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Scrivere è un'altra cosa.

Nei film, specialmente in quelli americani, in cui arrivano i buoni e sistemano tutti i guai, avrei le idee ben chiare su cosa dovrei fare.
Lascerei il lavoro e le sue precarietà quotidiane, che lentamente stanno avvelenando la mia mente ed il mio fisico. E comincerei a scrivere, a cinquantadue anni.
Perché nei film di Frank Capra il mestiere dello scrittore è una cosa facilissima. Basta avere un blog, scrivere qualche migliaio di "twit" ed avere centinaia di amici su Facebook. Poi ci sarebbero un mucchio di editori in attesa di leggere le mie fandonie, ed estasiati pubblicarle come se fossi un novello John Fante. Ovviamente sarei il caso letterario del secolo, venderei milioni di copie in svariate lingue. Diventerei ricchissimo. The End.
Peccato che abbia una famiglia da mantenere ed un mutuo ventennale che sinistro pende sulla mia testa come una spada di Damocle. Forse questa scelta avrei dovuto farla trent'anni fa, avrei dovuto dare ascolto alle preghiere della mia cara professoressa di Lettere del liceo, Eleonora Rossi Molinaro, cui è dedicato questo misero blog e più in generale tutta la mia devozione.
A vent'anni si possono fare scelte scellerate, avvolte nella nebbia ed impervie come mulattiere carsiche. A vent'anni si prende il mondo tra le mani e lo si solleva senza nemmeno bisogno di una leva. A vent'anni si ha il dovere di inseguire i propri sogni e le proprie utopie, perché sono queste cose che danno un senso alla vita, che la riempiono di emozione e sentimento.
A vent'anni ne dimostravo cento. Ero convinto che la realizzazione passasse attraverso una bella macchina, dei vestiti alla moda ed i locali più eleganti. Per questo ho sopito i miei desideri più veri, ho scalato montagne che non erano mie, ho seguito un onda di cui ignoravo la provenienza.
E oggi, naufrago dei miei sogni, scopro di voler essere ventenne, ora che di anni ne ha davvero cento.
E poi cosa dovrei mai scrivere. Cosa si può scrivere se non si è mai visto nulla, se tutto l'universo che conosco è racchiuso in me stesso. Parlare di me è parlare di niente: sono uno dei tanti esseri insignificanti, che credevano di essere integrati in una società ed invece non lo sono affatto. Ce ne saranno milioni fuori delle mura di casa mia che potrebbero raccontare storie di ordinaria frustrazione cui quotidianamente si sottopongono con disperata rassegnazione. Di uomini senza vita ne è piena la terra.
Gli scrittori hanno un'altra tempra. Hanno vissuto storie disperate, magari drammatiche. E se non le hanno vissute hanno voluto conoscerle da vicino, guardandole da dentro, assorbendone i virus che tramutano un fatto in una storia di vita. Se ne sono riempiti l'animo ed attraverso la penna e la tastiera di un computer hanno travasato il tumulto dei sentimenti in frasi. Che diventano paragrafi. E poi capitoli. Ed infine libri.
Cosa posso raccontare del mondo io che conduco una vita da impiegato, che litigo con qualcuno che mi sorpassa male quando sono in auto. Che il sabato vado al centro commerciale e la domenica compro i mignon in pasticceria. Che parlo male del governo, di tutti i governi. E che mi incazzo con i vicini quando fanno rumore.
Ecco perché a cinquantadue anni continuerò col mio triste lavoro impiegatizio e non inizierò a scrivere alcunché. E il mio blog finirà nel dimenticatoio, zippato in qualche unità di memoria esterna in un oscuro server dall'altra parte del mondo.

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