Questo blog è dedicato alla professoressa di letteratura italiana e latina, Loredana Rossi Molinaro, donna di grandissima cultura ed infinita umanità.

22/11/13

Siblings

Ho appena scoperto di essere un "sibling". E' un termine inglese che letteralmente significa fratello, di pari grado. Ma ha assunto un connotato particolare in questi ultimi anni. Con questo termine si indica un fratello od una sorella di una persona disabile.
Ho scoperto che esistono associazioni di "siblings" in cui il soggetto si sposta dalla malattia (fisica o mentale) al disagio di un fratello, maggiore o minore, spesso incapace di convivere con una realtà drammatica, vissuta in anni difficili, come quelli dell'adolescenza.
Ho letto, seppur sommariamente, molte testimonianze di chi fa parte di queste associazioni. E mi sono riconosciuto in pieno. Quel sentirsi perennemente inadeguato, l'altalenarsi di sensazioni contrapposte, essere un giorno un egoista debosciato ed il giorno dopo il martire santo e salvifico.
Ma una cosa su tutte accomuna noi "siblings", anche se con diversi gradi di sfumatura. La paura di dover gestire i nostri fratelli sfortunati quando i nostri genitori non ci saranno più o semplicemente non avranno più la forza di accudire i loro bambini perenni.
Chi legge il mio blog saprà fin troppo bene quale sia la mia posizione. Io amo mio fratello come l'aria che respiro, è la luce dei miei occhi. Ma sono assalito, ogni santo giorno, dalla questa domanda lancinante: "Riuscirò ad accudire mio fratello? Avrò la forza che hanno avuto i miei genitori, pur con i loro limiti ed errori?".
Io non mi sono mai nascosto su questo blog, come d'altronde nella vita. Il pensiero mi atterrisce, mi tremano i polsi. Ma non posso né devo sentirmi in colpa per questo. La tragedia che si è abbattuta sulla mia famiglia avrebbe distrutto menti ben più illuminate e temprate della mia. Se anche Gesù nel Getsemani pregò intensamente Dio affinché lo liberasse dalla croce non posso sentirmi sbagliato se ogni notte prego qualcuno affinché tutta questa mia esistenza sia stata solo un brutto sogno.
In un blog i fratelli sani vengono definiti come "supereroi". Nessun eroismo, siamo stati investiti da un onda gigantesca che ci ha fatto girare mille volte su noi stessi. Che spesso ci ha impedito di respirare e di vivere. Qualche giorno siamo emersi, cercando di fare del nostro meglio, spesso siamo affondati nella più cupa delle disperazioni, in una solitudine che rende tutto inutile ed indifferente.
Siamo dei naufraghi, con i nostri sfortunati fratelli aggrappati al collo: qualcuno trova una zattera su cui poggiarsi, altri nuotano verso rive che non vedranno mai, tanti vengono inghiottiti nelle profondità marine. Taluni fuggono, lasciando i fratelli al loro destino.
E' un mare difficile da navigare quello di noi "siblings", un mare che non abbiamo scelto e che non potremo mai lasciare.
Un mare freddo, oscuro, che paralizza i muscoli e confonde la mente. Un mare che mi fa tanto, tanto paura.

21/11/13

L'inglorioso "Mondino"


