Questo blog è dedicato alla professoressa di letteratura italiana e latina, Loredana Rossi Molinaro, donna di grandissima cultura ed infinita umanità.

25/02/13

Il gioco del destino

Quando sei depresso basta pochissimo per farti sprofondare nella crisi più nera. Ad esempio oggi mi è capitata una cosa di per se non grave: dopo la votazione al seggio una signora si è presa la mia cartella elettorale per errore. Una stupidaggine, direte voi, e lo dico anche io. Ma cosa succede ad un vaso colmo d'acqua se provate ad aggiungere una goccia? Trabocca, ed io sono traboccato.
Sarà perché mio fratello non sta bene, sarà che sono due mesi che non riesco a trovare uno straccio di cliente su cui andare a lavorare, sarà che è dal 2002 che cercano di indurmi al licenziamento offrendomi quattro denari, sarà che ho visto mio zio morto in terra come un sacco della spazzatura: ma io, francamente, non ne posso proprio più.
Ho preso 20 gocce di EN perché sentivo l'ansia e l'ira crescere dalle viscere, con crampi assurdi e conati di vomito. Ma ormai questi farmaci non mi fanno più niente. Mi appannano solo lo sguardo, bloccano la mia espressione in una sembianza catatonica. Ma il dolore, quello vero, quello che brucia dentro e ti fa scoppiare le vene nel cervello è ancora intatto nella sua maestosa malvagità.
Forse sono troppo vile per reggere il passo di questo mondo, mi mancano le forze per correre alla velocità di rotazione di questo pianeta che mi ospita ormai da 52 anni e che continuo a non capire.
Chissà, se il destino fosse stato maggiormente benevolo con me, se si fosse meno accanito con la salute dei miei cari forse adesso mi starei lamentando per qualcos'altro. O forse no, e comunque non mi consola affatto avere degli alibi validi per potere stare male. E quando vedo voi, giovani e belli, sicuri di voi stessi, liberi di affrontare la vita come meglio vi pare, vi invidio profondamente. Avete la forza per costruire il vostro domani, per rendere solide le vostre utopie, per piangere e ridere, insomma per vivere nel senso più pieno e meraviglioso della parola.
Perché non è vero che chi prende gli schiaffi dalla vita poi automaticamente la odia. Anzi non avete idea di cosa darei per potermi calare nella vostra esistenza per un solo giorno e respirare l'aria pura e fresca della vostra serenità. Vorrei tanto avere un fratello normale e non un bambino di 42 anni che ancora trema e si irrigidisce perché non in grado di gestire le emozioni. Vorrei tanto avere un lavoro normale dove non ti senti minacciato ogni giorno che metti piede in ufficio. Un lavoro in cui non ti fanno sentire vecchio perché hai 52 anni e non ti trattano come un centro di costo da sopportare.
Vorrei tanto poter bere un bicchiere di acqua fresca e limpida, per dissetare l'arsura provocata dalle cicatrici di ferite inferte da una vita troppo dura per le mie modeste capacità. Vorrei chiudere gli occhi e dimenticare, tutto e per sempre. Ma da solo non ci riesco. Non ancora. Lascerò giocare questa mano al destino, tanto con me vince sempre lui. Ma il destino non sa che stavolta farà il mio gioco.

