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Il conto

Pur non avendo febbre, da più di un anno mi porto addosso una brutta tosse catarrosa. Ho iniziato a prendere antibiotici che spero sortiscano qualche effetto. Ma sono molto preoccupato. Non tanto per lo stato del mio apparato respiratorio quanto per il cedimento fisico che si sta delineando con una certa velocità. Il fatto che questa infezione non voglia venir meno è segno che lo stress psichico e l'evidente crollo psicologico hanno iniziato a minare le mie difese immunitarie.
Non voglio sembrare catastrofico ma ho chiesto troppo a me stesso ed il conto inizia ad essere molto salato. E' ormai da lungo tempo che la mia vita ha perso qualunque interesse e qualsiasi prospettiva. Sopravvivo, per rispetto nei confronti di chi ha bisogno di me. Ma interiormente sono morto. Cos'è se non morto un uomo cui sono private le speranze di un futuro migliore, il cui domani pesa minaccioso come un macigno? Sono un morto che cammina ed il mio corpo ha iniziato a capirlo. Perché si può mentire a tutti ma non a se stessi.
Vorrei aver avuto la forza e la sicurezza che vedo in tanti dei vostri occhi. La capacità di farvi rispettare e l'esser consapevoli delle vostre qualità. Io invece ho faticato tanto, troppo, anche per compiere quei minimi gesti che fanno di una persona un essere sociale. Quanto mi è pesato studiare. E non perché sia un povero imbecille, perché tutto per me è faticoso, sproporzionato se paragonato alle mie forze. Ho violentato me stesso e le mie insicurezze arrivando persino alla laurea. Io che non dormivo al pensiero di una interrogazione di storia alle scuole medie. Ho scelto di lavorare in una multinazionale privata, in cui bisogna essere brillanti ed ambiziosi. Io che ho sempre la sensazione di non saper fare niente, che ho sempre paura di disturbare qualcuno. E che provo ansia persino nel telefonare ad un collega.
E poi la malattia di Andrea, che dolore immenso. Io un giorno dovrò occuparmi di lui. Io che a malapena ho la forza di allacciarmi le scarpe la mattina. E più si avvicina quel giorno e più mi sento stanco, incapace, inetto.
Sono un uomo pieno di debolezze, di contraddizioni, di angosce. E tutte queste cose stanno scavando dentro il mio corpo. Sono come quelle mele apparentemente intatte all'esterno, ma che dentro sono putride e marcite. Non sto esagerando. Non dura ad una persona la tosse per più di un anno se dentro è viva. E non ci sono antibiotici che possano essere curativi per questo genere di malattie. Una sola è la medicina: la felicità. La gioia di un lavoro che non è in bilico, senza la spada di Damocle della cessione di ramo di azienda o della cassa integrazione. O di quella maledetta telefonata del mio capo che insistentemente vuole che io accetti qualche soldo per licenziarmi "spontaneamente".
La gioia di vedere Andrea felice, senza più le sue paure che lo terrorizzano. La gioia di avere il tempo di occuparmi di Andrea. E di averne i mezzi economici. Perché, anche a costo di vendermi i polmoni bacati che ho dentro, io mio fratello non lo metterò mai in un istituto. Almeno finché sarò vivo ed avrò la forza di chiamarlo per nome. Perché, maledizione, sono io che bisogno di lui. Sono io che ho bisogno della sua mano quando camminiamo per strada, sono io che ho bisogno di essere abbracciato e protetto. Queste cose ad Andrea non le posso dire, non posso caricare le sue fragilità con le mie debolezze. Ma forse lui le ha capite da solo e mi circonda di affetto perché avverte il mio disagio, senza chiedere niente in cambio. Come solo gli angeli sanno fare.
Ecco perché, nonostante io voglia fuggire da tutte le brutture che rendono la mia vita insopportabile, non desidero scappare. E questa dicotomia è la peggiore delle condizioni umane, lentamente impazzisce il cuore, inesorabilmente si consuma l'anima.

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