Questo blog è dedicato alla professoressa di letteratura italiana e latina, Loredana Rossi Molinaro, donna di grandissima cultura ed infinita umanità.

31/12/13

Dopodomani


22/11/13

Siblings

Ho appena scoperto di essere un "sibling". E' un termine inglese che letteralmente significa fratello, di pari grado. Ma ha assunto un connotato particolare in questi ultimi anni. Con questo termine si indica un fratello od una sorella di una persona disabile.
Ho scoperto che esistono associazioni di "siblings" in cui il soggetto si sposta dalla malattia (fisica o mentale) al disagio di un fratello, maggiore o minore, spesso incapace di convivere con una realtà drammatica, vissuta in anni difficili, come quelli dell'adolescenza.
Ho letto, seppur sommariamente, molte testimonianze di chi fa parte di queste associazioni. E mi sono riconosciuto in pieno. Quel sentirsi perennemente inadeguato, l'altalenarsi di sensazioni contrapposte, essere un giorno un egoista debosciato ed il giorno dopo il martire santo e salvifico.
Ma una cosa su tutte accomuna noi "siblings", anche se con diversi gradi di sfumatura. La paura di dover gestire i nostri fratelli sfortunati quando i nostri genitori non ci saranno più o semplicemente non avranno più la forza di accudire i loro bambini perenni.
Chi legge il mio blog saprà fin troppo bene quale sia la mia posizione. Io amo mio fratello come l'aria che respiro, è la luce dei miei occhi. Ma sono assalito, ogni santo giorno, dalla questa domanda lancinante: "Riuscirò ad accudire mio fratello? Avrò la forza che hanno avuto i miei genitori, pur con i loro limiti ed errori?".
Io non mi sono mai nascosto su questo blog, come d'altronde nella vita. Il pensiero mi atterrisce, mi tremano i polsi. Ma non posso né devo sentirmi in colpa per questo. La tragedia che si è abbattuta sulla mia famiglia avrebbe distrutto menti ben più illuminate e temprate della mia. Se anche Gesù nel Getsemani pregò intensamente Dio affinché lo liberasse dalla croce non posso sentirmi sbagliato se ogni notte prego qualcuno affinché tutta questa mia esistenza sia stata solo un brutto sogno.
In un blog i fratelli sani vengono definiti come "supereroi". Nessun eroismo, siamo stati investiti da un onda gigantesca che ci ha fatto girare mille volte su noi stessi. Che spesso ci ha impedito di respirare e di vivere. Qualche giorno siamo emersi, cercando di fare del nostro meglio, spesso siamo affondati nella più cupa delle disperazioni, in una solitudine che rende tutto inutile ed indifferente.
Siamo dei naufraghi, con i nostri sfortunati fratelli aggrappati al collo: qualcuno trova una zattera su cui poggiarsi, altri nuotano verso rive che non vedranno mai, tanti vengono inghiottiti nelle profondità marine. Taluni fuggono, lasciando i fratelli al loro destino.
E' un mare difficile da navigare quello di noi "siblings", un mare che non abbiamo scelto e che non potremo mai lasciare.
Un mare freddo, oscuro, che paralizza i muscoli e confonde la mente. Un mare che mi fa tanto, tanto paura.

21/11/13

L'inglorioso "Mondino"


Sì lo ammetto, odio Edmondo Fabbri. Come chi è? E' stato il Commissario Tecnico della Nazionale Italiana di calcio dal 1963 al 1966. E non lo odio tanto per la immane figuraccia della sconfitta contro la Corea del Nord, che ci estromise dal secondo turno del Mondiale di calcio del 1966, ma per il suo modo saccente e rancoroso di fare l'allenatore.
Fabbri è stata una discreta ala destra, ha militato anche nelle file dell'Internazionale. Qualche convocazione nella Nazionale giovanile ma nulla più. Ebbe maggior successo quando intraprese la carriera di allenatore. Riuscì a portare il Mantova dalla serie D alla serie A in quattro anni, meritandosi il "Seminatore d'oro", ovvero il premio che gli addetti ai lavori danno annualmente al tecnico che si è maggiormente contraddistinto. Insomma era un buon allenatore, amante di un calcio votato all'attacco con un modulo di gioco più vicino al sistema che non al catenaccio. 
Nell'estate del 1962 Helenio Herrera era già allenatore dell'Inter di Moratti padre. Il "mago" venne contattato dalla Nazionale spagnola in vista dei Mondiali che dovevano disputarsi quell'anno in Cile. Moratti diede di buon grado il suo assenso ad Herrera: in due anni l'Inter non aveva vinto niente e molti giocatori non soffrivano la forte personalità del "mago". Per questo motivo il presidente dell'Inter avvicinò Edmondo Fabbri con la precisa idea di dargli l'incarico di allenatore della sua squadra.
Il Mondiale cileno non andò bene per la Spagna, che fu eliminata al primo turno. Herrera tornò in Italia precipitosamente: aveva avuto notizia dei contatti tra Moratti e Fabbri e, giunto a Milano, tanto fece che riuscì a farsi riconfermare dal suo presidente.
Fabbri si trovò così in mezzo ad una via: aveva probabilmente già preannunciato le dimissioni dal Mantova ma non aveva più una squadra da allenare. Gli venne in soccorso la Federazione, probabilmente su pressioni di Moratti che non si sentiva proprio a posto con la coscienza, che gli affidò l'incarico di Commissario Tecnico della Nazionale di calcio italiana. Edmondo accettò ma lo sgarbo dell'Inter se lo legò al dito e, da rancoroso qual'era, iniziò una sottile guerra contro l'Inter che lo porterà alla rovina professionale.
L'Internazionale, a partire dal 1963, diventa la squadra più forte al mondo. Inizia a vincere il Campionato italiano, la Coppa dei Campioni e la Coppa Intercontinentale. Gioca un calcio sparagnino ma efficacissimo: difesa granitica attorno al libero Picchi e contropiede devastante grazie alle illuminazioni di Suarez ed alla velocità di Sandrino Mazzola. Insomma il catenaccio, ma interpretato con velocità ed intelligenza.
Sarebbe naturale per la Nazionale adottare questa tattica, impiegando gli uomini del blocco dell'Inter, integrati con altri fuoriclasse come Rivera, Bulgarelli e Meroni. Ma non per la nazionale di Fabbri, che odia l'Inter ed i suoi successi.
La scusa al suo ostracismo gli viene dal Bologna. La squadra felsinea è l'opposto dell'Inter. E' allenata da Fulvio Bernardini, cultore dei "piedi buoni" ed antesignano del sistema in Italia. Il Bologna gioca in maniera spettacolare ed arriva persino a soffiare uno scudetto all'Inter in un drammatico spareggio giocato all'Olimpico di Roma, a poche ore dalla morte improvvisa dello storico presidente felsineo Dall'Ara.
Fabbri, attraverso le incaute parole di Rivera, fa capire ai giornalisti che giocare con Picchi in difesa equivale a rinunciare ad un uomo in centrocampo e quindi, implicitamente, adotta per la Nazionale lo schema del Bologna.
Ma è uno schema che ha in testa solo Fabbri. Infatti, proprio nell'occasione dello spareggio, Bernardini schiera il terzino Capra come finta ala sinistra, intuendo che, se voleva battere l'Inter, doveva marcare stretto le sue fonti di gioco, Suarez e Corso. Inoltre l'Inter non rinunciava affatto ad un uomo a centrocampo con l'utilizzo di Picchi come libero perché la propensione offensiva di Facchetti, primo terzino d'ala al mondo, ed il moto perpetuo di Domenghini sulla fascia opposta semmai creavano una superiorità numerica che le squadre avversarie stentavano a capire.
Quindi "mondino" fa giocare la nazionale come il Bologna. Impiegando però gli uomini dell'Inter, perché va bene essere rancorosi ma è impossibile far credere alla gente che Tumburus vale più di Burgnich. Il povero Facchetti si trova improvvisamente terzino marcatore senza più licenza di "uccidere". Burgnich che nell'Inter si prendeva cura della punta più pericolosa, viene impiegato a destra in marcatura di sguscianti ali. Lui che era un carro armato. E Guarneri rimane stopper come nella sua squadra, ma non ha più accanto quella sicurezza di Picchi. Anzi Fabbri gli affianca Salvadore, che all'epoca è riserva nella Juventus, oppure Janich del Bologna. E spessissimo dice loro di giocare davanti a Guarneri, non dietro. Ci sono tutte le premesse per lo sfacelo ed immancabilmente arriva nei mondiali inglesi del 1966.
Per colpa del rancore di Edmondo Fabbri verso l'Inter l'Italia calcistica ha perso la possibilità non solo di evitare la figuraccia della Corea del Nord ma addirittura di giocare un mondiale da protagonista. Perché quasi gli stessi uomini del mondiale inglese, inseriti nel modulo giusto ed affiancati da Gigi Riva (a cui nel 1966 Fabbri preferì Barison!), vinceranno due anni dopo il Campionato Europeo per nazioni e saranno vice campioni nel Mondiale messicano del 1970, dietro ad un immenso Brasile, forse il più forte di sempre.
Fabbri pagherà a caro prezzo la sua acredine: verrà cacciato dalla Nazionale e nel prosieguo della sua carriera verrà accolto dal grido "Corea, Corea" in tutti gli stadi d'Italia. Riposa in pace "Mondino". Ma senza gloria.

