Questo blog è dedicato alla professoressa di letteratura italiana e latina, Loredana Rossi Molinaro, donna di grandissima cultura ed infinita umanità.

03/12/15

La vostra condanna

Forse è così che ci vogliono.Impauriti, gli uni contro gli altri. Forse è così che ci vogliono. Precari e senza...

Posted by Stefano Maciocchi on Giovedì 3 dicembre 2015

27/11/15

E' già il tuo compleanno

E' già il tuo compleannoe tu stai dormendoma il sonno è tenuee il volto tradisce i pensierisu di me, su di noi.Ti...

Posted by Stefano Maciocchi on Giovedì 26 novembre 2015

26/11/15

Libertà è condivisione

Oggi riunione sindacale per descrivere ai lavoratori IBM la richiesta di Cassa Integrazione Ordinaria (CIGO) a zero ore...

Posted by Stefano Maciocchi on Giovedì 26 novembre 2015

23/11/15

Al riparo altrove

Eppure vi sono grato, voi che rendete la mia vita così dura ed amara.
Grazie alla vostra cieca ingordigia riscopro come sia bello stringere le persone a me care, tuffarmi nella loro silenziosa ed onnipresente bontà.
Fate ciò che dovete, non mi importa. Io non vi appartengo più e non da oggi.
Il mio cuore è al riparo altrove.
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L'universo parallelo

Oggi ho sentito l’esigenza di chiedere scusa ad una persona che mi è assai vicina e che ho molto maltrattato in questi ultimi anni.
E’ un ragazzo in gamba, serio, studioso, insomma quei figli che tutti i genitori vorrebbero avere. Ha fatto molti sacrifici, ha rinunciato a divertirsi nei suoi anni più belli per conseguire una laurea col massimo dei voti (senza lode, ma chi se ne frega) e nel minor tempo possibile, poiché proviene da una famiglia non ricca, che ha fatto sacrifici enormi per mantenerlo agli studi.
Una volta mi ha raccontato di aver visto suo padre sempre con lo stesso cappotto per anni interi, con le scarpe risuolate dal calzolaio quando avrebbero avuto solo bisogno di essere buttate.
E che quando suo padre gli aumentò la paghetta settimanale di mille lire, andò in bagno e si mise a piangere dalla felicità.
Non ha avuto un’adolescenza facile, sormontato dai doveri scolastici e da problemi di salute gravissimi che si sono abbattuti nella sua famiglia. Ma ce l’ha fatta. Non ha abbandonato gli studi, non ha cercato facili paradisi nelle droghe e ricchezze immediate nelle rapine.
A questo ragazzo debbo delle scuse. Sì, caro Stefano Maciocchi venticinquenne, ti chiedo perdono per non aver saputo coltivare quel talento che avevi nelle tasche, per averti costretto ad inseguire mete illusorie, a frequentare persone ed ambienti di lavoro insopportabili. Ti chiedo scusa per averti fatto conoscere lo spettro della cassa integrazione alla soglia dei 54 anni e il gelo di un futuro incerto e precario.
Lo so, potrei usare tanti alibi. Potrei dire che le scelte che ho fatto allora sembravano le migliori possibili, che nessuno poteva prevedere lo sfascio morale ed economico in cui il nostro paese ed il mondo intero sono caduti.
Ma mi sento responsabile lo stesso. E quando ho visto gli occhi di mio padre inumidirsi ad 84 anni mentre gli dicevo che potevo finire in cassa integrazione mi sarei preso a pugni. Tu questi dolori non glieli hai mai dati. Caro Stefano Maciocchi venticinquenne cercati un’altro universo, un mondo parallelo dove anche chi non riesce ad essere un ladro od una carogna può vivere del suo merito.
E quando avrai la mia stessa età abbraccia forte nostro padre. Lui non capirà, ma noi sappiamo il perché.

