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Ruggero il grande.

Quarant'anni fa, il 17 ottobre del 1974, se ne andava da questa vita mio nonno. Era ancora giovane dal punto di vista anagrafico, 69 anni, ma era assai malandato per colpa di quel maledetto diabete che minaccia da generazioni tanti componenti della sua genia.
Eravamo assai diversi. Lui estroverso, amante delle feste paesane e del convivio. Laziale fino al midollo e fascista convinto (ma con la tessera della DC). Accanito fumatore di nazionali senza filtro, giocatore di biliardo e discreto cacciatore. 
Era di una generosità eccezionale. Quando morì, mia nonna si accorse che mancavano parecchi soldi sul conto corrente: nonno non negava un aiuto a chi aveva bisogno e spesso si dimenticava di chiedere indietro le somme prestate. Si commuoveva facilmente e molti se ne sono approfittati. Dell'ultimo prestito non ne sapemmo più nulla né la banca volle dirci a chi nonno aveva dato la somma di denaro. Il direttore, un caro amico di nonno, ci disse solo di guardarci attorno, segno evidente che aveva prestato i soldi ad una persona assai vicina a noi e che evidentemente conoscevamo bene. Un parente o un amico, chissà.
Questo era nonno, un uomo complesso e complicato, capace di slanci di bontà assoluti ma con l'opera omnia di Mussolini e la biografia di Rodolfo Graziani sulla libreria.
Forse se fosse vissuto di più avrei avuto modo di capire le sue sfaccettature e di apprezzarne meglio l'umanità. Mi consola la considerazione che abbia fatto in tempo a vedere lo scudetto della Lazio di Maestrelli, il matrimonio delle sue figlie e di sua cognata, la sorella di mia nonna, praticamente una terza figlia. Ha fatto in tempo a vedere anche la nascita di Andrea ed è morto quando ancora nessuno di noi poteva sospettare il suo stato di handicap. In fondo se ne è andato nel momento migliore, quando il sole splendeva ancora alto ed il cielo era azzurro e limpido.
Solo i più grandi sanno quando è ora di uscire di scena. E forse, a modo suo, è stato grande anche lui.

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