20/02/13

L'uomo senza passioni

Io non invidio nessuno. C'è del bene e del male in ognuno di noi, e la fortuna, così come arriva, fa presto ad andar via. Però nutro una grande ammirazione per le persone entusiaste. Quelle piene di passioni, che nelle difficoltà vedono soltanto una sfida piena di opportunità. Ammiro quelli che continuano a lavorare con dedizione anche quando vengono maltrattati dal datore di lavoro; quelli che militano in un partito pieno di gente marcia, ma che continuano a fare volantinaggio; quelli che non sono mai stanchi, che fanno una valigia e partono senza pensarci due volte. Senza nemmeno prenotare un albergo. Ammiro quelli che, privi di qualunque prospettiva economica, mettono su famiglia e fanno i figli, perché così funziona l'umanità.
Li ammiro ed al mio confronto appaiono dei giganti. Perché io non so nemmeno cosa significhi la parola entusiasmo. Vivo nella costante consapevolezza dell'inutilità di quello che intraprendo, che sia il lavoro o lo scrivere su un blog. Non mi appassiono, mi circondo un un sarcastico cinismo distruttivo così come i castelli medievali si circondavano di profondi fossati pieni di acqua. Solo che io non ho ancora trovato il mio ponte levatoio. E' terribile vivere senza passioni, è una malattia invalidante: non si ama, al massimo ci si affeziona alle persone che ci vivono accanto. E non si va oltre ad un tenue sentimento di gratitudine. E' come vivere al rallentatore, in una bolla di sapone, mentre tutti gli altri corrono e vivono al di fuori di essa. No non credo che c'entri nulla la depressione: io sono sempre stato così, fin da quando ho i miei primi ricordi, incapace di amare gli altri. Ma anche me stesso.
Però almeno sono onesto, non millanto qualità che non ho. Tuttavia questa atonia emotiva mi sta inghiottendo come un buco nero, senza via di uscita.
Forse dovrei riposare adesso e non pensare a questo lato oscuro del mio carattere, ma non amo dormire, così come non amo stare sveglio. E' la perenne condanna dell'uomo senza passioni, che vive senza un perché, continuando a chiedersi perché.

12/02/13

Scrivere è un'altra cosa.

Nei film, specialmente in quelli americani, in cui arrivano i buoni e sistemano tutti i guai, avrei le idee ben chiare su cosa dovrei fare.
Lascerei il lavoro e le sue precarietà quotidiane, che lentamente stanno avvelenando la mia mente ed il mio fisico. E comincerei a scrivere, a cinquantadue anni.
Perché nei film di Frank Capra il mestiere dello scrittore è una cosa facilissima. Basta avere un blog, scrivere qualche migliaio di "twit" ed avere centinaia di amici su Facebook. Poi ci sarebbero un mucchio di editori in attesa di leggere le mie fandonie, ed estasiati pubblicarle come se fossi un novello John Fante. Ovviamente sarei il caso letterario del secolo, venderei milioni di copie in svariate lingue. Diventerei ricchissimo. The End.
Peccato che abbia una famiglia da mantenere ed un mutuo ventennale che sinistro pende sulla mia testa come una spada di Damocle. Forse questa scelta avrei dovuto farla trent'anni fa, avrei dovuto dare ascolto alle preghiere della mia cara professoressa di Lettere del liceo, Eleonora Rossi Molinaro, cui è dedicato questo misero blog e più in generale tutta la mia devozione.
A vent'anni si possono fare scelte scellerate, avvolte nella nebbia ed impervie come mulattiere carsiche. A vent'anni si prende il mondo tra le mani e lo si solleva senza nemmeno bisogno di una leva. A vent'anni si ha il dovere di inseguire i propri sogni e le proprie utopie, perché sono queste cose che danno un senso alla vita, che la riempiono di emozione e sentimento.
A vent'anni ne dimostravo cento. Ero convinto che la realizzazione passasse attraverso una bella macchina, dei vestiti alla moda ed i locali più eleganti. Per questo ho sopito i miei desideri più veri, ho scalato montagne che non erano mie, ho seguito un onda di cui ignoravo la provenienza.
E oggi, naufrago dei miei sogni, scopro di voler essere ventenne, ora che di anni ne ha davvero cento.
E poi cosa dovrei mai scrivere. Cosa si può scrivere se non si è mai visto nulla, se tutto l'universo che conosco è racchiuso in me stesso. Parlare di me è parlare di niente: sono uno dei tanti esseri insignificanti, che credevano di essere integrati in una società ed invece non lo sono affatto. Ce ne saranno milioni fuori delle mura di casa mia che potrebbero raccontare storie di ordinaria frustrazione cui quotidianamente si sottopongono con disperata rassegnazione. Di uomini senza vita ne è piena la terra.
Gli scrittori hanno un'altra tempra. Hanno vissuto storie disperate, magari drammatiche. E se non le hanno vissute hanno voluto conoscerle da vicino, guardandole da dentro, assorbendone i virus che tramutano un fatto in una storia di vita. Se ne sono riempiti l'animo ed attraverso la penna e la tastiera di un computer hanno travasato il tumulto dei sentimenti in frasi. Che diventano paragrafi. E poi capitoli. Ed infine libri.
Cosa posso raccontare del mondo io che conduco una vita da impiegato, che litigo con qualcuno che mi sorpassa male quando sono in auto. Che il sabato vado al centro commerciale e la domenica compro i mignon in pasticceria. Che parlo male del governo, di tutti i governi. E che mi incazzo con i vicini quando fanno rumore.
Ecco perché a cinquantadue anni continuerò col mio triste lavoro impiegatizio e non inizierò a scrivere alcunché. E il mio blog finirà nel dimenticatoio, zippato in qualche unità di memoria esterna in un oscuro server dall'altra parte del mondo.