Sì lo ammetto, odio Edmondo Fabbri. Come chi è? E' stato il Commissario Tecnico della Nazionale Italiana di calcio dal 1963 al 1966. E non lo odio tanto per la immane figuraccia della sconfitta contro la Corea del Nord, che ci estromise dal secondo turno del Mondiale di calcio del 1966, ma per il suo modo saccente e rancoroso di fare l'allenatore.
Fabbri è stata una discreta ala destra, ha militato anche nelle file dell'Internazionale. Qualche convocazione nella Nazionale giovanile ma nulla più. Ebbe maggior successo quando intraprese la carriera di allenatore. Riuscì a portare il Mantova dalla serie D alla serie A in quattro anni, meritandosi il "Seminatore d'oro", ovvero il premio che gli addetti ai lavori danno annualmente al tecnico che si è maggiormente contraddistinto. Insomma era un buon allenatore, amante di un calcio votato all'attacco con un modulo di gioco più vicino al sistema che non al catenaccio. 
Nell'estate del 1962 Helenio Herrera era già allenatore dell'Inter di Moratti padre. Il "mago" venne contattato dalla Nazionale spagnola in vista dei Mondiali che dovevano disputarsi quell'anno in Cile. Moratti diede di buon grado il suo assenso ad Herrera: in due anni l'Inter non aveva vinto niente e molti giocatori non soffrivano la forte personalità del "mago". Per questo motivo il presidente dell'Inter avvicinò Edmondo Fabbri con la precisa idea di dargli l'incarico di allenatore della sua squadra.
Il Mondiale cileno non andò bene per la Spagna, che fu eliminata al primo turno. Herrera tornò in Italia precipitosamente: aveva avuto notizia dei contatti tra Moratti e Fabbri e, giunto a Milano, tanto fece che riuscì a farsi riconfermare dal suo presidente.
Fabbri si trovò così in mezzo ad una via: aveva probabilmente già preannunciato le dimissioni dal Mantova ma non aveva più una squadra da allenare. Gli venne in soccorso la Federazione, probabilmente su pressioni di Moratti che non si sentiva proprio a posto con la coscienza, che gli affidò l'incarico di Commissario Tecnico della Nazionale di calcio italiana. Edmondo accettò ma lo sgarbo dell'Inter se lo legò al dito e, da rancoroso qual'era, iniziò una sottile guerra contro l'Inter che lo porterà alla rovina professionale.
L'Internazionale, a partire dal 1963, diventa la squadra più forte al mondo. Inizia a vincere il Campionato italiano, la Coppa dei Campioni e la Coppa Intercontinentale. Gioca un calcio sparagnino ma efficacissimo: difesa granitica attorno al libero Picchi e contropiede devastante grazie alle illuminazioni di Suarez ed alla velocità di Sandrino Mazzola. Insomma il catenaccio, ma interpretato con velocità ed intelligenza.
Sarebbe naturale per la Nazionale adottare questa tattica, impiegando gli uomini del blocco dell'Inter, integrati con altri fuoriclasse come Rivera, Bulgarelli e Meroni. Ma non per la nazionale di Fabbri, che odia l'Inter ed i suoi successi.
La scusa al suo ostracismo gli viene dal Bologna. La squadra felsinea è l'opposto dell'Inter. E' allenata da Fulvio Bernardini, cultore dei "piedi buoni" ed antesignano del sistema in Italia. Il Bologna gioca in maniera spettacolare ed arriva persino a soffiare uno scudetto all'Inter in un drammatico spareggio giocato all'Olimpico di Roma, a poche ore dalla morte improvvisa dello storico presidente felsineo Dall'Ara.
Fabbri, attraverso le incaute parole di Rivera, fa capire ai giornalisti che giocare con Picchi in difesa equivale a rinunciare ad un uomo in centrocampo e quindi, implicitamente, adotta per la Nazionale lo schema del Bologna.
Ma è uno schema che ha in testa solo Fabbri. Infatti, proprio nell'occasione dello spareggio, Bernardini schiera il terzino Capra come finta ala sinistra, intuendo che, se voleva battere l'Inter, doveva marcare stretto le sue fonti di gioco, Suarez e Corso. Inoltre l'Inter non rinunciava affatto ad un uomo a centrocampo con l'utilizzo di Picchi come libero perché la propensione offensiva di Facchetti, primo terzino d'ala al mondo, ed il moto perpetuo di Domenghini sulla fascia opposta semmai creavano una superiorità numerica che le squadre avversarie stentavano a capire.
Quindi "mondino" fa giocare la nazionale come il Bologna. Impiegando però gli uomini dell'Inter, perché va bene essere rancorosi ma è impossibile far credere alla gente che Tumburus vale più di Burgnich. Il povero Facchetti si trova improvvisamente terzino marcatore senza più licenza di "uccidere". Burgnich che nell'Inter si prendeva cura della punta più pericolosa, viene impiegato a destra in marcatura di sguscianti ali. Lui che era un carro armato. E Guarneri rimane stopper come nella sua squadra, ma non ha più accanto quella sicurezza di Picchi. Anzi Fabbri gli affianca Salvadore, che all'epoca è riserva nella Juventus, oppure Janich del Bologna. E spessissimo dice loro di giocare davanti a Guarneri, non dietro. Ci sono tutte le premesse per lo sfacelo ed immancabilmente arriva nei mondiali inglesi del 1966.
Per colpa del rancore di Edmondo Fabbri verso l'Inter l'Italia calcistica ha perso la possibilità non solo di evitare la figuraccia della Corea del Nord ma addirittura di giocare un mondiale da protagonista. Perché quasi gli stessi uomini del mondiale inglese, inseriti nel modulo giusto ed affiancati da Gigi Riva (a cui nel 1966 Fabbri preferì Barison!), vinceranno due anni dopo il Campionato Europeo per nazioni e saranno vice campioni nel Mondiale messicano del 1970, dietro ad un immenso Brasile, forse il più forte di sempre.
Fabbri pagherà a caro prezzo la sua acredine: verrà cacciato dalla Nazionale e nel prosieguo della sua carriera verrà accolto dal grido "Corea, Corea" in tutti gli stadi d'Italia. Riposa in pace "Mondino". Ma senza gloria.