18/11/13

Il conto

Pur non avendo febbre, da più di un anno mi porto addosso una brutta tosse catarrosa. Ho iniziato a prendere antibiotici che spero sortiscano qualche effetto. Ma sono molto preoccupato. Non tanto per lo stato del mio apparato respiratorio quanto per il cedimento fisico che si sta delineando con una certa velocità. Il fatto che questa infezione non voglia venir meno è segno che lo stress psichico e l'evidente crollo psicologico hanno iniziato a minare le mie difese immunitarie.
Non voglio sembrare catastrofico ma ho chiesto troppo a me stesso ed il conto inizia ad essere molto salato. E' ormai da lungo tempo che la mia vita ha perso qualunque interesse e qualsiasi prospettiva. Sopravvivo, per rispetto nei confronti di chi ha bisogno di me. Ma interiormente sono morto. Cos'è se non morto un uomo cui sono private le speranze di un futuro migliore, il cui domani pesa minaccioso come un macigno? Sono un morto che cammina ed il mio corpo ha iniziato a capirlo. Perché si può mentire a tutti ma non a se stessi.
Vorrei aver avuto la forza e la sicurezza che vedo in tanti dei vostri occhi. La capacità di farvi rispettare e l'esser consapevoli delle vostre qualità. Io invece ho faticato tanto, troppo, anche per compiere quei minimi gesti che fanno di una persona un essere sociale. Quanto mi è pesato studiare. E non perché sia un povero imbecille, perché tutto per me è faticoso, sproporzionato se paragonato alle mie forze. Ho violentato me stesso e le mie insicurezze arrivando persino alla laurea. Io che non dormivo al pensiero di una interrogazione di storia alle scuole medie. Ho scelto di lavorare in una multinazionale privata, in cui bisogna essere brillanti ed ambiziosi. Io che ho sempre la sensazione di non saper fare niente, che ho sempre paura di disturbare qualcuno. E che provo ansia persino nel telefonare ad un collega.
E poi la malattia di Andrea, che dolore immenso. Io un giorno dovrò occuparmi di lui. Io che a malapena ho la forza di allacciarmi le scarpe la mattina. E più si avvicina quel giorno e più mi sento stanco, incapace, inetto.
Sono un uomo pieno di debolezze, di contraddizioni, di angosce. E tutte queste cose stanno scavando dentro il mio corpo. Sono come quelle mele apparentemente intatte all'esterno, ma che dentro sono putride e marcite. Non sto esagerando. Non dura ad una persona la tosse per più di un anno se dentro è viva. E non ci sono antibiotici che possano essere curativi per questo genere di malattie. Una sola è la medicina: la felicità. La gioia di un lavoro che non è in bilico, senza la spada di Damocle della cessione di ramo di azienda o della cassa integrazione. O di quella maledetta telefonata del mio capo che insistentemente vuole che io accetti qualche soldo per licenziarmi "spontaneamente".
La gioia di vedere Andrea felice, senza più le sue paure che lo terrorizzano. La gioia di avere il tempo di occuparmi di Andrea. E di averne i mezzi economici. Perché, anche a costo di vendermi i polmoni bacati che ho dentro, io mio fratello non lo metterò mai in un istituto. Almeno finché sarò vivo ed avrò la forza di chiamarlo per nome. Perché, maledizione, sono io che bisogno di lui. Sono io che ho bisogno della sua mano quando camminiamo per strada, sono io che ho bisogno di essere abbracciato e protetto. Queste cose ad Andrea non le posso dire, non posso caricare le sue fragilità con le mie debolezze. Ma forse lui le ha capite da solo e mi circonda di affetto perché avverte il mio disagio, senza chiedere niente in cambio. Come solo gli angeli sanno fare.
Ecco perché, nonostante io voglia fuggire da tutte le brutture che rendono la mia vita insopportabile, non desidero scappare. E questa dicotomia è la peggiore delle condizioni umane, lentamente impazzisce il cuore, inesorabilmente si consuma l'anima.

10/11/13

Derive geostazionarie

Cinquantadue anni. No, vi rendete conto? Oggi ho compiuto cinquantadue anni. In altri tempi avrei potuto godere di una certa agiatezza e considerazione. Nel lavoro, come nella vita, sarei stato considerato come l'anziano a cui chiedere consigli. E comunque come quello a cui non devi più rompere i coglioni.
E invece sono ancora qui a trottare come un pischello, a mettere in gioco il mio lavoro e la mia vita privata.
A cinquantadue anni la mia azienda mi considera un rottame e ha fatto di tutto per mettermi nelle condizioni psicologiche in cui oggi verso. E' dal 2002 che i miei capi mi contattano quasi annualmente per offrirmi soldi per andare via. Come se a cinquant'anni fosse semplice cambiare lavoro. Mi hanno fatto modificare il profilo professionale una decina di volte, con la scusa che il mercato chiede sempre nuovi skill. Ed il risultato è che, pur avendo visto molto, non so fare più un cazzo. E poi che azienda è quell'azienda che insegue le mode del mercato. Una azienda, specie se multinazionale, DEVE imporre le proprie scelte al mercato, perché ha mezzi e risorse per fare ricerca e sviluppo.
In questo clima di disagio e disprezzo il lavoro si è fatto sempre più alienante, precario e rarefatto. Non abbiamo più idea di dove saremo, non dico tra due o tre anni, ma tra sei mesi. E questa aria di incertezza ci rende sempre più soli e ricattabili, dimenticati dalle organizzazioni sindacali che ormai difendono solo i pensionati e le categorie privilegiate, come i lavoratori statali che sicuramente non guadagneranno molto, ma nessuno caccerà mai via dalla poltrona dell'ufficio.
Ecco, se dovessi guardare avanti ed immaginare la mia situazione professionale vedo solo il buio più assoluto e, soprattutto, non vedo alternative che possano provenire dal mercato del lavoro o dalle scelte della politica.
Se fosse per me manderei tutti quanti a fare in culo, capi e colleghi, e mi metterei a fare la fila alla Caritas. Trovo che questa soluzione sia più dignitosa rispetto alle umiliazioni continue che ho dovuto sopportare in azienda in questi ultimi dieci anni. Ma non posso. Ho una moglie, un mutuo che scade tra diciassette anni, due genitori anziani e malati ed un fratello handicappato. Non posso permettermi nemmeno il lusso di distruggere la mia vita. Ma sento di essere giunto al limite, fisicamente e psicologicamente. Sono sempre più spesso preda di malattie virali e batteriche, segno che le ansie e lo stress hanno abbassato le mie difese immunitarie a livelli preoccupanti. Dovrà pur succedere qualcosa. Dovrò pur fare qualcosa. Ma non me ne va bene una. Nemmeno sul satellite GOCE posso contare. Cadrà troppo lontano dalla mia testa, maledizione.

