Questo blog è dedicato alla professoressa di letteratura italiana e latina, Loredana Rossi Molinaro, donna di grandissima cultura ed infinita umanità.

04/06/13

Per il suo sorriso

In questi giorni schifosi, almeno dal punto di vista professionale, una cosa mi rende estremamente felice. Andrea sta bene. Non intendo fisicamente: mio fratello è un toro che nemmeno la broncopolmonite è riuscito a minare. In questi giorni Andrea sta bene psichicamente. E' sempre sorridente, interagisce con gli altri, persino con argomentazioni che hanno un minimo di complessità. Mi racconta quello che ha visto in TV, un abbozzo della trama di "Beautiful". Sghignazza davanti alle gaffes di "Paperissima" e segue assiduamente RadioCapitalTV, che passa in rotazione continua la musica degli anni 80, di quando era bambino, anche anagraficamente.Perché Andrea ama la musica sopra ogni cosa. Suona la chitarra ad orecchio senza mai sbagliare un accordo. Però non sa allacciarsi le scarpe e se gli chiedete quanto fa due più due vi guarda come se gli aveste parlato in arabo.
Ma va bene così: lui mi sorride, mi abbraccia, mi parla. Ed io sono felice. Immensamente felice. Questa felicità me la porto appresso come un viandante col suo bagaglio. E la tiro fuori in questi giorni bui e maledetti. Giorni di lavoro matto ed insensato. Di umiliazioni. Di sentirsi trattato poco meno di un numero e dover andare, col cappello in mano, ad elemosinare informazioni come l'ultimo dei garzoni di bottega, dopo 25 anni di lavoro.
Ecco, sopporto tutto questo grazie a mio fratello, ed ora capite perché sono io ad aver bisogno di lui e non il viceversa. E domani, quando sarò costretto a stare in una stanza dove non vorrei essere, a fare cose che non so fare e a parlare con chi non so nemmeno chi sia, penserò a lui che mi sorride e che mi racconta delle nuvole che arrivano da ovest e che porteranno la pioggia. E dei rintocchi delle campane del paese che scandiscono le sue giornate.
Stringerò i denti, fratello mio, per poter arrivare, anche stremato, ad una pensione dignitosa, che possa assicurarti un futuro sereno, per quanto possibile. E anche se dovrò strisciare e soffrire adesso so che ne vale la pena. Ora so perché sono stato messo al mondo.

01/06/13

Lettera a Zia Cicci. 31 maggio 2013

Cara zia Cicci,
volevo scriverti la consueta lettera di saluto, come faccio tutti gli anni ogni 31 maggio, giorno in cui ci hai lasciato, 42 anni fa. Ma sono molto stanco e preoccupato, per cui mi perdonerai se, almeno per ora, mi limiterò a poche righe. Sono preoccupato per il mio futuro lavorativo, cara zia, perché nell'azienda dove lavoro non si fa altro che parlare di licenziamenti e mobilità. E si vive in una atmosfera di cupa precarietà che mi abbatte l'umore e la volontà. Sono stanco, zia Cicci mia, di questa insicurezza, di essere sballottato da un progetto ad un altro senza una minima continuità professionale, come se fossi un computer che può essere facilmente azzerato e riprogrammato in pochi minuti. Avrei voglia di un po' di tranquillità, almeno nell'ambito lavorativo, visto che purtroppo in quello familiare i problemi non mancano.
Saranno giorni difficili per me quelli che sono da venire. Giorni in cui dovrò districarmi per capire materie ostiche, in un ambiente ostile, e senza avere il tempo necessario per imparare. Avrò bisogno di tutto il mio intelletto e di tutta la serenità possibile. Fa che almeno possa avere un po' di tregua in ambito familiare, che Andrea, mamma e papà e Patrizia stiano in salute. Ho bisogno di un po di conforto, di un approdo in cui riposarmi ed avere consolazione. Se continuerò a sommare preoccupazioni su preoccupazioni non potrò andare molto lontano, non potrò essere il punto di riferimento che le circostanze hanno voluto che diventassi.
Anche il più forte degli uomini ha necessità di avere un po' di riposo ed io non sono affatto un uomo forte, questo lo sai bene. Sai che sono fatto delle tue stesse paure e delle tue stesse insicurezze, chi meglio di te può capire.
Io mi rivolgo a te, zia Cicci, pure con la assoluta convinzione che tu non possa ascoltarmi, ma al contempo ti imploro di intercedere sul fato, sul destino o su qualunque cosa regoli le vite terrestri.
Aiutami a trovare la forza che non ho, la volontà che ho smarrito, in nome di quell'amore che mi hai regalato in vita e che non può essere andato perduto. E, se proprio non puoi fare nulla per me, proteggi almeno i miei cari: solo così le mie sofferenze interiori potranno essere maggiormente sopportabili.
Ma, indipendentemente da ciò che avverrà, io ti vorrò sempre tanto bene. E, poiché non ho avuto la fortuna di potertelo dire quando eri in vita, continuerò a scriverlo tutti gli anni, su un blog o su un foglio di carta. Ogni 31 maggio, finché avrò respiro e finché avrò ricordo di te. Il tuo devotissimo nipote.
                                                                                                                               Stefano

P.S.: Cara zia, mi sono ricordato che amavi da morire questa canzone. Te la voglio regalare, cantata da Frank Sinatra. "Ebb Tide (Come il mare)"