18/11/13

Il conto

Pur non avendo febbre, da più di un anno mi porto addosso una brutta tosse catarrosa. Ho iniziato a prendere antibiotici che spero sortiscano qualche effetto. Ma sono molto preoccupato. Non tanto per lo stato del mio apparato respiratorio quanto per il cedimento fisico che si sta delineando con una certa velocità. Il fatto che questa infezione non voglia venir meno è segno che lo stress psichico e l'evidente crollo psicologico hanno iniziato a minare le mie difese immunitarie.
Non voglio sembrare catastrofico ma ho chiesto troppo a me stesso ed il conto inizia ad essere molto salato. E' ormai da lungo tempo che la mia vita ha perso qualunque interesse e qualsiasi prospettiva. Sopravvivo, per rispetto nei confronti di chi ha bisogno di me. Ma interiormente sono morto. Cos'è se non morto un uomo cui sono private le speranze di un futuro migliore, il cui domani pesa minaccioso come un macigno? Sono un morto che cammina ed il mio corpo ha iniziato a capirlo. Perché si può mentire a tutti ma non a se stessi.
Vorrei aver avuto la forza e la sicurezza che vedo in tanti dei vostri occhi. La capacità di farvi rispettare e l'esser consapevoli delle vostre qualità. Io invece ho faticato tanto, troppo, anche per compiere quei minimi gesti che fanno di una persona un essere sociale. Quanto mi è pesato studiare. E non perché sia un povero imbecille, perché tutto per me è faticoso, sproporzionato se paragonato alle mie forze. Ho violentato me stesso e le mie insicurezze arrivando persino alla laurea. Io che non dormivo al pensiero di una interrogazione di storia alle scuole medie. Ho scelto di lavorare in una multinazionale privata, in cui bisogna essere brillanti ed ambiziosi. Io che ho sempre la sensazione di non saper fare niente, che ho sempre paura di disturbare qualcuno. E che provo ansia persino nel telefonare ad un collega.
E poi la malattia di Andrea, che dolore immenso. Io un giorno dovrò occuparmi di lui. Io che a malapena ho la forza di allacciarmi le scarpe la mattina. E più si avvicina quel giorno e più mi sento stanco, incapace, inetto.
Sono un uomo pieno di debolezze, di contraddizioni, di angosce. E tutte queste cose stanno scavando dentro il mio corpo. Sono come quelle mele apparentemente intatte all'esterno, ma che dentro sono putride e marcite. Non sto esagerando. Non dura ad una persona la tosse per più di un anno se dentro è viva. E non ci sono antibiotici che possano essere curativi per questo genere di malattie. Una sola è la medicina: la felicità. La gioia di un lavoro che non è in bilico, senza la spada di Damocle della cessione di ramo di azienda o della cassa integrazione. O di quella maledetta telefonata del mio capo che insistentemente vuole che io accetti qualche soldo per licenziarmi "spontaneamente".
La gioia di vedere Andrea felice, senza più le sue paure che lo terrorizzano. La gioia di avere il tempo di occuparmi di Andrea. E di averne i mezzi economici. Perché, anche a costo di vendermi i polmoni bacati che ho dentro, io mio fratello non lo metterò mai in un istituto. Almeno finché sarò vivo ed avrò la forza di chiamarlo per nome. Perché, maledizione, sono io che bisogno di lui. Sono io che ho bisogno della sua mano quando camminiamo per strada, sono io che ho bisogno di essere abbracciato e protetto. Queste cose ad Andrea non le posso dire, non posso caricare le sue fragilità con le mie debolezze. Ma forse lui le ha capite da solo e mi circonda di affetto perché avverte il mio disagio, senza chiedere niente in cambio. Come solo gli angeli sanno fare.
Ecco perché, nonostante io voglia fuggire da tutte le brutture che rendono la mia vita insopportabile, non desidero scappare. E questa dicotomia è la peggiore delle condizioni umane, lentamente impazzisce il cuore, inesorabilmente si consuma l'anima.