04/11/13

Stasera non leggetemi

Il sonnifero inizia a fare il suo effetto. Cado lentamente in uno stato catatonico, senza emozioni ma senza il dolore che mi distrugge dentro. Non è bello dover prendere il sonnifero per affrontare meglio la settimana lavorativa, c'è qualcosa che non va. Colpa dell'azienda? Certamente. Di qualche collega sociopatico? Forse. Ma in realtà c'è un unico colpevole e quello sono io.
Sono un vigliacco. Avrei dovuto capire già anni fa che non sono in grado di reggere gli stress che mi provoca il lavorare in un ambiente precario, competitivo ed alienante come quello informatico. E avrei dovuto rassegnare le dimissioni. Per fare cosa non so, visto che non so fare niente. Visto che non mi hanno permesso di imparare niente. Questi ultimi anni ho fatto da tappabuchi, sono stato spacciato dai clienti come esperto di non so quanti prodotti. Addirittura adesso mi si vuole spacciare come programmatore, quando in vita mia non ho mai saputo programmare nemmeno la lavatrice. 
La verità è che sono invecchiato, anagraficamente ed interiormente. Non me ne frega più niente (ammesso che me ne sia mai importato qualche volta) del lavoro, della carriera, di dimostrare di essere qualcosa a qualcuno. Lasciatemi in pace, per dio, ho già i miei dolori a farmi compagnia.
Ecco, stasera è una di quelle sere che vorrei spaccare tutto quello che mi capita intorno, è una di quelle sere in cui vorrei ubriacarmi fino a non capire più niente e sedermi sul pavimento. Stasera è una di quelle sere in cui maledico il giorno in cui sono nato
Stasera non leggetemi che voglio restare solo.

14/10/13

Le spalle fragili

In genere non invidio nessuno. Per principio. Non mi fa star bene sapere che a qualcun altro le cose stanno andando a rotoli. Ma oggi farò un'eccezione: invidio profondamente chi sa scrivere.
Sì questa sera mi è venuta una gran voglia di essere uno scrittore, di quelli bravi, che sanno scrivere libri di centinaia di pagine. E che inventano storie interessanti, descrivendole con uno stile asciutto ma contemporaneamente coinvolgente. Quelli che ne sfornano uno all'anno e che vincono un sacco di premi letterari.
Insomma stasera vorrei esser un clone di Ernest Hemingway e Mikhail Bulgakov. Con punte di Franz Kafka e James Joyce quanto basta.
Ed invece sono su un blog che nessuno legge, conosco forse cento parole di senso compiuto ed ho uno stile che riecheggia i componimenti scolastici di terza elementare.
La colpa sta nella mia scarsa autostima e nel fatto che non leggo un libro da almeno dieci anni. E poi la mia vita è di una noia inverosimile. Cosa mai potrei raccontare se non le avventure di uno sfigato pendolare, reso precario da una crisi internazionale, con svariati problemi di salute in ambito familiare?
Altro che un borghese piccolo piccolo: una molecola di uomo, inutile come altri milioni della mia stessa specie. E non è vittimismo: ho il vizio di saper guardare in faccia la realtà.
Però chi lo sa, magari un giorno mi ci metto davvero a pensare ad una trama, di quelle che immagino la sera prima di addormentarmi, che mi rendono tollerabile gli ultimi minuti prima di cadere nell'oblio.
Una storia in cui c'è un protagonista, ferito dalla vita, cinico e disincantato, cui improvvisamente accade qualcosa che gli cambia l'esistenza, che sembra dare un senso alla sua vita. Ma non sarà una storia che finisce bene, perché io odio i "lieto fine".
Io sono cresciuto con i film americani degli anni 30, 40 e 50: quelli di Frank Capra, in cui esistono gli angeli custodi che ti vengono a salvare mentre stai per buttarti giù da un ponte. O quelli di John Ford, in cui arrivano sempre i nostri e ci salvano da quei cattivi degli indiani. Io a queste fesserie ci ho creduto per anni. Con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti.
Ecco perché il mio libro non avrà un finale rassicurante, forse il protagonista morirà, o rimarrà deluso per l'ennesima volta. E resterà solo, con i suoi sogni e con sempre meno voglia di parlare.
Scriverò di una sconfitta perché a me piacciono i vinti, quelli che non sono riusciti a prendere il treno, quelli che sono stati traditi dagli altri oppure dalla stessa vita. Quelli che si lasciano andare e si ubriacano, o mangiano fino a stare male. Quelli che indossano sempre gli stessi vestiti e non si radono quasi mai. Quelli per cui la dignità è un lusso che non possono più permettersi.
E scriverò della follia, di quell'oscuro vuoto che alberga nella mente, che rende tutto così complicato da capire. E dei mostri che gridano nell'inconscio fino a fare scoppiare le vene.
Il mio protagonista sarà un po' di tutte queste cose: un folle, un mentecatto, un vinto, un cinico ed un egoista. Un uomo solo. Con spalle troppo fragili.

24/09/13

Like a rolling stone

Sto rotolando, sempre più in basso, sempre più velocemente. Non ho un appiglio, cado sempre di più. E mentre scivolo verso il nulla vi guardo e vi voglio sempre più bene.
Mi sta franando tutto addosso ed ho perso il senso dell'orientamento. Non trovo più la via d'uscita ma solo macerie e polvere che rendono l'aria irrespirabile.
Dio solo sa se ho provato a rialzarmi. Tutta la mia vita è stato un continuo rialzarsi. Ma ho peggiorato la situazione, ho soltanto aumentato la velocità di caduta col mio testardo dimenarmi.
Sto rotolando e vi guardo ma siete sempre più lontani, voi così cari ed immensamente belli. Vorrei stringervi a me per tutta la vita e stritolarvi con i miei abbracci. E darvi tanti baci sulle guance, quelli che schioccano forte. E le carezze: vorrei consumarmi le mani sui vostri volti.
Vorrei non lasciarvi mai e darvi una vita migliore di quella che fate adesso, vorrei parlare con voi per ore ed altrettanto ascoltarvi. Ed udire il suono delle vostre risa argentine.
Invece sto rotolando, sempre più in basso, sempre più lontano. Da me. Da voi.