Se questo è un lavoratore

Stavo pensando a mio padre. Ha lavorato 42 anni dietro la scrivania di un anonimo ufficio del Ministero delle Finanze (così si chiamava allora l'Agenzia delle Entrate). E quando andò in pensione, nel 1995, vennero a salutarlo tutti i dirigenti che aveva avuto negli ultimi anni, anche quelli in pensione. Gli dissero parole bellissime, non le solite frasi di circostanza, buone per tutte le cerimonie. Non c'è umanità in quello che facciamo nel mondo del lavoro, non c'è più quel senso di appartenenza che ti spinge a dare una mano al collega in difficoltà, perché sai che anche lui lo farebbe con te. Poi penso a me, rinchiuso in un tetro open space dove a stento ci si saluta l'un l'altro quando si arriva in ufficio. Dove quando uno sparisce non sai mai se si è licenziato, se è stato cacciato via o se è andato presso qualche cliente. E' probabile che anche io sarò tra i 288 lavoratori posti in cassa integrazione dalla IBM Italia ed il film dei miei 26 anni di lavoro si riavvolge come in una moviola. Gli scantinati dei clienti in cui ho lavorato per anni, l'odio con cui i essi ci guardavano perché vedevano noi consulenti come dei nemici che gli stavano rubando il lavoro. Le volte che ho lavorato con l'ernia del disco, ed il corso di aggiornamento vicino Como, impostomi dal mio superiore diretto sebbene sapesse che avevo mia cognata morente di leucemia fulminante. Cos'è un'azienda se non un gruppo di persone che lavorano? E dove può arrivare un'azienda se non si cammina tutti nella stessa direzione, se si deve trascorrere la maggior parte del tempo a difendersi dalle coltellate dei colleghi, dalle minacce del top managment, invece di impiegarlo per crescere professionalmente. Se potessi farei a meno di trascorrere i prossimi 15 anni così, ma non ho beni al sole né un età anagrafica che mi lascia speranze di trovare qualche lavoro degno di questo nome. Sopporterò finché sarà possibile, finché qualcun altro si accomoderà nell’open space. E nessuno si accorgerà di nulla.
Pubblicato su Facebook Note

09/11/15

L'ora dei dolci ricordi


Questa è l'ora dei dolci ricordi.Volano impalpabili col vento,prendono forma plasmati dal cuore.Volti, luoghi,...
Posted by Stefano Maciocchi on Domenica 8 novembre 2015

24/10/15

Il piano inclinato del tempo

Nel piano inclinato del tempola giostra gira impazzitaed io trattengo il respiroilludendomi che nulla abbia fine.

Posted by Stefano Maciocchi on Giovedì 22 ottobre 2015

06/10/15

La notte è dei pensieri.

La notte è dei pensieri.
Lampi senza luce.
Tuoni ovattati.
Si spengono le stelle ad una ad una.
La luna un lontano ricordo.
Ed il silenzio sembra non aver più fine.

05/10/15

Il buon esempio

Quello che manca al nostro paese è il buon esempio. In una famiglia i figli hanno ottime probabilità di crescere onesti...

Posted by Stefano Maciocchi on Lunedì 5 ottobre 2015

29/09/15

L'odio

Vorrei picchiare tutto il mondo.
Perché troppe volte lui ha picchiato me.
E sputarvi in un occhio
quando vi lamentate delle vostre vite facili.
Io che ho dovuto scalare montagne più forti di me.
Il dolore mi ha reso cattivo.
Amorale ed egoista.
Il dolore mi ha reso vendicativo.
Spietato e privo di scrupoli.
Solitario e velenoso come un serpente a sonagli.
Statemi alla larga, emano odio da tutti pori.
Lasciatemi solo a vomitare il mio disagio,
non posso più guardare le vostre vite serene.

24/08/15

Le mie aspre salite


Dopo i timidi tentativi degli anni passati Andrea è finalmente riuscito a non turarsi le orecchie durante l'esecuzione dello spettacolo pirotecnico.
Ha anche accennato all'"Urlo" di Munch (tra l'altro pronunciando impeccabilmente il cognome del pittore) in un suo breve discorso, lasciandomi senza parole.
Spesso mi capita di fare un bilancio della mia vita. Ho ricevuto molte sberle che mi hanno messo al tappeto per lungo tempo. E sicuramente avrei potuto fare di più come figlio, come marito e come fratello.
Però, in serate come queste, riesco a respirare un po' d'aria pura e, guardandomi allo specchio, riesco a non sputarmi in un occhio. In serate come queste, perdonatemi tutti, ma gli altri mi sembrano piccolissimi, anche se hanno un lavoro più bello del mio, se hanno un conto in banca più solido (e non ci vuole molto) e se la vita per loro è sempre stata in discesa.
Oggi rivendico le mie aspre salite, sono sulla cima del monte. E, voltandomi indietro, sento di non dover rimpiangere più nulla. Fiero come solo chi ha saputo di essere sempre nel sentiero più giusto, più onesto.
Domani arriveranno altre nuvole, altre tempeste. Vacillerò, cadrò e mi rialzerò ferito e più debole. Ma non stasera. Stasera le antiche cicatrici non mi dolgono più.

15/08/15

Odio il mezzo.

Odio il mezzo.
Né prima, né dopo.
Né giovane, né vecchio.
Né giusto, né sbagliato.
Odio il mezzo
e le sue virtù.
Che sanno di pane raffermo,
colorate di grigio.
Odio il mezzo
ed il suo pensiero.
chiuso nell'infinitesimo spazio
dell'occhio accecato dalla paura.
Odio il mezzo.
Né avanti, né indietro.
Né destra, né sinistra.
Né vita, né morte.

