ai sei gol di "Lalo".
Le belle prestazioni di Walter vengono seguite dagli osservatori di molte squadre di serie A e mentre si disputano in Francia i campionati del mondo di Calcio, che vedranno vittoriosa la nostra Nazionale per la seconda volta consecutiva, i dirigenti del Torino decidono di acquistare la talentuosa mezzala destra. A caldeggiarne l'acquisto è il direttore tecnico ungherese di origini ebraiche Ernesto Egri Erbstein, appena assunto nel Torino dopo aver portato la Lucchese dalla serie C alla serie A in poche stagioni.
Al giovane Petron non sembra vero: in soli tre anni, dai polverosi campetti della serie C al mitico campo Filadelfia, che ha visto le gesta di Baloncieri, Janni, Rossetti e Libonatti. Le gesta del Torino che seppe vincere lo scudetto e tenere testa al Bologna "che tremare il mondo fa".
I tifosi torinisti tuttavia nutrono qualche dubbio. Potrà un ragazzo così giovane ed inesperto prendere le redini del Torino e riportarlo alla vittoria dello scudetto che manca ormai da ben undici anni?
A parte qualche ovvia titubanza iniziale il giovane "Lalo" inizia a comandare il centrocampo del Torino. La sua eleganza e leggerezza porta il Toro ad un soddisfacente secondo posto in classifica. Molti giornalisti sportivi iniziano a raccontare le gesta di Walter, paragonandole a quelle di un altro grande giocatore, lo sfortunato "Farfallino" Borel II, attaccante della Juventus e della Nazionale di Vittorio Pozzo.
Ma il millenovecentotrentotto non è solo l'anno della consacrazione di Petron. Dense nubi di guerra si avvicinano all'orizzonte e anche in Italia, alleata della Germania di Hitler, vengono promulgate le famigerate "Leggi razziali", che impediscono ai cittadini di origine ebraica di svolgere qualunque carica pubblica.
Il partito fascista di Torino non può tollerare che il direttore tecnico del Toro sia un ebreo e preme sulla società affinché Egri Erbestein venga esonerato. Cosa che puntualmente avviene nel dicembre del trentotto, col Torino in lotta per il primo posto.
Senza più la guida del tecnico magiaro il Torino, nella stagione 1939-40, stenta a ripetere le brillanti prestazioni dell'anno precedente e termina il campionato con un insignificante sesto posto. Tuttavia Petron non demerita: in ventisei partite mette a segno un bottino di otto gol, uno in più dell'anno di esordio col Torino.
Intanto viene eletto presidente del Toro l'industriale Ferruccio Novo, un imprenditore intelligente e di vedute moderne, che si avvale di consiglieri preparati. Novo comincia a tessere la trama di quella meravigliosa tela che sarà il "Grande Torino", operando attivamente sul mercato e acquistando giocatori giovani ma di sicuro valore, come Ossola dal Varese.
Ma la guerra rientra di nuovo nella vita degli italiani e di Walter: alla fine del campionato Mussolini dichiara guerra alla Francia ed all'Inghilterra. "Vincere! E vinceremo!" dichiarerà dal balcone di palazzo Venezia. Ma la storia provvederà a fare giustizia delle sue malefatte, finirà appeso a testa in giù a piazzale Loreto, a Milano. La stessa piazza in cui, poche settimane prima, erano stati fucilati dai repubblichini diversi partigiani. E fu vietato ai famigliari di rimuovere i poveri corpi per diverse ore, in modo che tutti i milanesi potessero vedere.
"Lalo" è un ragazzo forte, a dispetto dei suoi lineamenti gentili. A soli ventidue anni ha saputo scalare le vette del calcio italiano, conquistando il palcoscenico del "Filadelfia" e dei suoi tifosi.
Ma la guerra è un orrore troppo forte, sinistri presagi corrono nella mente di Petron che si incupisce. Il Torino stenta in campionato e a Walter non riesce il tanto auspicato salto di qualità. Nel torneo del 1940-41 il Toro arriva soltanto settimo e di cinque reti è il bottino di "Lalo".
Ferruccio Novo allora tenta di rimediare ed attorno a Petron costruisce una squadra di tutto rispetto grazie agli azzeccatissimi acquisti di Ferraris II, ala sinistra dell'Internazionale e campione del Mondo nel millenovecentotrentotto; del difensore Rigamonti dal Brescia; del centravanti Gabetto dall'acerrima nemica Juventus; di Romeo Menti, ala destra della Fiorentina.
Questi innesti rendono il Torino nuovamente competitivo. A lungo la squadra lotta per lo scudetto, ma alla fine dovrà accontentarsi del secondo posto, dietro alla Roma di Amadei e dell'ex Brunetta.
Petron fa la sua parte: segna sei gol e soprattutto ne fa segnare tanti a Gabetto (16) ed a Romeo Menti (15).
Ma Ferruccio Novo non si accontenta. Il Toro in quell'anno viene inopinatamente estromesso dalla Coppa Italia nei sedicesimi di finale per colpa del sorprendente Venezia, che arriverà terzo alla fine del campionato 1941-42. Venezia che infliggerà al Torino una pesante sconfitta per tre ad uno a poche giornate dalla fine del torneo di serie A e che di fatto consegnerà alla Roma lo scudetto.