10/09/13

Voli pindarici

La situazione è preoccupante ma non è seria. La faccio breve. Mi hanno catapultato (insieme ad una povera collega sfigata come me) su un progetto fantascientifico. Prodotti innovativi, metodologie d'avanguardia, insomma la solita grande opportunità. Peccato che né io né la mia collega ne sappiamo una beata cippa di tutta questa roba altisonante. E' come se ad uno studente di una scuola elementare si chiedesse di diventare cardiochirurgo con solo pochi giorni di affiancamento.
Ora, ammetto di non essere una cima, non somiglio affatto (e per fortuna aggiungo io) a Steve Jobs o Bill Gates. Sono uno dei tanti onesti artigiani dell'informatica, fattosi completamente da solo visto l'aria di "spending review" che tira nel settore dell'education.
Ma onestamente certi voli pindarici offendono non tanto la mia scarsissima intelligenza, quanto quella di chi li propone. E' finita l'epoca in cui si poteva andare dai clienti sguaiatamente impreparati: oggi essi ne sanno più di noi, cosiddetti esperti. Pagano e pretendono persone che gli risolvono i problemi, non fantocci che si presentano in giacca e cravatta, pronti a raccontargli un mucchio di fesserie.
Purtroppo, nell'informatica ma anche in tanti altri campi dello scibile umano, qualcuno si è convinto che la qualità sia un inutile fardello, che far crescere il personale sia tempo e denaro sprecato. E questo ha provocato un abbassamento medio della professionalità dei consulenti, i cui frutti si vedono ovunque. Case che crollano al minimo scossone, dottori che non sanno distinguere un brufolo da un herpes, informatici che tirano su soluzioni applicative ed infrastrutturali che non resistono al primo stress test.
Esistono lodevoli eccezioni. Ma è tutto demandato alla volontà del singolo. Non è quasi mai frutto di un'attenta pianificazione del personale.
Tutto ciò non deve stupire. Ai proprietari ed agli azionisti di un'azienda non interessa la qualità del prodotto. Spesso neanche conoscono bene ciò che la loro azienda produce. A loro interessa speculare sui mercati internazionali, sui dividendi azionari, le cui logiche ormai sono assolutamente svincolate dalla bontà o meno di ciò che si produce.
Uno che ha venduto biscotti per 20 anni non può andare a capo di un'azienda che produce soluzioni informatiche, almeno finché i biscotti non verranno fatti col silicio. Una volta a capo di aziende automobilistiche ed edili c'erano grandi ingegneri. Oggi vi sono gli avvocati ed i commercialisti che, con tutto il rispetto, di automobili e di strade non hanno mai capito una beata fava.
Comunque, cari 22 lettori del mio blog, datemi retta. Se avete figli non li fate studiare. Perché in Italia chi studia è fesso. Meglio prendere una tessera di partito, uno qualunque. Ed improvvisamente si apriranno strade che nemmeno Ippocrate si è mai sognato di percorrere. Sarete immediatamente dei tecnici di valore europeo e, male che vada, vi faranno fare una query per contare quanti esodati ci sono nel nostro paese. E voi la sbaglierete, altrimenti che tecnici siete?

01/08/13

Diverso e speciale

Oggi Andrea è dovuto andare ad un funerale ed ha avuto un momento di crisi. Purtroppo non c'ero, non ho potuto abbracciarlo per fargli passare quello che credo siano delle crisi di panico. Fortunatamente è durato poco, perché Andrea ha una sua dignità e non ama farsi vedere quando fa i "versi sciocchi".
Quanto ho odiato questa definizione: versi sciocchi. Che c'è di sciocco nell'esser malati? E' forse sciocco chi ha il diabete o l'ipertensione? Non ricordo chi l'abbia coniata per la prima volta, se i miei genitori o qualcuno delle migliaia di terapeuti della psiche che hanno vanamente tentato di capire il male oscuro di mio fratello.
Immagino che qualcuno dei presenti possa aver provato dell'imbarazzo, se non persino paura. Non è un bello spettacolo vedere un uomo di 42 anni mettersi a saltare e a dimenare le braccia in maniera inconsulta. Anche io, le prime volte che ho assistito a questi episodi, ho avuto paura. Ero giovane, in piena crisi adolescenziale, e per anni ho rimosso questa paura semplicemente dimenticandomi di avere un fratello malato in casa, scappando via. Fisicamente e moralmente.
Ma Andrea mi ha aspettato, pazientemente, come solo le persone con handicap sanno fare. E quando son tornato da lui mi ha perdonato, pur senza dimenticare. Perché Andrea ha sofferto molto questa mia latitanza, ne sono sicuro.
In questi ultimi anni ho cercato di recuperare il tempo perduto. So che la cosa migliore da fare è trattare Andrea in maniera adulta ma, cosa ci volete fare, non riesco a trattenere la voglia di abbracciarlo e coccolarlo. Perché penso che l'amore sia più forte delle malattie ed è l'unico protocollo di comunicazione in grado di penetrare qualunque barriera, fisica e mentale. E poi voglio fargli capire che il suo affetto è un valore importante, un fattore di crescita comune.
Voglio che si renda conto come la sua diversa sensibilità e il suo diverso altruismo siano qualità oggettive ed oggettivamente riconosciute da tutti, affinché prenda consapevolezza delle sue capacità ed, in definitiva, del suo io.
E' una battaglia durissima che spesso ci vede soccombenti. E per questo chiedo l'aiuto di tutti voi che lo conoscete. Iniziate a guardarlo come una persona speciale, non per la sua diversità, ma per la sua diversa abilità di amare. Basta un sorriso, un "ciao", perché Andrea ha la capacità di avvertire gli stati d'animo con uno sguardo. So che avete tutti una vita complicata e tanti problemi, ma un piccolo gesto nei confronti di Andrea, o di una qualunque persona con handicap, saprà rendervi la giornata migliore.
So per certo che sia così, perché gli unici momenti in cui sorrido sono quelli in cui incontro il sorriso di Andrea. E tutto il resto non ha più alcuna importanza.

20/07/13

Diversa mente

Come se fosse facile vivere. Incastrare i pezzi del puzzle. Chiudere gli occhi per non vedere le paure e lasciare sotto il letto i ricordi ed i rimpianti, a far compagnia alla polvere. Essere un altro, altrove, In un mare ignoto, verso rotte mai solcate. Verso terre fatte di pace e speranza. Respirare un ossigeno più puro e sorridere infinitamente. Senza lasciare traccia, meteora invisibile, solitudine impalpabile. E dimenticare, perdere memoria dei giorni e delle stagioni. Non avere più tempo, sospeso tra ieri e domani, parallelo e relativo. Essere pioggia e vento, tuono e fulmine, notte priva di stelle, tra nubi dense ed oscure. Incombenti.

14/07/13

Quando ero un re

Ma cosa vi credete. Io ho avuto un'infanzia meravigliosa. Perché sono stato amato come pochi altri esseri umani al mondo. Ero trattato come un re, anzi meglio di un re. Ero pieno di giocattoli, mi vestivano come un piccolo lord inglese e le attenzioni erano tutte per me.
Per questo ero estremamente viziato e capriccioso, e molti di questi atteggiamenti da "erede al trono" li porto ancora con me, purtroppo.
Erano gli ultimi anni dei favolosi anni 60: fuori si iniziava a contestare il sistema, in America veniva ucciso Bob Kennedy ed imperversava la guerra del Vietnam. Ma io vivevo immerso nel mio paradiso dorato, niente poteva scalfirmi.
Ricordo le mie automobiline della Poly-Toys: una Citroen Ami 8 color carta da zucchero, la Innocenti Primula color oro metallizzato. E tanti giocattoli, tanti fumetti di "Topolino" e del "Corriere dei Piccoli".
E poi tutte le domeniche si andava a pranzo da "Checco il Carrettiere", in via Benedetta, vicino a piazza Trilussa. Con la macchina di mio zio Armando, una Fiat millennove col cambio automatico, cromata come se fosse una fuoriserie americana.
E le estati ad Ostia, allo stabilimento "Marechiaro" dove, tutti gli anni, immancabile, il bagnino Settimio, un ex pescatore dalla pelle bruciata da sole, ci dava una cabina a ridosso della spiaggia. Quanti panini all'olio, col burro e la marmellata, ho mangiato dopo il bagno. E quanti giri d'Italia ho organizzato, con le biglie di plastica contenenti le foto dei ciclisti maggiormente in voga: Gimondi, Motta, Dancelli, Adorni, il cannibale Eddie Mercx, Basso e Zandegù.
Ora mi vedete così, stanco, depresso e silenzioso. Ma cosa vi credete. Io ho avuto un infanzia meravigliosa, che è durata lo spazio di un mattino. E questo ricordo nessuna sfortuna, nessun rovescio della vita potrà mai portarmelo via. 
No, non guardatemi così. Io una volta ero un re.

