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Siblings

Ho appena scoperto di essere un "sibling". E' un termine inglese che letteralmente significa fratello, di pari grado. Ma ha assunto un connotato particolare in questi ultimi anni. Con questo termine si indica un fratello od una sorella di una persona disabile.
Ho scoperto che esistono associazioni di "siblings" in cui il soggetto si sposta dalla malattia (fisica o mentale) al disagio di un fratello, maggiore o minore, spesso incapace di convivere con una realtà drammatica, vissuta in anni difficili, come quelli dell'adolescenza.
Ho letto, seppur sommariamente, molte testimonianze di chi fa parte di queste associazioni. E mi sono riconosciuto in pieno. Quel sentirsi perennemente inadeguato, l'altalenarsi di sensazioni contrapposte, essere un giorno un egoista debosciato ed il giorno dopo il martire santo e salvifico.
Ma una cosa su tutte accomuna noi "siblings", anche se con diversi gradi di sfumatura. La paura di dover gestire i nostri fratelli sfortunati quando i nostri genitori non ci saranno più o semplicemente non avranno più la forza di accudire i loro bambini perenni.
Chi legge il mio blog saprà fin troppo bene quale sia la mia posizione. Io amo mio fratello come l'aria che respiro, è la luce dei miei occhi. Ma sono assalito, ogni santo giorno, dalla questa domanda lancinante: "Riuscirò ad accudire mio fratello? Avrò la forza che hanno avuto i miei genitori, pur con i loro limiti ed errori?".
Io non mi sono mai nascosto su questo blog, come d'altronde nella vita. Il pensiero mi atterrisce, mi tremano i polsi. Ma non posso né devo sentirmi in colpa per questo. La tragedia che si è abbattuta sulla mia famiglia avrebbe distrutto menti ben più illuminate e temprate della mia. Se anche Gesù nel Getsemani pregò intensamente Dio affinché lo liberasse dalla croce non posso sentirmi sbagliato se ogni notte prego qualcuno affinché tutta questa mia esistenza sia stata solo un brutto sogno.
In un blog i fratelli sani vengono definiti come "supereroi". Nessun eroismo, siamo stati investiti da un onda gigantesca che ci ha fatto girare mille volte su noi stessi. Che spesso ci ha impedito di respirare e di vivere. Qualche giorno siamo emersi, cercando di fare del nostro meglio, spesso siamo affondati nella più cupa delle disperazioni, in una solitudine che rende tutto inutile ed indifferente.
Siamo dei naufraghi, con i nostri sfortunati fratelli aggrappati al collo: qualcuno trova una zattera su cui poggiarsi, altri nuotano verso rive che non vedranno mai, tanti vengono inghiottiti nelle profondità marine. Taluni fuggono, lasciando i fratelli al loro destino.
E' un mare difficile da navigare quello di noi "siblings", un mare che non abbiamo scelto e che non potremo mai lasciare.
Un mare freddo, oscuro, che paralizza i muscoli e confonde la mente. Un mare che mi fa tanto, tanto paura.

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