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Le spalle fragili

In genere non invidio nessuno. Per principio. Non mi fa star bene sapere che a qualcun altro le cose stanno andando a rotoli. Ma oggi farò un'eccezione: invidio profondamente chi sa scrivere.
Sì questa sera mi è venuta una gran voglia di essere uno scrittore, di quelli bravi, che sanno scrivere libri di centinaia di pagine. E che inventano storie interessanti, descrivendole con uno stile asciutto ma contemporaneamente coinvolgente. Quelli che ne sfornano uno all'anno e che vincono un sacco di premi letterari.
Insomma stasera vorrei esser un clone di Ernest Hemingway e Mikhail Bulgakov. Con punte di Franz Kafka e James Joyce quanto basta.
Ed invece sono su un blog che nessuno legge, conosco forse cento parole di senso compiuto ed ho uno stile che riecheggia i componimenti scolastici di terza elementare.
La colpa sta nella mia scarsa autostima e nel fatto che non leggo un libro da almeno dieci anni. E poi la mia vita è di una noia inverosimile. Cosa mai potrei raccontare se non le avventure di uno sfigato pendolare, reso precario da una crisi internazionale, con svariati problemi di salute in ambito familiare?
Altro che un borghese piccolo piccolo: una molecola di uomo, inutile come altri milioni della mia stessa specie. E non è vittimismo: ho il vizio di saper guardare in faccia la realtà.
Però chi lo sa, magari un giorno mi ci metto davvero a pensare ad una trama, di quelle che immagino la sera prima di addormentarmi, che mi rendono tollerabile gli ultimi minuti prima di cadere nell'oblio.
Una storia in cui c'è un protagonista, ferito dalla vita, cinico e disincantato, cui improvvisamente accade qualcosa che gli cambia l'esistenza, che sembra dare un senso alla sua vita. Ma non sarà una storia che finisce bene, perché io odio i "lieto fine".
Io sono cresciuto con i film americani degli anni 30, 40 e 50: quelli di Frank Capra, in cui esistono gli angeli custodi che ti vengono a salvare mentre stai per buttarti giù da un ponte. O quelli di John Ford, in cui arrivano sempre i nostri e ci salvano da quei cattivi degli indiani. Io a queste fesserie ci ho creduto per anni. Con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti.
Ecco perché il mio libro non avrà un finale rassicurante, forse il protagonista morirà, o rimarrà deluso per l'ennesima volta. E resterà solo, con i suoi sogni e con sempre meno voglia di parlare.
Scriverò di una sconfitta perché a me piacciono i vinti, quelli che non sono riusciti a prendere il treno, quelli che sono stati traditi dagli altri oppure dalla stessa vita. Quelli che si lasciano andare e si ubriacano, o mangiano fino a stare male. Quelli che indossano sempre gli stessi vestiti e non si radono quasi mai. Quelli per cui la dignità è un lusso che non possono più permettersi.
E scriverò della follia, di quell'oscuro vuoto che alberga nella mente, che rende tutto così complicato da capire. E dei mostri che gridano nell'inconscio fino a fare scoppiare le vene.
Il mio protagonista sarà un po' di tutte queste cose: un folle, un mentecatto, un vinto, un cinico ed un egoista. Un uomo solo. Con spalle troppo fragili.

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