Questo blog è dedicato alla professoressa di letteratura italiana e latina, Loredana Rossi Molinaro, donna di grandissima cultura ed infinita umanità.

27/05/14

Lettera alla professoressa

Cara Professoressa Molinaro,
in questi ultimi anni non ho fatto altro che pensare alle parole che dicesti a mio padre, mentre stavo sostenendo l'esame di maturità. Avresti voluto che io continuassi studi umanistici, intravedendo in me una maggior propensione per le materie letterarie.
Non ti diedi retta, mi iscrissi a Scienze Statistiche e poi mi sono fatto assumere in una multinazionale informatica. Credevo, così facendo, di ottenere quell'indipendenza economica che mi avrebbe reso finalmente un uomo libero e felice. In realtà avevi ragione tu, come sempre. Dopo trentaquattro anni ho la certezza di essere diventato uno schiavo e di aver inferto un colpo micidiale alla mia felicità.
Mi sento in colpa, professoressa, non tanto per aver dissipato quei quattro talenti che il destino mi ha dato, ma per averti delusa ed ignorata. Fortunatamente, ad un certo punto della mia esistenza, è arrivata una malattia speciale. Se la sai ascoltare ti indica che la maschera costruita sul tuo volto ti va stretta. Purtroppo non si limita ad avvisarti ma ti sconquassa l'anima ed il corpo, ti prende a pugni finché non è sicura che tu abbia capito. Ho sbandato, sono caduto ma, grazie all'amore ed alla pazienza di Patrizia, mi sono rialzato. Ed ho capito. Ho capito che avrei dovuto cambiare direzione.
Purtroppo non si è mai liberi di poter sovvertire interamente le incombenze della propria esistenza. Tuttavia ho iniziato a ripercorre la vita parallela che avrei potuto e dovuto svolgere. Piccoli gesti, micro rivoluzioni. E tra questi c'è stata l'apertura del mio blog e dedicartelo mi è sembrata la logica e doverosa conseguenza.
Ma mai e poi mai avrei immaginato che questo percorso a ritroso mi avrebbe portato a vedere un mio racconto ed il mio nome pubblicati su un libro. Sono entrato a far parte della lista di autori del libro "Parole di Pane", curato da Emma Saponaro e Diana Sganappa, i cui proventi andranno interamente devoluti all'Associazione dei familiari e sostenitori sofferenti psichici della Tuscia (Afesopsit).
E' stata ed è una gioia immensa, cara Professoressa. Non per il diluvio di autostima che mi ha provocato, in un momento in cui dense nubi si addensano nel mio contorto e distorto immaginario mentale. 
Il vero motivo della mia gioia è il pensiero che, ovunque tu adesso sia, ho potuto finalmente mantenere quella promessa che mi avevi chiesto davanti al banco degli esami di maturità.
Cara Professoressa, grazie ad Emma e Diana oggi posso dedicarti il mio piccolo racconto. Non so se sia bello o brutto e mi mancano da morire quelle tue annotazioni col lapis bicolore rosso e blu che non avresti certamente risparmiato anche questa volta.
Non saprò mai il voto che mi avresti dato ma avverto distintamente le tue parole: "Sapevo che un giorno saresti tornato".
Perdona il ritardo, il tuo devotissimo alunno
                                                      Stefano Maciocchi 

20/05/14

Chi ha paura di Beppe Grillo?


19/05/14

La primavera

Il cammino di Andrea non è una linea retta. Ci ha abituati ad alti e bassi: momenti di lucidità e periodi di lontananza dal mondo reale. L'ultimo periodo buono è durato parecchio, alcuni mesi. In questa fase Andrea ha saputo darci delle prove di proprietà linguistiche e comportamentali confortanti. Ma questa primavera, come tutte le primavere di Andrea, è momentaneamente terminata. Sono tornati i movimenti e le frasi stereotipate, le ansie invincibili. E quel suo sfuggire dal presente che lo rende prigioniero dei suoi incubi peggiori.
Interiormente speravamo si fosse innescata un onda lunga, una fase di serena e duratura quiete intellettiva. Ma i miracoli non esistono, non per noi, non per lui.
A noi non è consentito godere di quella meravigliosa noia quotidiana, del normale dipanarsi della vita di tutti i giorni. Noi dobbiamo affrontare draghi imponenti e minacciosi che hanno la forma della precarietà del lavoro, delle malattie fisiche e mentali delle persone che più amiamo.
Arranchiamo nel fango, impauriti, stanchi e spaesati: con una gran voglia di mollare tutto e sdraiarci a terra, in silenzio, ad ascoltare il vento che muove le foglie degli alberi.
E dimenticare tutto, almeno per un istante.