07/07/13

La guerra di Andrea

All'inseguimento di due occhi. Sfuggenti, risucchiati dal'ansia, dalle paure, dal malessere esistenziale. Cerco di stabilire un contatto ma è fugace: le immagini mostruose che sconvolgono la sua mente sono più forti del mio amore e mi scacciano, insolenti ed odiose.
Ci provo in tutte le maniere, con le parole, con la musica, con gli abbracci e le carezze. Tentando di non farlo sentire in colpa per una condizione di cui non è affatto colpevole. Ma inutilmente. Ogni tanto appare un mezzo sorriso, frutto della guerra interna tra i due emisferi cerebrali, tra l'io sano e l'io malato. Purtroppo vince il secondo ed io mi sento inutile, stupido, impotente.
Sto male. Sto male per lui, sto male per me, sto male per il fatto che non riesco a rassegnarmi al suo stato. E domani, in ufficio, dei giovanotti che potrebbero essere miei figli tenteranno di insegnarmi cose inutili e che inutilmente tenterò di imparare. Ma io avrò appresso sempre quegli occhi smarriti e non potrò fare a meno di pensare a loro, con tutte le mie forze, smarrendomi infinitamente. Definitivamente.
Si può far finta di essere ricchi, o di essere giovani ed intraprendenti. Ma non si può imitare la felicità. Essa pretende la limpidezza dello sguardo e la luminosità del sorriso. Io mi arrovello, impantanato nel fango del male, nell'oscura latrina della malattia. Perché il dolore non è come quello che si vede nei film, fatto di comportamenti epici, di eroismi, di rinunce ammirevoli. Il dolore, la malattia, il disagio puzzano di sterco, di sudore, di capelli unti e di denti mal lavati. Per questo chi è nel dolore è sempre solo. Il dolore fa schifo e pretende di essere guardato in faccia: non tutti hanno questa forza. Non tutti resistono.
C'è poco di eroico nell'esser malati o nell'avere accanto persone malate. C'e solo tanta angoscia e tanta solitudine. E tanta tristezza nel vedere svolgersi la guerra di Andrea sapendo che non ci sarà mai un vincitore.

05/07/13

Post cinico

E chi se ne frega se non mi legge nessuno, se nessuno mi segue sui social network. Io scrivo per me, non per gli altri. Scrivo perché non mi drogo, non vado a puttane né ho il vizio del gioco. Scrivo per uscire dalla monotonia di questa vita piatta, per evadere dalla galera che mi sono costruito addosso.
Che cos'è che non va? Lo capirete quando una mattina vi sveglierete con 50 anni sulle spalle senza più alcun traguardo da raggiungere, con il cassetto pieno di ricordi ingialliti e la certezza di avere sprecato tutto il talento che madre natura vi aveva dato.
Ma poi quale talento. Ciascuno di noi crede di essere più intelligente degli altri, più anticonformista ed interessante. In realtà siamo delle pecore che camminano ben inserite nel gregge. Pecore che cercano l'omologazione nel vestire, nel pensare e nell'agire.
Siamo originalissimi tutte le volte che andiamo in vacanza perché ci vanno i vicini di casa. Tutte le volte che andiamo a mangiare il tiramisù da Pompi perché lo abbiamo letto su Facebook. Pensiamo di essere unici ed insostituibili. Spesso persino eterni. Ed invece siamo meno di un granello di sabbia, contiamo meno del pioppo piantato ai bordi della strada: almeno quello produce ossigeno, noi solo vanità.
Certo, alcuni la storia l'hanno scritta, con gesti eroici, con opere di ingegno e di intelletto. Ma quanti sono stati se confrontati ai miliardi di esseri umani che sono transitati nel nostro pianeta da quando le scimmie sono scese dagli alberi ed hanno cominciato a deambulare in posizione eretta? Meno dell'uno per mille, a volere essere ottimisti.
Comunque ho definitivamente capito una storia: a me la gente non piace. E credo che la cosa sia reciproca. Spesso la trovo irritante, volgare, superficiale, ignorante e parassita. Tutte qualità che, in varia quantità, debbo possedere anche io. Però indossati da altri trovo questi difetti insopportabili.
Ad esempio io sono un egoista cosmico, eppure non sopporto la gente egoista. Non sono incline a buttar via il denaro ed odio i taccagni con tutte le mie forze. Sono anni che non leggo un libro ma colgo negli altri un'ignoranza fastidiosa ed abissale. Sono pigro da fare schifo e quando incontro un mio simile vorrei mettergli le mani addosso. Mi lamento in continuazione ma non sopporto le lagnanze altrui.
Forse non sopporto la gente perché somiglia troppo a me ed è notorio quanto io mi detesti. Quindi stasera niente autoanalisi, niente psicologia da Frate Indovino: solo un post cinico e velenoso che spero mi accompagni velocemente a fare in culo.

P.S.: dimenticavo. Io odio le persone scurrili.

04/06/13

Per il suo sorriso

In questi giorni schifosi, almeno dal punto di vista professionale, una cosa mi rende estremamente felice. Andrea sta bene. Non intendo fisicamente: mio fratello è un toro che nemmeno la broncopolmonite è riuscito a minare. In questi giorni Andrea sta bene psichicamente. E' sempre sorridente, interagisce con gli altri, persino con argomentazioni che hanno un minimo di complessità. Mi racconta quello che ha visto in TV, un abbozzo della trama di "Beautiful". Sghignazza davanti alle gaffes di "Paperissima" e segue assiduamente RadioCapitalTV, che passa in rotazione continua la musica degli anni 80, di quando era bambino, anche anagraficamente.Perché Andrea ama la musica sopra ogni cosa. Suona la chitarra ad orecchio senza mai sbagliare un accordo. Però non sa allacciarsi le scarpe e se gli chiedete quanto fa due più due vi guarda come se gli aveste parlato in arabo.
Ma va bene così: lui mi sorride, mi abbraccia, mi parla. Ed io sono felice. Immensamente felice. Questa felicità me la porto appresso come un viandante col suo bagaglio. E la tiro fuori in questi giorni bui e maledetti. Giorni di lavoro matto ed insensato. Di umiliazioni. Di sentirsi trattato poco meno di un numero e dover andare, col cappello in mano, ad elemosinare informazioni come l'ultimo dei garzoni di bottega, dopo 25 anni di lavoro.
Ecco, sopporto tutto questo grazie a mio fratello, ed ora capite perché sono io ad aver bisogno di lui e non il viceversa. E domani, quando sarò costretto a stare in una stanza dove non vorrei essere, a fare cose che non so fare e a parlare con chi non so nemmeno chi sia, penserò a lui che mi sorride e che mi racconta delle nuvole che arrivano da ovest e che porteranno la pioggia. E dei rintocchi delle campane del paese che scandiscono le sue giornate.
Stringerò i denti, fratello mio, per poter arrivare, anche stremato, ad una pensione dignitosa, che possa assicurarti un futuro sereno, per quanto possibile. E anche se dovrò strisciare e soffrire adesso so che ne vale la pena. Ora so perché sono stato messo al mondo.