11/08/15

Torna la pioggia

Tornano i lampi, i tuoni e la pioggia.
Prima breve, poi incessante.
I rami s'incurvano ai voleri del vento e la terra,
da arsa e polverosa,
s'impregna e si riempie di mille rivoli che scendono verso i pendii,
a formare microscopici laghi.
Sembra quietarsi la pioggia, ma poi riprende,
rumorosa ed insistente.
Se la pioggia potesse lavare i pensieri, diluire i ricordi,
ad essa mi donerei.
Confondere le gocce con le lacrime,
il vento con i brividi del pensiero.
Se la luce dei lampi potesse rischiarare le infinite oscurità dell'animo
ed il rombo del tuono risvegliare il coraggio e la volontà
ad essi mi offrirei.
Torna la pioggia ed io torno indifeso,
come le foglie percosse dall'acqua,
come gli animali rinchiusi nei loro rifugi.

22/07/15

Sole malato

Equilibrio instabile.
Fragile.
Maneggiare con cura.
Strade sdrucciolevoli.
Sbandamenti.
Carreggiate tortuose,
salite sfiancanti.
Inciampi.
Cadute.
Ferite più o meno gravi.
Sassi acuminati
Ghiaia nelle scarpe.
Polvere negli occhi
e nella gola.
Sole maledetto.
Malato.

20/07/15

Noi

Noi avevamo la Fiat 127. Verde bottiglia e con gli interni beige. Aveva la ruota di scorta dentro il cofano del motore e ce la rubarono subito. Ce ne accorgemmo quando forammo, ovviamente.
Noi il sabato sera vedevamo Canzonissima. Con Gianni Morandi, sì quello di adesso, solo più giovane. E Corrado. E Raffaella Carrà che ballava il "Tuca tuca" con l'ombelico scoperto.
Il giovedì noi vedevamo Rischiatutto, con Mike Bongiorno e la signora Longari che forse cadde su una domanda inerente il pisello (inteso nel senso di legume).
Noi non perdevamo nemmeno una puntata di "Che tempo che fa", col colonnello Bernacca che disegnava nubi e mareggiate col gesso sopra una cartina dell'Italia stampata su una lavagna.
Noi aspettavamo con ansia la Fiera del Levante a Bari per poter vedere un film trasmesso sul canale nazionale alle dieci di mattina. Anche spesso trattavasi di polpettoni con Amedeo Nazzari ed Yvonne Sanson.
Noi, alle cinque del pomeriggio, accendevamo la televisione per ascoltare la musica trasmessa in attesa dell'inizio dei programmi del pomeriggio, davanti al monoscopio in bianco e nero.
Noi interrompevamo gli studi per seguire la TV dei Ragazzi: "Le avventure di Ciuffettino", "La filibusta", "I ragazzi di Padre Tobia", "Chissà chi lo sa?".
Noi che vedevamo la Tv dei ragazzi facendo merenda: pane burro e marmellata. Zuegg.
Noi che bevevamo l'orzata e lo sciroppo di amarene Fabbri, ed avevamo l'enciclopedia "I quindici", e i mattoncini colorati della Lego.
Noi che studiavamo sul sussidiario ed avevamo il pallottoliere, che portavamo il grembiule blu col colletto bianco di plastica dura ed il fiocco bianco.
Noi che avevamo le tasche piene di biglie di vetro e di figurine Panini, che avevamo sempre le ginocchia sbucciate perché indossavamo i pantaloni corti anche d'inverno.
Noi che credevamo l'adolescenza non dovesse mai finire e che invece se ne è andata, insieme agli anni sessanta.
Noi che siamo cresciuti senza rendercene conto.
Noi che ospitiamo ancora quel bambino e non lo lasciamo andare.
Noi che bambini siamo stati senza esserlo stati mai.

14/07/15

Yogurt acido


Come quasi sempre, i popoli sono di gran lunga migliori di chi li rappresenta. Devo dire che per un attimo ho sperato anche io in Tsipras, come esponente di una sinistra coraggiosa ed alternativa a quello che ci stanno spacciando come il migliore dei mondi possibili.
Ed invece assisto ad una manfrina degna della peggiore "malapolitica" italiana: si grida "NO", anzi "OXI", agli strozzini della UE; si indice un referendum per far scegliere al popolo se accettare o meno l'ultimatum della Merkel. E poi si costringe Varufakis alle dimissioni, si getta alle ortiche il risultato referendario e ci si piega al 95% delle condizioni poste dalla UE prima del referendum stesso.
Nemmeno Migliore e la Boschi sarebbero stati capaci di così tanto.
Ecco perché non mi fido più di questa gente, squali travestiti da agnelli, conservatori con in tasca il "Capitale", ecologisti ammiratori delle discariche e dei rigassificatori.
Ora la Grecia morirà. Non perché sarà uscita dall'Euro, ma per le norme di austerità imposte dalla Germania (leggasi "creditori"). La cura più letale della malattia. E c'è poco da stare allegri. I prossimi saremo noi.