10/11/13

Derive geostazionarie

Cinquantadue anni. No, vi rendete conto? Oggi ho compiuto cinquantadue anni. In altri tempi avrei potuto godere di una certa agiatezza e considerazione. Nel lavoro, come nella vita, sarei stato considerato come l'anziano a cui chiedere consigli. E comunque come quello a cui non devi più rompere i coglioni.
E invece sono ancora qui a trottare come un pischello, a mettere in gioco il mio lavoro e la mia vita privata.
A cinquantadue anni la mia azienda mi considera un rottame e ha fatto di tutto per mettermi nelle condizioni psicologiche in cui oggi verso. E' dal 2002 che i miei capi mi contattano quasi annualmente per offrirmi soldi per andare via. Come se a cinquant'anni fosse semplice cambiare lavoro. Mi hanno fatto modificare il profilo professionale una decina di volte, con la scusa che il mercato chiede sempre nuovi skill. Ed il risultato è che, pur avendo visto molto, non so fare più un cazzo. E poi che azienda è quell'azienda che insegue le mode del mercato. Una azienda, specie se multinazionale, DEVE imporre le proprie scelte al mercato, perché ha mezzi e risorse per fare ricerca e sviluppo.
In questo clima di disagio e disprezzo il lavoro si è fatto sempre più alienante, precario e rarefatto. Non abbiamo più idea di dove saremo, non dico tra due o tre anni, ma tra sei mesi. E questa aria di incertezza ci rende sempre più soli e ricattabili, dimenticati dalle organizzazioni sindacali che ormai difendono solo i pensionati e le categorie privilegiate, come i lavoratori statali che sicuramente non guadagneranno molto, ma nessuno caccerà mai via dalla poltrona dell'ufficio.
Ecco, se dovessi guardare avanti ed immaginare la mia situazione professionale vedo solo il buio più assoluto e, soprattutto, non vedo alternative che possano provenire dal mercato del lavoro o dalle scelte della politica.
Se fosse per me manderei tutti quanti a fare in culo, capi e colleghi, e mi metterei a fare la fila alla Caritas. Trovo che questa soluzione sia più dignitosa rispetto alle umiliazioni continue che ho dovuto sopportare in azienda in questi ultimi dieci anni. Ma non posso. Ho una moglie, un mutuo che scade tra diciassette anni, due genitori anziani e malati ed un fratello handicappato. Non posso permettermi nemmeno il lusso di distruggere la mia vita. Ma sento di essere giunto al limite, fisicamente e psicologicamente. Sono sempre più spesso preda di malattie virali e batteriche, segno che le ansie e lo stress hanno abbassato le mie difese immunitarie a livelli preoccupanti. Dovrà pur succedere qualcosa. Dovrò pur fare qualcosa. Ma non me ne va bene una. Nemmeno sul satellite GOCE posso contare. Cadrà troppo lontano dalla mia testa, maledizione.

04/11/13

Stasera non leggetemi

Il sonnifero inizia a fare il suo effetto. Cado lentamente in uno stato catatonico, senza emozioni ma senza il dolore che mi distrugge dentro. Non è bello dover prendere il sonnifero per affrontare meglio la settimana lavorativa, c'è qualcosa che non va. Colpa dell'azienda? Certamente. Di qualche collega sociopatico? Forse. Ma in realtà c'è un unico colpevole e quello sono io.
Sono un vigliacco. Avrei dovuto capire già anni fa che non sono in grado di reggere gli stress che mi provoca il lavorare in un ambiente precario, competitivo ed alienante come quello informatico. E avrei dovuto rassegnare le dimissioni. Per fare cosa non so, visto che non so fare niente. Visto che non mi hanno permesso di imparare niente. Questi ultimi anni ho fatto da tappabuchi, sono stato spacciato dai clienti come esperto di non so quanti prodotti. Addirittura adesso mi si vuole spacciare come programmatore, quando in vita mia non ho mai saputo programmare nemmeno la lavatrice. 
La verità è che sono invecchiato, anagraficamente ed interiormente. Non me ne frega più niente (ammesso che me ne sia mai importato qualche volta) del lavoro, della carriera, di dimostrare di essere qualcosa a qualcuno. Lasciatemi in pace, per dio, ho già i miei dolori a farmi compagnia.
Ecco, stasera è una di quelle sere che vorrei spaccare tutto quello che mi capita intorno, è una di quelle sere in cui vorrei ubriacarmi fino a non capire più niente e sedermi sul pavimento. Stasera è una di quelle sere in cui maledico il giorno in cui sono nato
Stasera non leggetemi che voglio restare solo.