01/06/13

Lettera a Zia Cicci. 31 maggio 2013

Cara zia Cicci,
volevo scriverti la consueta lettera di saluto, come faccio tutti gli anni ogni 31 maggio, giorno in cui ci hai lasciato, 42 anni fa. Ma sono molto stanco e preoccupato, per cui mi perdonerai se, almeno per ora, mi limiterò a poche righe. Sono preoccupato per il mio futuro lavorativo, cara zia, perché nell'azienda dove lavoro non si fa altro che parlare di licenziamenti e mobilità. E si vive in una atmosfera di cupa precarietà che mi abbatte l'umore e la volontà. Sono stanco, zia Cicci mia, di questa insicurezza, di essere sballottato da un progetto ad un altro senza una minima continuità professionale, come se fossi un computer che può essere facilmente azzerato e riprogrammato in pochi minuti. Avrei voglia di un po' di tranquillità, almeno nell'ambito lavorativo, visto che purtroppo in quello familiare i problemi non mancano.
Saranno giorni difficili per me quelli che sono da venire. Giorni in cui dovrò districarmi per capire materie ostiche, in un ambiente ostile, e senza avere il tempo necessario per imparare. Avrò bisogno di tutto il mio intelletto e di tutta la serenità possibile. Fa che almeno possa avere un po' di tregua in ambito familiare, che Andrea, mamma e papà e Patrizia stiano in salute. Ho bisogno di un po di conforto, di un approdo in cui riposarmi ed avere consolazione. Se continuerò a sommare preoccupazioni su preoccupazioni non potrò andare molto lontano, non potrò essere il punto di riferimento che le circostanze hanno voluto che diventassi.
Anche il più forte degli uomini ha necessità di avere un po' di riposo ed io non sono affatto un uomo forte, questo lo sai bene. Sai che sono fatto delle tue stesse paure e delle tue stesse insicurezze, chi meglio di te può capire.
Io mi rivolgo a te, zia Cicci, pure con la assoluta convinzione che tu non possa ascoltarmi, ma al contempo ti imploro di intercedere sul fato, sul destino o su qualunque cosa regoli le vite terrestri.
Aiutami a trovare la forza che non ho, la volontà che ho smarrito, in nome di quell'amore che mi hai regalato in vita e che non può essere andato perduto. E, se proprio non puoi fare nulla per me, proteggi almeno i miei cari: solo così le mie sofferenze interiori potranno essere maggiormente sopportabili.
Ma, indipendentemente da ciò che avverrà, io ti vorrò sempre tanto bene. E, poiché non ho avuto la fortuna di potertelo dire quando eri in vita, continuerò a scriverlo tutti gli anni, su un blog o su un foglio di carta. Ogni 31 maggio, finché avrò respiro e finché avrò ricordo di te. Il tuo devotissimo nipote.
                                                                                                                               Stefano

P.S.: Cara zia, mi sono ricordato che amavi da morire questa canzone. Te la voglio regalare, cantata da Frank Sinatra. "Ebb Tide (Come il mare)"
















27/05/13

I tiranni e gli indifferenti

Faccio alcune doverose premesse. Le consultazioni elettorali amministrative hanno una diversa valenza rispetto a quelle politiche. Quando si tratta di eleggere un sindaco di un comune, o un presidente di una provincia o di una regione si innescano dei meccanismi familistici e clientelari che hanno meno peso nelle elezioni parlamentari. Spesso viene votato il candidato amico dell'amico, il "mezzo parente", il compagno d'infanzia: l'ideologia si annacqua e le appartenenze ai partiti si allentano.
Quindi paragonare i risultati delle votazioni politiche con quelle amministrative è un'operazione sbagliata dal punto di vista sociologico, politico e statistico.
Detto questo, va oggettivamente ammesso che i risultati del M5S sono stati al di sotto delle aspettative di noi simpatizzanti e degli attivisti. In nessun ballottaggio troviamo i candidati "grillini", superati ovunque da quelli di centro destra e centro sinistra. Ma non c'è stato uno spostamento di voti dal movimento agli altri partiti. I voti che potenzialmente potevano ingrossare le fila del movimento a 5 stelle sono spariti nell'oblio dell'astensionismo.
I dati sono allarmanti: praticamente è andata a votare soltanto la metà degli aventi diritto, con punte da record a Roma, ove la vicinanza del parlamento deve aver intensificato questa fuga di massa.
La possibilità di non andare a votare è un diritto previsto dalla nostra legislazione. Tuttavia mi chiedo come si possa sperare di cambiare il mondo, o se non altro la politica, se non si va nella cabina elettorale ad esprimere la propria preferenza. Capisco come sia difficile ormai identificarsi con i partiti attuali e, soprattutto, con i dirigenti politici di questo paese. Ma se smettiamo di andare a votare non solo non facciamo alcun dispetto a costoro, anzi ne rafforziamo l'indipendenza e l'arroganza. Se lasciamo che i partiti continuino a votarsi da soli faremo della democrazia un inutile e squallido teatrino. In fondo, come diceva Giorgio Gaber, la democrazia è partecipazione. Se non c'è l'una non può esistere l'altra.
Lamentarsi su Twitter e Facebook potrà mettere a posto le vostre coscienze ma non vi aiuterà certamente a trovare lavoro o a dare un futuro migliore ai vostri figli: mettetevi in gioco, entrate nelle segreterie locali dei partiti e battete i pugni sul tavolo. Oppure fatene di nuovi, possibilmente migliori di quelli che oggi sono in parlamento.
E ricordate che non sono i violenti a far nascere le dittature. Sono sempre gli indifferenti a spalancare le porte alle tirannie.

21/05/13

Abbiamo un Blog

Ho volutamente aspettato alcune ore prima di commentare le note vicende che hanno visto come protagonisti Milena Gabanelli ed il M5S. Per fare sbollire la rabbia e per evitare di scrivere cose che non penso sulla giornalista di "Report".
Sciolgo subito i dubbi: Milena Gabanelli ha fatto bene a chiedere la destinazione dei proventi derivanti dalla pubblicità inserita nel blog di Beppe Grillo. Ha fatto solamente il suo mestiere di giornalista, ossia quello di chiedere, di porre domande. E questa è un'attività di cui non siamo assolutamente abituati in Italia, paese in cui le interviste vengono concordate con gli intervistati, che si scelgono gli argomenti, con la complicità di giornalisti scodinzolanti e a libro paga.
E male hanno fatto i simpatizzanti del M5S ad insultare la Gabanelli. Se dopo tutti questi anni l'unica cosa che si riesce a dire del movimento dei "grillini" è che hanno un blog con inserzioni pubblicitarie, quando Renzi va alle riunioni segrete con i portatori di soldi nei paradisi fiscali, è evidentemente un buon segnale.
Bastava fare quello che ha fatto il duo Grillo-Casaleggio il giorno dopo la trasmissione: dichiarare che la pubblicità sul sito è interamente reinvestita sul sito stesso che, forse non tutti sanno, ha bisogno di costi per essere mantenuto in vita. E che tale liquidità è indipendente da quella a disposizione del Movimento 5 Stelle, che si auto finanzia totalmente.
Io avrei fatto anche di più: avrei reso pubblico il gettito pubblicitario del blog ed i libri contabili della Casaleggio S.p.A. a suffragare quanto affermato.
Sono invece altre le cose che mi hanno fatto riflettere. Il programma "Report" viene trasmesso su RAI3 la domenica sera in concomitanza con i posticipi delle partite di serie A, allo scopo di dargli la minore visibilità possibile. Ed in generale c'è l'ordine tassativo, il lunedì mattina e in tutte le redazioni giornalistiche del salotto più o meno buono (CorSera, Repubblica, Libero, La Stampa, etc.), di tacere sulle inchieste proposte dalla Gabanelli e dal suo staff. "Report" è una trasmissione che da fastidio a molti, a destra come a sinistra: bisogna minimizzare, attutire.
Stranamente i 20 minuti dedicati da "Report" al Movimento 5 Stelle hanno avuto invece un impatto mediatico clamoroso. Mai la trasmissione della Gabanelli ha avuto gli onori delle prime pagine dei giornali e dei telegiornali come in questa settimana. Hanno provato a far credere che lo scandalo di tutti gli scandali in Italia è un Blog e le sue inserzioni pubblicitarie. Avrei voluto leggere e sentire, con la stessa veemenza, i commenti sulle puntate dedicate alla MPS, o ai capitani coraggiosi che hanno distrutto l'Alitalia, o alle scalate della Unipol ("Abbiamo una banca" di fassiniana memoria). Per non parlare delle puntate in cui la Gabanelli si è soffermata sui paradisi fiscali, sui condoni edilizi tanto cari al PDL, sulle infiltrazioni mafiose nel nord Italia.
In quei giorni ci hanno rincoglionito con lo spread e la Merkel, con la spending review e l'IMU, con la riforma della giustizia e le finte primarie. Armi di distrazione di massa e di distruzione del paese.
Tutto questo non accade a caso, ricordo che siamo a pochi giorni dall'elezione del sindaco di Roma e mai come in questa tornata i candidati del centro-destra e del centro-sinistra sono stati debolissimi, seppure con motivazioni diverse. C'è il rischio concreto che Roma cada nelle mani del M5S e questo, per la casta dei ladroni che ci ha governato in questi ultimi 20 anni, è evidentemente intollerabile e pericoloso. Qualcuno potrebbe finire in galera e trascinarsi dietro tutto il partito, visto la risonanza politica e mediatica che hanno le elezioni amministrative della capitale.
Voglio sperare che gli unici 20 minuti dedicati dalla Gabanelli al M5S siano solo per pura coincidenza limitrofi alla elezione del sindaco di Roma. Mi dispiacerebbe molto venire a sapere che anche una ottima giornalista non abbia la libertà di scegliere i propri palinsesti ma gli vengano suggeriti, diciamo così, dall'azionista di riferimento, come il peggiore dei discepoli di Bruno Vespa.
Sarebbe un duro colpo per il giornalismo italiano già così tremendamente minato nella sua credibilità e dignità.