20/06/15

Avrei bisogno

Avrei bisogno.
Non di soldi o di successo.
Ma di sorrisi e noia da serenità.
Di buoni amici e di risate.
Di giorni...

Pubblicato da Stefano Maciocchi su Sabato 20 giugno 2015

03/06/15

Un paese impresentabile

Da quest'ultima tornata elettorale il vero sconfitto è il popolo italiano. Più della metà degli aventi diritto hanno...

Posted by Stefano Maciocchi on Mercoledì 3 giugno 2015

31/05/15

Lettera a zia Cicci

Cara zia Cicci,
eccoci di nuovo al 31 maggio. Il nostro 31 maggio. E' ormai una consuetudine, un appuntamento irrinunciabile. Anche se credo che tu non possa sentirmi. Il mio agnosticismo si sta radicando sempre di più e sempre di più sono convinto che dopo questa vita nulla ci sia ad aspettarci.
Sarà anche per questo che non ho più alcuna aspettativa: sto tentando di imparare a vivere giornalmente, senza alcuna progettualità. Dirai che è un quadro desolante e non sarò certo io a volerti contraddire.
Con la vecchiaia sto diventando sempre più fragile. La forza di volontà è stata frantumata da un'esistenza difficile che si è divertita a farmi sbalzare da vette infinite a depressioni ben più profonde del livello del mare. No la colpa non è di Andrea, anche se la preoccupazione è tanta. Quando è sereno la mia vita si colora. Lui mi da tanto e non solo a me. Anche se a volte ho l'impressione di accorgermene solo io. Meriterebbe più comprensione, non c'è nulla di male in una carezza o in un abbraccio. E se alle volte ha dei momenti difficili occorrerebbe intuire che non è una sua scelta, che il primo a soffrirne è lui, fisicamente e psicologicamente.
Non so perché proprio io, cinico ed egoista, provi questo amore assoluto per mio fratello. Forse la natura tende a compensare le mancanze che essa stessa crea. O forse vedo in lui me stesso, quel me stesso che avrei voluto essere, puro ed incontaminato.
Sono misteri che non ho la forza di capire, ma non mi interessa. Qualunque sia il motivo che mi spinge a volere bene a mio fratello è una questione di secondaria importanza. Quello che conta, cara zia, è che lui fa parte di me, dei miei pensieri e dei miei rari sorrisi.
No, non è Andrea che mi ha debilitato la psiche. E' il lavoro, la sua precarietà l'origine del mio malessere.
Sai, zia Cicci, che è dal 2002 che stanno tentando di indurmi al licenziamento con ogni mezzo? Ogni anno i manager della mia azienda mi contattano per dirmi che la situazione è molto difficile, che oggi c'è l'opportunità di andare via con un po' di denaro e che mi conviene accettarlo, perché il prossimo anno potrebbe non esserci più questa opportunità. Ma hanno usato anche altri metodi, tentando di farmi lavorare lontano da casa, oppure offrendomi mansioni che hanno mortificato la mia professionalità. Insomma non c'è un giorno in cui io non mi senta considerato come un inutile fardello dalla mia azienda e se pensi al progressivo deterioramento che stanno subendo i diritti dei lavoratori potrai ben comprendere il perché del mio stato d'animo, dei miei silenzi, della tristezza profonda, di quel gelo che si è infiltrato nella mia esistenza e che non c'è modo di sciogliere.
Puoi capirmi vero zia? Tu sei morta di ictus cerebrale per colpa di queste stesse maledette preoccupazioni. E perché forse nessuno è riuscito a consolarti, a dire quelle parole che ti avrebbero scaldato il cuore, a darti quell'abbraccio che tu avresti voluto avere.
Non è giusto perdere le persone care l'ultimo giorno di maggio, col sole che riscalda il cielo, azzurro e senza nubi. Quando la natura risorge non si è pronti a lasciare e ad essere lasciati.
Non è giusto perdere persone che che ti hanno così tanto amato dal giorno della nascita da far sembrare normale tutto quell'amore. Ma normale non era.
Non è giusto che io scriva a te sapendo che non potrai leggermi o sentirmi. Tu che non mi sei mai più apparsa nemmeno in sogno, per non illudermi con un qualche remoto miracolo. Il tuo ultimo infinito atto d'amore.

