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Gli amici di Andrea

Nei mesi estivi, quando il caldo e l'afa si fanno insopportabili, Andrea, mio fratello, scende sul marciapiede antistante la porta di casa e si siede su una sedia da regista, per godersi un po' di frescura, l'unico vero suo momento di indipendenza.
Non si allontana, perché si è assunto il compito di controllare quanto avviene in famiglia, se mamma e papà stanno bene, se si sono ricordati di prendere le pasticche e quant'altro.
Un compito durissimo per un ragazzo "sensibile" come lui, ma cui lui non può o non vuole rinunciare.
Nelle pieghe della sua fragilità c'è un coraggio inaudito, ma non è di questo che voglio parlare.
Andrea ha la sana abitudine e la buona educazione di salutare le persone che gli passano accanto: spesso sono amici o parenti che ricambiano il saluto. Ma molti sono perfetti sconosciuti, che Andrea seleziona e reputa degni di essere salutati. La mia sensazione, corroborata dal fatto di conoscerlo molto bene, è che Andrea saluti chi percepisce essere in una situazione di disagio. Andrea ha il sesto senso per queste cose. Dallo sguardo di una persona, dal suo modo di incedere lui percepisce se nell'animo di questi uomini e donne alberghino pensieri tristi, preoccupazioni.
Andrea vede cose che noi non siamo più abituati a vedere, perché presi dalle nostre pretese di infallibilità e da quel tasso di egoismo che non difetta in nessuno.
Alcuni rimangono stupiti da questo saluto, altri guardano, capiscono e tirano via senza rispondere. Ma un nutrito numero di persone non rimane indifferente. Quel "Buongiorno signore!" o  "Buonasera signora!" arrivano nel profondo come una carezza di una madre.
E, ogni volta che passano davanti la porta di casa e lo vedono seduto, non mancano di salutarlo: credo che Andrea abbia più amici di quanti possa farmene io in tre vite consecutive.
Ieri sera uno dei suoi "amici", per me assolutamente sconosciuto, si è fermato a salutarlo. Ma non si è limitato a questo. Ha iniziato a parlargli, ad invitarlo a vedere la festa delle contrade. Infine gli ha chiesto di venire con lui a prendersi un gelato.
Figuratevi se io avrei mai potuto mandare Andrea con un estraneo, per giunta all'apparenza un po' allegro, con quell'allegria che deriva dall'aver bevuto un bicchiere in più.
Ma poi arriva una frase che spariglia tutte le mie certezze.
"Vieni Andrea, stai sempre solo, seduto li. Vieni!"
Andrea mi guarda, come fa sempre quando vuole da me un cenno di approvazione ed io lo lascio andare. Un gesto da incosciente, scriteriato. Ma quella frase mi ha fatto capire che questo "sconosciuto" non si è limitato a guardarlo e a rispondere al suo saluto, distrattamente. Ha guardato Andrea come un essere umano, con le sue sofferenze e le sue solitudini, trattandolo alla pari.
Ecco quello di cui Andrea ha bisogno: qualcuno che scenda dal suo piedistallo di presunta normalità e che lo ammiri per quello che è o che fa intravedere di essere.
Ho passato i dieci minuti più lunghi della mia vita, tanto è durato il viaggio verso il bar di Andrea e del suo sconosciuto amico. Confesso di non aver resistito e di averli pedinati da lontano. Lo so è da imbecilli.
Quando sono tornati indietro, con malcelata calma, ho ringraziato lo "sconosciuto". Ho scoperto che è un ragazzo straniero, probabilmente dell'est Europa, ma dotato di una buonissima padronanza della lingua italiana.
E mentre lo salutavo, ringraziandolo per la centesima volta, ho iniziato a pensare a quanti italiani avrebbero fatto lo stesso. E se io avrei fatto la stessa cosa se un ragazzo un po' strano mi avesse salutato dalla sua sedia da regista.
Questa cosa ha fatto molto bene ad Andrea, ma ha fatto molto più bene a me. Mi ha fatto capire tutto il rispetto che merita Andrea, il rispetto che meritano questi ragazzi venuti da lontano e che lasciano le loro famiglie senza vederle per anni. 
Ecco perché la prossima volta che qualcuno di voi parlerà male dei rumeni, degli extracomunitari, come se fossero una sola persona, sentirà arrivare un ben assestato calcio nel culo.
No, non sarò stato io. Ve lo avrà dato Andrea per mio tramite. Perché mio fratello non tollera che si parli male dei suoi amici.

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