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Il buio.

Buio.
Una sensazione di oppressione. Non riesco a muovermi, nemmeno ad aprire gli occhi. Sento dolori lancinanti in tutto il corpo.
Ancora buio.
Non so se siano passate ore, giorni o minuti. Immagino che sia tutto un sogno, un orrendo incubo, ma i dolori sono reali, troppo reali.
Cerco di fare mente locale. Sono uno studente universitario, sto per presentare la tesi. Sono sceso a prendere una birra con i miei amici, Antonio, Francesca, Mark e Andrea. Poi ci siamo salutati e siamo andati a dormire. Cerco di ricordare altro ma i dolori alla testa si fanno insopportabili. Respiro sempre più a fatica.
Buio, ancora buio.
Sento dei rumori, forse li ho sognati. No, li sento ancora. Sono come dei tonfi ovattati. Vorrei gridare ma non ne ho la forza. Mi accorgo di poter muovere solo la mano sinistra. Sento qualcosa di metallico vicino alla mano e cerco di capire se posso sbatterlo addosso a qualcosa. Afferro l'oggetto e con il polso cerco di farlo roteare a destra ed a sinistra. C'è qualcosa di solido su cui va a sbattere. Per un attimo lo perdo ma per fortuna riesco a ritrovarlo. Percuoto l'oggetto ma non riesco a sentire alcun rumore tranne i tonfi ovattati.
Torna il buio.
Improvvisamente un tremore mi scuote. Non riesco ad aprire gli occhi ma dalle palpebre mi accorgo di un raggio di luce che mi attraversa come una spada. I tonfi sono spariti ma sento dei rumori familiari, come dei bisbigli. Sobbalzo. Qualcuno mi sta pulendo il viso, gli occhi e le orecchie. Ora riesco a sentire.
"Respira ancora!".
"Fate piano, fate piano!".
Sento che stanno cercando di spostarmi ma svengo dal dolore.
Di nuovo buio.
Mi risveglio. Sono su un letto, pieno di tubi e monitor. Non posso ancora muovermi e non potrò farlo per altri sei mesi. Ma sono vivo. I miei genitori mi racconteranno nei giorni successivi quello che è successo. Il palazzo dove risiedevo a L'Aquila è crollato alle prime scosse di terremoto. Un trave si è fermato a venti centimetri dal mio corpo creando una piccola intercapedine che mi ha salvato la vita.
Antonio, Francesca, Mark e Andrea non hanno avuto la mia stessa fortuna. Sono rimasti per sempre sotto le macerie dei loro alloggi, vite spezzate mentre stavano per spiccare il volo.
A loro e a tutti i morti del terremoto de L'Aquila ho dedicato la mia tesi in geologia. Le loro volontà vivranno nei miei gesti, nelle mie parole e nel mio lavoro. I loro sguardi brilleranno nella luce che penetrerà le mie pupille. Il loro amore nel battito del mio cuore.

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