20/05/13

Siate liberi

Sì, sono incazzato. E ce l'ho con voi. In questi momenti di crisi assoluta, politica, etica ed economica, in questi momenti dove tutte le antiche certezze vanno sgretolandosi assieme ad un mondo ormai finito voi continuate a votare PD o PDL o SEL?
Ma come fate a non capire che sono dei feticci, degli ologrammi creati ad arte per farci credere di essere in una democrazia. Ed invece siamo soggiogati irreversibilmente da poteri occulti, che li manovrano, che ne decidono la nascita e la morte.
In una democrazia compiuta i politici ed i partiti sono diretta espressione della volontà popolare. Vengono scelti da chi li vota e non imposti da chi è a capo di un partito ormai per volere divino. Eppure voi, testardi ed ottusi, continuate a votarli. Oppure, peggio ancora, continuate a non votare, lasciando carta bianca alle mafie ed ai potentati.
Cosa vi lega se non il servilismo a queste associazioni ormai prive di qualunque significato e che insozzano il ricordo di chi ha dato la vita affinché fossero create? Ma pensate che Gramsci o Berlinguer sarebbero fieri di Enrico Letta, di Bertinotti ed i suoi pullover di cachemere? O di SEL che, al massimo della sua indipendenza, si sente rappresentata da Prodi e non da Rodotà come Presidente della Repubblica?
Io non pensavo che il mio paese fosse così ancestralmente conservatore. Pensavo che almeno, di fronte all'abisso che ci aspetta i prossimi mesi, le persone si svegliassero dal torpore. E invece niente. Solamente insulti al Movimento 5 Stelle, colpevole di volere abolire il finanziamento pubblico ai partiti ed ai giornali. Ossia la fonte maggiore di sostentamento della classe dirigente più inetta e parassitaria degli ultimi sessant'anni. Ed evidentemente è tanta, troppa la gente che invece di lavorare e mantenersi, si abbevera dal latte munto dalle tasse che in pochi ormai paghiamo.
Sono incazzato, ma soprattutto avvilito e deluso. Se anche davanti allo schifo che siamo costretti a sopportare tanta gente china il capo e obbedisce agli ordini, o ficca la testa dentro la sabbia vuol dire che non c'è speranza per il nostro paese.
Ma almeno voi, ragazzi che non riuscite a trovare lavoro, ribellatevi. Mobilitatevi. Non è più tempo di discutere, di dialogare con chi vi ha tolto tutto, anche il piacere di sognare. Abbiate il coraggio di non morire, di non mendicare. Cosa avete da perdere se nulla hanno da offrirvi?
E se qualcuno vi dirà che non siete democratici, o che siete populisti, sputategli in faccia. Di sicuro è qualcuno con un conto corrente pieno di zeri nella parte a destra. E quei soldi li ha rubati a voi.
Se non volete farlo per il vostro paese fatelo per voi stessi. Non vi meritate il destino che per voi hanno deciso le banche ed i loro servi. Siate liberi, voi che potete.

03/05/13

Cofferati e l'egoismo

Ieri mi è toccato assistere ad una puntata di Servizio Pubblico, sul canale La7, che mi ha illuminato molto. In particolare mi è stato molto utile l'intervento dell'ex sindacalista, nonché ex sindaco di Bologna, Sergio Cofferati.
Il "cinese", così veniva chiamato ai tempi della sua militanza alla CGIL, ha esordito affermando che chi si uccide lo fa come estremo atto di egoismo, liquidando con parole pesanti come pietre il complesso e drammatico mondo di chi decide di togliersi la vita, quasi sempre spinto da crisi depressive gravi e mal diagnosticate.
La "sparata" di Cofferati, peraltro non stigmatizzata da alcuno se non dal disoccupato che da diverse settimane viene invitato alla trasmissione, è l'esempio palese della crisi della politica nel nostro paese. La politica non da più segni di credibilità, a destra come a sinistra, non soltanto perché la maggior parte dei suoi protagonisti sono caduti, a vario titolo, tra le maglie della giustizia penale e civile. La politica muore quando chi ne fa parte mostra di non essere più in grado di capire il disagio altrui, ma si arroga il diritto di giudicarlo con atteggiamento falsamente pedagogico e sinceramente arrogante.
Desidererei ricordare a Cofferati che la stragrande maggioranza dei morti per suicidio, quasi tutti affetti da forme depressive gravissime, non lo fanno per danneggiare le persone a loro vicine. Il depresso si considera, ingiustamente e per colpa della malattia, come un peso per la società, per i propri familiari e per gli amici. E per eliminare questa sensazione di fastidio che ritiene di dare alle persone che più ama toglie il disturbo. Altro che egoismo.
Ci si uccide per i sensi di colpa, signor Cofferati, e dare degli egoisti a persone che hanno il suicidio in testa da mesi e mesi vuol dire caricarli di un ennesimo ed ingiusto fardello che la malattia non gli consente di sopportare. Signor Cofferati, ieri sera lei ha fornito a questi poveri disperati una pallottola in più, ed un motivo in più per adoperare quell'arma virtuale che è pronta dentro i cassetti della depressione.
Mi auguro che Santoro, nelle sue prossime puntate inviti chi meglio di me possa spiegare cosa sia la depressione e quali sono i meccanismi che portano spesso al più drammatico degli eventi. Altrimenti non potrebbe più fregiare la sua trasmissione del titolo di Servizio Pubblico. E soprattutto spero che chi ha udito le parole di Sergio Cofferati se le ricordi quando andrà in cabina elettorale. 
Se non sarà più eletto spero che avrà maggior tempo libero per riflettere sulla enorme e dannosa fesseria che ha profferito ieri sera. E chissà, tra le fessure strette dei suoi occhi, potrà entrare un minimo di vergogna e di rimorso.