29/05/15

Lalo

Walter Petron nasce a Padova nel 1918, l'anno della fine della prima guerra mondiale. Un anno fausto dunque, doppiamente per la famiglia Petron che vede nascere un bel pupo biondo, dagli occhi chiari e dai tratti gentili.
Ancora non lo sa Walter, ma la guerra, nel bene e nel male, scandirà le fasi della sua vita.
Come tutti i ragazzi s'innamora del gioco del calcio, solo che lui è diverso dai suoi compagni, dimostra subito di avere una grande dimestichezza col pallone.
Tutti vogliono "Lalo" in squadra, il biondino che incanta con la sua leggerezza ed il suo tocco preciso, che segna ma soprattutto fa segnare anche i più scarsi, quelli che vengono messi davanti al portiere affinché possano far meno danni possibile.
Il ragazzo viene notato dagli osservatori del Padova che lo assoldano nella squadra allora militante nel campionato di Serie C. A soli diciassette anni viene fatto esordire con la prima squadra. Dieci presenze ed un gol, allo stadio Appiani, che sancisce la vittoria per uno a zero contro gli storici rivali del Grion Pola, squadra istriana coriacea.
"Lalo" promette assai bene e l'anno successivo viene promosso titolare: venticinque presenze condite con dieci realizzazioni. Grazie anche alle sue belle prestazioni il Padova vince il girone A della Serie C e viene promosso in serie B.
E' un anno importante il millenovecentotrentotto per il ventenne Walter. Il salto nella serie B è un esame importante, può essere l'anticamera ed il trampolino di lancio verso una carriera di grande rispetto. E Petron non tradisce le attese. Il neo promosso Padova giunge quarto in serie B grazie alle trentuno presenze ed ai sei gol di "Lalo".
Le belle prestazioni di Walter vengono seguite dagli osservatori di molte squadre di serie A e mentre si disputano in Francia i campionati del mondo di Calcio, che vedranno vittoriosa la nostra Nazionale per la seconda volta consecutiva, i dirigenti del Torino decidono di acquistare la talentuosa mezzala destra. A caldeggiarne l'acquisto è il direttore tecnico ungherese di origini ebraiche Ernesto Egri Erbstein, appena assunto nel Torino dopo aver portato la Lucchese dalla serie C alla serie A in poche stagioni.
Al giovane Petron non sembra vero: in soli tre anni, dai polverosi campetti della serie C al mitico campo Filadelfia, che ha visto le gesta di Baloncieri, Janni, Rossetti e Libonatti. Le gesta del Torino che seppe vincere lo scudetto e tenere testa al Bologna "che tremare il mondo fa".
I tifosi torinisti tuttavia nutrono qualche dubbio. Potrà un ragazzo così giovane ed inesperto prendere le redini del Torino e riportarlo alla vittoria dello scudetto che manca ormai da ben undici anni?
A parte qualche ovvia titubanza iniziale il giovane "Lalo" inizia a comandare il centrocampo del Torino. La sua eleganza e leggerezza porta il Toro ad un soddisfacente secondo posto in classifica. Molti giornalisti sportivi iniziano a raccontare le gesta di Walter, paragonandole a quelle di un altro grande giocatore, lo sfortunato "Farfallino" Borel II, attaccante della Juventus e della Nazionale di Vittorio Pozzo.
Ma il millenovecentotrentotto non è solo l'anno della consacrazione di Petron. Dense nubi di guerra si avvicinano all'orizzonte e anche in Italia, alleata della Germania di Hitler, vengono promulgate le famigerate "Leggi razziali", che impediscono ai cittadini di origine ebraica di svolgere qualunque carica pubblica.
Il partito fascista di Torino non può tollerare che il direttore tecnico del Toro sia un ebreo e preme sulla società affinché Egri Erbestein venga esonerato. Cosa che puntualmente avviene nel dicembre del trentotto, col Torino in lotta per il primo posto.