Cosa aveva di così tanto speciale quel Venezia del 1942? La coppia delle mezze ali, Loik e, soprattutto, Valentino Mazzola.
Walter era un buon giocatore, ma Valentino era un fuoriclasse e ricopriva il suo stesso ruolo in campo. Novo capì immediatamente che, se voleva tornare a vincere lo scudetto ed abbandonare la maledizione dei secondi posti, avrebbe dovuto acquistare le due mezze ali. Andò dal presidente del Venezia con un assegno di un milione e duecentomila lire per entrambi i giocatori. Una cifra esorbitante per l'epoca e soprattutto per un epoca di guerra. Ma il presidente veneto, che temeva il malcontento della sua tifoseria, alzò la posta. Oltre ai soldi voleva una contropartita di giocatori di chiara fama. Novo acconsentì e fu decisa seduta stante la cessione del portiere Bodoira e del nostro Walter "Lalo" Petron.
Non abbiamo testimonianze dirette ma possiamo presumere il disappunto ed il dispiacere di Walter alla notizia della sua cessione. Un talento come lui, così giovane, finire in una squadra di secondo rango come il Venezia. Ma allora non c'erano i procuratori ed i giocatori erano un'esclusiva proprietà dei presidenti delle squadre di calcio.
Walter fece le valigie, sommessamente. Salutò i suoi compagni e si trasferì a Venezia in quello che sarà l'ultimo campionato prima dell'interruzione per le cause belliche.
E mentre si intensificavano i bombardamenti sulle maggiori città italiane, iniziava il campionato di calcio 1942-43. Il Torino, con gli innesti di Loik e Mazzola, dimostrerà subito di essere una squadra perfetta e vincerà il primo dei suoi cinque scudetti davanti al sorprendente Livorno. Il povero Petron ed il suo Venezia, senza più gli assi dell'anno precedente, si salveranno a stento dalla serie B, grazie a drammatici spareggi contro il Bari e la Triestina.
In un solo anno "Lalo" vede spegnersi i suoi sogni di gloria: la sua ex squadra che trionfa in campionato e lui, che in fondo aveva regalato due secondi posti, con una rosa nettamente inferiore, a combattere per la salvezza.
L'unica nota positiva è che Venezia è vicino casa e, in tempo di guerra, è una cosa che assume una grande importanza. "Lalo" può tornare tutti i giorni nella sua Padova, dove ci sono i suoi affetti ed i suoi amici d'infanzia.
Magari spera di essere acquistato da un'altra squadra, più blasonata, alla fine della guerra. Ha solo venticinque anni e la sua classe è intatta.
Ma nel luglio del 1943 Mussolini viene destituito e l'Italia si trova di fatto divisa in due: da Roma in su in mano ai tedeschi, al sud agli alleati. E' praticamente impossibile organizzare un campionato di calcio. La Federazione consente ai giocatori di allocarsi nelle squadre che ritengono più opportune, con l'obbligo a fine guerra di ritornare in quelle di provenienza. Nel nord Italia si organizza un campionato "Alta Italia" che viene vinto sorprendentemente dalla squadra dei Vigili del Fuoco di La Spezia, davanti al Torino. "Lalo" si schiera col suo Venezia, che arriva al girone finale ma dovrà arrendersi al Torino ed accontentarsi del pareggio con i VV.FF. La Spezia.
Ma non c'è più tempo per il calcio. I bombardamenti sulle città italiane si fanno sempre più pesanti e frequenti. Walter è ormai fisso a Padova, bombardata violentemente e con costanza dagli aerei alleati.
E mentre sta andando al rifugio per ripararsi dall'ultimo bombardamento, il 21 marzo 1945 "Lalo" viene colpito dalle schegge di una bomba che esplode a pochi metri da lui.
Il ventiseienne talento di Padova, che aveva fatto sognare i tifosi del Torino per quattro stagioni, muore sul colpoa pochi metri da casa e a pochi mesi dalla liberazione.
La città di Torino ed il Torino non lo dimenticarono. Nel febbraio del 1949, dopo l'incontro Padova Torino finito quattro pari, i giocatori del "Grande Torino" resero omaggio alla memoria di "Lalo" portando fiori al campo sportivo che fu il primo stadio del Padova e che dopo la guerra fu intitolato a lui.
Nessuno avrebbe potuto immaginare che poche settimane dopo anche il Grande Torino avrebbe raggiunto Walter Petron a causa del tremendo schianto in cui persero la vita i giocatori e lo staff tecnico della squadra, nella tragedia aerea di Superga.
Mi piace credere che, in qualche angolo remoto dell'universo, Walter e Valentino si siano potuti abbracciare scusandosi vicendevolmente: se Mazzola non fosse stato acquistato dal Torino Walter forse non sarebbe morto. E se Walter non fosse stato ceduto al Venezia forse Valentino sarebbe sopravvissuto. E poi abbiano preso un pallone, iniziando a deliziare le galassie con le loro infinite giocate meravigliose.

11/05/15

Non potete essere così stupidi

Tra pochi minuti inizierà una delle settimane lavorative più insensate e debilitanti della mia pluriventtennale...

Posted by Stefano Maciocchi on Domenica 10 maggio 2015