09/02/13

Lo zio diacono. In memoria di Roberto Pozzi.

Vederlo lì, rannicchiato in terra, attraverso le finestre chiuse della sua casa, dopo ore di inutili silenzi telefonici. Ed improvviso lo schianto del vetro che si infrange, ultimo diaframma tra la speranza disperata e la disperazione della realtà.
E violare la sua intimità, le sue cose: un paio di calzini nuovi, le lettere della banca, un piatto sporco, l'oliera, una bottiglia di vino, una caraffa di caffè piena a metà.
Entro in casa in punta di piedi, quasi chiedendo permesso ad un uomo che so che non c'è più. E lui è sempre lì, ora lo vedo di fronte. E' coricato da un lato, con un braccio disteso quasi a proteggere la testa.  Il volto leggermente reclinato in avanti, con gli occhi aperti rivolti verso la porta di casa, in un disperato quanto vano tentativo di richiesta di aiuto.
No, non credo che sia caduto di botto, avrebbe avuto una posizione disarticolata: lui era quasi in posizione fetale, con le pantofole ancora calzate. Deve essersi reso conto di aver avuto un malore, ha provato ad alzarsi dalla poltrona, ma, vinto dal sonno mortale, si è adagiato in terra per dormire in eterno.
Credevo di essere più forte ed invece è stato un duro colpo, ho inveito contro il cielo in casa di chi ha fatto del cielo la propria casa. E me ne vergogno immensamente. Credevo di averle viste tutte, ed invece alle tragedie non ci si abitua mai.
Vorrei avere fede a sufficienza per dire che ha raggiunto la sua Sandrina, sua madre e suo padre. In realtà penso che sia finita l'esperienza umana di una persona cui la vita ha dato tanto ma all'improvviso ha tolto tutto.
Lui sì che era un uomo di fede, e la fede lo ha sorretto nei momenti più bui. Soprattutto lo hanno  sostenuto gli amici della confraternita religiosa, che anche in queste ore tragiche hanno dato testimonianza della loro meravigliosa amorevolezza. Ma nelle manifestazioni in cui i ricordi riaffioravano impetuosi non riusciva a trattenere il pianto, partecipando al dolore altrui condividendone il proprio.
Non era un uomo dal carattere facile, non si sottraeva alla polemica, specialmente in politica. Amava dire sempre ciò che pensava e soprattutto non amava intromissioni nella sua vita privata. Forse anche lui pensava di essere forte a sufficienza, di poter badare a se stesso senza l'aiuto di nessuno. Ma il destino non fa sconti e per quanto siano forti le tue convinzioni ti accorgi di essere un piccolo ramo, sferzato dal vento impetuoso, pronto a spezzarsi in qualunque momento.
Non amava fare complimenti in pubblico, anzi il ruolo di diacono lo aveva reso forse più severo nei confronti delle abitudini degli uomini, delle loro piccole meschinità quotidiane. Però, poche settimane prima di lasciare questo mondo, parlando con mio padre, ha detto parole molto belle nei confronti degli articoli che scrivo nel mio blog. E pochi giorni dopo ha manifestato questo apprezzamento anche a me.
Ecco, voglio immaginare che quelle sue parole benevole nei miei confronti siano il regalo di commiato che ha voluto farmi. E per questo io, commosso, voglio ricordarlo nel mio blog, insieme a tutti voi che lo avete conosciuto e che ne avete condiviso i giorni belli e quelli amari.