Senza più la guida del tecnico magiaro il Torino, nella stagione 1939-40, stenta a ripetere le brillanti prestazioni dell'anno precedente e termina il campionato con un insignificante sesto posto. Tuttavia Petron non demerita: in ventisei partite mette a segno un bottino di otto gol, uno in più dell'anno di esordio col Torino.
Intanto viene eletto presidente del Toro l'industriale Ferruccio Novo, un imprenditore intelligente e di vedute moderne, che si avvale di consiglieri preparati. Novo comincia a tessere la trama di quella meravigliosa tela che sarà il "Grande Torino", operando attivamente sul mercato e acquistando giocatori giovani ma di sicuro valore, come Ossola dal Varese.
Ma la guerra rientra di nuovo nella vita degli italiani e di Walter: alla fine del campionato Mussolini dichiara guerra alla Francia ed all'Inghilterra. "Vincere! E vinceremo!" dichiarerà dal balcone di palazzo Venezia. Ma la storia provvederà a fare giustizia delle sue malefatte, finirà appeso a testa in giù a piazzale Loreto, a Milano. La stessa piazza in cui, poche settimane prima, erano stati fucilati dai repubblichini diversi partigiani. E fu vietato ai famigliari di rimuovere i poveri corpi per diverse ore, in modo che tutti i milanesi potessero vedere.
"Lalo" è un ragazzo forte, a dispetto dei suoi lineamenti gentili. A soli ventidue anni ha saputo scalare le vette del calcio italiano, conquistando il palcoscenico del "Filadelfia" e dei suoi tifosi.
Ma la guerra è un orrore troppo forte, sinistri presagi corrono nella mente di Petron che si incupisce. Il Torino stenta in campionato e a Walter non riesce il tanto auspicato salto di qualità. Nel torneo del 1940-41 il Toro arriva soltanto settimo e di cinque reti è il bottino di "Lalo".
Ferruccio Novo allora tenta di rimediare ed attorno a Petron costruisce una squadra di tutto rispetto grazie agli azzeccatissimi acquisti di Ferraris II, ala sinistra dell'Internazionale e campione del Mondo nel millenovecentotrentotto; del difensore Rigamonti dal Brescia; del centravanti Gabetto dall'acerrima nemica Juventus; di Romeo Menti, ala destra della Fiorentina.
Questi innesti rendono il Torino nuovamente competitivo. A lungo la squadra lotta per lo scudetto, ma alla fine dovrà accontentarsi del secondo posto, dietro alla Roma di Amadei e dell'ex Brunetta.
Petron fa la sua parte: segna sei gol e soprattutto ne fa segnare tanti a Gabetto (16) ed a Romeo Menti (15).
Ma Ferruccio Novo non si accontenta. Il Toro in quell'anno viene inopinatamente estromesso dalla Coppa Italia nei sedicesimi di finale per colpa del sorprendente Venezia, che arriverà terzo alla fine del campionato 1941-42. Venezia che infliggerà al Torino una pesante sconfitta per tre ad uno a poche giornate dalla fine del torneo di serie A e che di fatto consegnerà alla Roma lo scudetto.
Cosa aveva di così tanto speciale quel Venezia del 1942? La coppia delle mezze ali, Loik e, soprattutto, Valentino Mazzola.
Walter era un buon giocatore, ma Valentino era un fuoriclasse e ricopriva il suo stesso ruolo in campo. Novo capì immediatamente che, se voleva tornare a vincere lo scudetto ed abbandonare la maledizione dei secondi posti, avrebbe dovuto acquistare le due mezze ali. Andò dal presidente del Venezia con un assegno di un milione e duecentomila lire per entrambi i giocatori. Una cifra esorbitante per l'epoca e soprattutto per un epoca di guerra. Ma il presidente veneto, che temeva il malcontento della sua tifoseria, alzò la posta. Oltre ai soldi voleva una contropartita di giocatori di chiara fama. Novo acconsentì e fu decisa seduta stante la cessione del portiere Bodoira e del nostro Walter "Lalo" Petron.
Non abbiamo testimonianze dirette ma possiamo presumere il disappunto ed il dispiacere di Walter alla notizia della sua cessione. Un talento come lui, così giovane, finire in una squadra di secondo rango come il Venezia. Ma allora non c'erano i procuratori ed i giocatori erano un'esclusiva proprietà dei presidenti delle squadre di calcio.
Walter fece le valigie, sommessamente. Salutò i suoi compagni e si trasferì a Venezia in quello che sarà l'ultimo campionato prima dell'interruzione per le cause belliche.
E mentre si intensificavano i bombardamenti sulle maggiori città italiane, iniziava il campionato di calcio 1942-43. Il Torino, con gli innesti di Loik e Mazzola, dimostrerà subito di essere una squadra perfetta e vincerà il primo dei suoi cinque scudetti davanti al sorprendente Livorno. Il povero Petron ed il suo Venezia, senza più gli assi dell'anno precedente, si salveranno a stento dalla serie B, grazie a drammatici spareggi contro il Bari e la Triestina.
In un solo anno "Lalo" vede spegnersi i suoi sogni di gloria: la sua ex squadra che trionfa in campionato e lui, che in fondo aveva regalato due secondi posti, con una rosa nettamente inferiore, a combattere per la salvezza.
L'unica nota positiva è che Venezia è vicino casa e, in tempo di guerra, è una cosa che assume una grande importanza. "Lalo" può tornare tutti i giorni nella sua Padova, dove ci sono i suoi affetti ed i suoi amici d'infanzia.
Magari spera di essere acquistato da un'altra squadra, più blasonata, alla fine della guerra. Ha solo venticinque anni e la sua classe è intatta.
Ma nel luglio del 1943 Mussolini viene destituito e l'Italia si trova di fatto divisa in due: da Roma in su in mano ai tedeschi, al sud agli alleati. E' praticamente impossibile organizzare un campionato di calcio. La Federazione consente ai giocatori di allocarsi nelle squadre che ritengono più opportune, con l'obbligo a fine guerra di ritornare in quelle di provenienza. Nel nord Italia si organizza un campionato "Alta Italia" che viene vinto sorprendentemente dalla squadra dei Vigili del Fuoco di La Spezia, davanti al Torino. "Lalo" si schiera col suo Venezia, che arriva al girone finale ma dovrà arrendersi al Torino ed accontentarsi del pareggio con i VV.FF. La Spezia.
Ma non c'è più tempo per il calcio. I bombardamenti sulle città italiane si fanno sempre più pesanti e frequenti. Walter è ormai fisso a Padova, bombardata violentemente e con costanza dagli aerei alleati.
E mentre sta andando al rifugio per ripararsi dall'ultimo bombardamento, il 21 marzo 1945 "Lalo" viene colpito dalle schegge di una bomba che esplode a pochi metri da lui.
Il ventiseienne talento di Padova, che aveva fatto sognare i tifosi del Torino per quattro stagioni, muore sul colpoa pochi metri da casa e a pochi mesi dalla liberazione.
La città di Torino ed il Torino non lo dimenticarono. Nel febbraio del 1949, dopo l'incontro Padova Torino finito quattro pari, i giocatori del "Grande Torino" resero omaggio alla memoria di "Lalo" portando fiori al campo sportivo che fu il primo stadio del Padova e che dopo la guerra fu intitolato a lui.
Nessuno avrebbe potuto immaginare che poche settimane dopo anche il Grande Torino avrebbe raggiunto Walter Petron a causa del tremendo schianto in cui persero la vita i giocatori e lo staff tecnico della squadra, nella tragedia aerea di Superga.
Mi piace credere che, in qualche angolo remoto dell'universo, Walter e Valentino si siano potuti abbracciare scusandosi vicendevolmente: se Mazzola non fosse stato acquistato dal Torino Walter forse non sarebbe morto. E se Walter non fosse stato ceduto al Venezia forse Valentino sarebbe sopravvissuto. E poi abbiano preso un pallone, iniziando a deliziare le galassie con le loro infinite giocate meravigliose.

11/05/15

Non potete essere così stupidi

Tra pochi minuti inizierà una delle settimane lavorative più insensate e debilitanti della mia pluriventtennale...

Posted by Stefano Maciocchi on Domenica 10 maggio 2015

11/04/15

Questo era un uomo

Ho letto "Se questo è un uomo " e "La tregua" di Primo Levi tutto di un fiato, tanti anni fa. Non solo per le tematiche...

Posted by Stefano Maciocchi on Venerdì 10 aprile 2015

06/04/15

Il buio.

Buio.
Una sensazione di oppressione. Non riesco a muovermi, nemmeno ad aprire gli occhi. Sento dolori lancinanti in tutto il corpo.
Ancora buio.
Non so se siano passate ore, giorni o minuti. Immagino che sia tutto un sogno, un orrendo incubo, ma i dolori sono reali, troppo reali.
Cerco di fare mente locale. Sono uno studente universitario, sto per presentare la tesi. Sono sceso a prendere una birra con i miei amici, Antonio, Francesca, Mark e Andrea. Poi ci siamo salutati e siamo andati a dormire. Cerco di ricordare altro ma i dolori alla testa si fanno insopportabili. Respiro sempre più a fatica.
Buio, ancora buio.
Sento dei rumori, forse li ho sognati. No, li sento ancora. Sono come dei tonfi ovattati. Vorrei gridare ma non ne ho la forza. Mi accorgo di poter muovere solo la mano sinistra. Sento qualcosa di metallico vicino alla mano e cerco di capire se posso sbatterlo addosso a qualcosa. Afferro l'oggetto e con il polso cerco di farlo roteare a destra ed a sinistra. C'è qualcosa di solido su cui va a sbattere. Per un attimo lo perdo ma per fortuna riesco a ritrovarlo. Percuoto l'oggetto ma non riesco a sentire alcun rumore tranne i tonfi ovattati.
Torna il buio.
Improvvisamente un tremore mi scuote. Non riesco ad aprire gli occhi ma dalle palpebre mi accorgo di un raggio di luce che mi attraversa come una spada. I tonfi sono spariti ma sento dei rumori familiari, come dei bisbigli. Sobbalzo. Qualcuno mi sta pulendo il viso, gli occhi e le orecchie. Ora riesco a sentire.
"Respira ancora!".
"Fate piano, fate piano!".
Sento che stanno cercando di spostarmi ma svengo dal dolore.
Di nuovo buio.
Mi risveglio. Sono su un letto, pieno di tubi e monitor. Non posso ancora muovermi e non potrò farlo per altri sei mesi. Ma sono vivo. I miei genitori mi racconteranno nei giorni successivi quello che è successo. Il palazzo dove risiedevo a L'Aquila è crollato alle prime scosse di terremoto. Un trave si è fermato a venti centimetri dal mio corpo creando una piccola intercapedine che mi ha salvato la vita.
Antonio, Francesca, Mark e Andrea non hanno avuto la mia stessa fortuna. Sono rimasti per sempre sotto le macerie dei loro alloggi, vite spezzate mentre stavano per spiccare il volo.
A loro e a tutti i morti del terremoto de L'Aquila ho dedicato la mia tesi in geologia. Le loro volontà vivranno nei miei gesti, nelle mie parole e nel mio lavoro. I loro sguardi brilleranno nella luce che penetrerà le mie pupille. Il loro amore nel battito del mio cuore.

29/03/15

La favola dell'Expo

L'Italia di Renzi è quella di #Expo2015, una serie di scenografie di cartapesta che ricordano quelle che ancora si...

Posted by Stefano Maciocchi on Domenica 29 marzo 2015

26/03/15

Le spine delle mie rose

85 anni lui. 44 suo figlio. Fragili e soli. Pensionati entrambi da troppo tempo. Il vecchio è ormai sordo e claudicante...

Posted by Stefano Maciocchi on Giovedì 26 marzo 2015

15/03/15

Roba da matti

07/03/15

Le vite degli altri

16/02/15

Il capitalismo disumano

15/02/15

Il fratello in gamba

09/02/15

Tutti insieme appassionatamente

Come il vento

03/02/15

Signor Presidente


24/01/15

Un sogno bellissimo


23/01/15

Mancanze

Mi manca l'orizzonte,
lo sguardo lontano,
il sole che sorge tra le nubi.
Il respiro profondo,
il nutrimento per la mente,
la mia e la tua felicità.
Mi manca domani,
i progetti,
i pensieri semplici,
la sciocca quotidianità
e fare quello che fan tutti.
Mi manca la vita
e l'oblio perenne
che tutto annulla e rende vano.

05/01/15

Se fossi un albero

I pensieri non sopiscono mai. Sono un sottofondo insistente, un ronzio fastidioso e continuo. Certi giorni fai finta di non ascoltarli, altri ci parli ed alcune volte arrivi perfino ad insultarli con la rabbia e la disperazione con cui bestemmi contro il cielo.
Certe volte invadono la mente, spalancano tutte le porte di accesso al cervello ed esplodono forti e dolorosi, lasciandoti privo di fiato e di intelletto, come sepolto dalle macerie di una intera esistenza.
E in queste sere vorrei essere chiunque altro, vorrei vivere altrove, lontano dalle fitte che lacerano il cervello, dalle immagini orribili di un futuro impietoso ed indifferente. 
Vorrei essere un albero secolare, piantato su una collina che guarda il mare. Battuto dal vento e dal sole, nell'eterno alternarsi delle stagioni. Niente e nessuno potrebbe spostarmi dal luogo ove si sono insinuate profondamente le mie radici. Ascolterei il rumore del mare d'inverno, grigio, increspato da lunghe onde bianche. Sentirei il suono della pioggia che bagna i miei rami e l'avvicinarsi delle nuvole nere, gonfie di acqua. Ed il bagliore del lampo seguito ad immediata distanza dal tremendo fragore del tuono. No, non avrei paura del fuoco. Mi ergerei imperturbabile e maestoso, a sfidare le ire di Giove e di Eolo. 
D'estate conterei le stelle sopra di me, algide e lontane. Misteriose ed affascinanti. E conterei le barche dei pescatori che con le loro luci partono di notte, alla ricerca di un po' di pesce da vendere al mercato.
Sì, se fossi un albero sarei felice, forte e sereno. E nessuna potatura potrebbe farmi del male.