27/04/13

La sindrome di Stoccolma

Ci sono diverse cose che mi fanno male in questo periodo. La santa alleanza, sancita con la benedizione di Re Giorgio I (Napolitano) e che ha partorito Enrico Letta come Presidente del Consiglio, mi preoccupa molto. E' stato affidato il destino del nostro paese ad una intera classe politica di provata inettitudine, con una forte propensione alla disonestà, alla menzogna ed alla mistificazione.
Né potremmo sperare nell'aiuto dei cosiddetti tecnici, visto i risultati conseguiti dalla succursale "bocconiana" presieduta dal professor Monti. In Italia le carriere universitarie sono appannaggio esclusivo dei più raccomandati, le cattedre ormai si tramandano da padre in figlio: per questo è impossibile trovare un vero addetto ai lavori in qualunque campo dello scibile umano.
Viste tali premesse è difficile immaginare che il governo Letta possa tirare fuori il nostro paese dal guano in cui è immerso fino al collo e forse anche più su. Forse riuscirà soltanto a varare una nuova legge elettorale, cervellotica e bizantina, che ci farà rimpiangere persino il "Porcellum" di Calderoli e che lascerà l'Italia nel caos politico più totale.
Eppure non è questo che più mi arrovella l'anima. Mai ho assistito ad una campagna denigratoria dalle dimensioni colossali come quella che è stata messa in atto contro il Movimento a Cinque Stelle.
Per anni abbiamo dovuto sopportare l'insopportabile in nome di un malinteso "politically correct" che in realtà è servito solamente a consolidare l'inciucio che è venuto alla luce del sole in queste ultime settimane. Abbiamo sopportato leghisti bruciare bandiere italiane, premier corrompere giornalisti inglesi per fargli dichiarare il falso davanti ai giudici italiani, politici proprietari di case a loro insaputa, tesorieri di partito intascare i soldi del finanziamento pubblico. 
Ma quando, improvvisamente ed inaspettatamente, il M5S è diventato il primo partito italiano, perché l'unico in grado di intercettare il malessere diffuso che serpeggia tra la gente reale, è scoppiata la terza guerra mondiale. Non c'è un giornale che non getti metri cubi di fango sul movimento e su Beppe Grillo. Se venisse un marziano a Roma e leggesse i giornali, o guardasse gli omologatissimi telegiornali di stato e non, avrebbe la certezza che le colpe di tutti i mali che infestano il nostro paese siano da addebitarsi al comico genovese.
Tutto questo è accaduto perché la stragrande maggioranza dei giornalisti italiani è in libro paga del partito di riferimento. Molte firme illustri della carta stampata, senza il finanziamento pubblico dei giornali e le regalie del politico di turno, dovrebbero iniziare a trovarsi un lavoro vero. Né potrebbero più godere di un tenore di vita che nemmeno gli scopritori dello scandalo Watergate poterono mai permettersi.
Ma non è nemmeno questo che mi preoccupa di più: sono le considerazioni della gente comune che mi tolgono il sonno. Sono, anzi, siamo stati sodomizzati da venti anni di governo Berlusconi eppure nei social network, in treno ed in ufficio sento tracimare la merda più nauseante. E questo perché più o meno tutti dobbiamo qualcosa a qualcuno. Tutti, inconfessabilmente abbiamo una tessera di partito nascosta che abbiamo preso per un piatto di lenticchie. Perché questa è stata la forza corruttrice del "sistema": convincerci che i nostri diritti siano elargizioni da elemosinare. 
E poi c'è la paura: ci hanno fatto credere che questa sia la migliore democrazia possibile fin dai banchi di scuola, nelle trasmissioni televisive, negli articoli dei giornali e persino nei libri. Ci hanno fatto il lavaggio del cervello facendoci credere che il PIL è l'unico indicatore del benessere umano, che le banche vanno salvate sempre e comunque, anche se lasciano milioni di poveri in mezzo alla strada.
E voi avete paura di lasciare tutto questo così come il prigioniero ha paura di abbandonare il proprio aguzzino, oppresso dalla sindrome di Stoccolma.
Ma il tempo è scaduto. Questa non è una crisi di una azienda o di un solo paese. E' la fine di un sistema socio-economico basato esclusivamente sulle rendite finanziare. Tutte le balle in cui oggi fate finta di credere, per ignoranza o per tacitare la vostra coscienza, stanno per essere spazzate via dalla storia. Per carità, continuate a parlar male di Grillo e del M5S, continuate a sventolare i vostri vessilli e le vostre tessere, simulacri di un mondo ingiusto e moribondo che inghiottirà anche voi.

24/03/13

Schuhputzen

E' da gennaio che sono senza lavoro. Intendiamoci, non sono stato licenziato. Solo che mi aggiro in ufficio nella speranza di un nuovo progetto o di un nuovo cliente. Che continua a non arrivare, almeno per me.
Sì qualche progetto interno me lo hanno proposto, ma è solo "fuffa". Io sono un professionista e l'idea di passare le giornate su un foglio Excel od un diagramma di Gantt che non guarderà mai nessuno non mi attira per niente.
Certo, all'estero ci sono diverse opportunità, ma io non posso permettermi di abbandonare Andrea, ne sinceramente lo voglio. Quindi non mi resta che aspettare tempi migliori, che francamente non riesco proprio ad immaginare. No, non è la depressione che mi fa parlare. E' pura e semplice constatazione della realtà: l'economia italiana è ferma, nessuno fa più investimenti, specialmente nel ramo informatico.
E l'incertezza politica non aiuta certamente chi come me segue clienti appartenenti al settore pubblico. Prima di prendere decisioni si debbono formare le cordate politiche vincenti. Ma, senza un vincente nessuno si assume la responsabilità di aggiudicare una gara di appalto.
Poi c'è la meravigliosa politica dei tagli voluta dal governo Monti che, se forse ci ha salvato dall'abisso della bancarotta, ci ha fatto morire di inedia. Tra patti di stabilità e spending review non circola più nemmeno un euro. Insomma il giocattolo si è rotto ed i cocci franano sopra i lavoratori. Come sempre.
Nel frattempo cerco di mantenere un parvenza di lucidità: evito il mio capo (e lui evita me), allungo le pause caffè a dismisura, prendo giorni di ferie per poi essere pronto a fatturare non appena riparte il mercato. In realtà mi sono incancrenito, non so più in che direzione far puntare la precaria zattera della mia carriera. E sto con l'ansia di possibili pesanti ristrutturazioni, di cui si vocifera da mesi e che mi troverebbero nella sgradita posizione d'essere solo un centro di costo.
Bello vero? Dopo anni di studio, di sacrifici miei e della mia famiglia, mi trovo senza alcuna certezza nel futuro lavorativo ed economico con una stanchezza mentale addosso tale da entrare in letargo per almeno cinque o sei anni. Lo so, dovrei combattere. Ma ad armi pari. Come posso competere con un programmatore rumeno, o cinese, oppure indiano che costano dieci volte in meno di me e sono bravi almeno quanto me?
Poi guardo il mio vicino, poliziotto, raccomandato di ferro. Va ad imboscarsi in caserma il sabato sera e torna a casa la domenica pomeriggio. Ovviamente gli altri giorni della settimana li passa a casa. E a fine mese prende all'incirca quanto me. Se mi guardo intorno troppi ne vedo di parassiti entrati in qualche ente pubblico o parastatale perché portatori sani di tessera di partito. E penso che in fondo Berlusconi non ha fatto niente di originale. Ha solo copiato, in grande, i vizi e le paraculate del popolo italiano.
Per questo mi sono convinto che difficilmente usciremo dalla crisi. Son troppe le caste che ammorbano il nostro paese e troppo radicate ai loro piccoli e grandi privilegi affinché qualcosa cambi davvero. 
Un giorno apriremo la televisione e sentiremo, a reti unificate, uno speaker fare un annuncio, prima in tedesco e poi in italiano. Dirà che l'Italia è fallita e che gli ultimi governanti della grossa coalizione di sinistra-centro-destra sono scappati tutti alle isole Vergini (su idea di Berlusconi). E che la Germania, per impedire il crollo dell'Euro ed il conseguente default di tutti gli altri paesi europei, ha deciso di annettersi l'Italia tranne la Valle d'Aosta, che andrà in amministrazione francese.
Nel nostro paese verranno stampate le DE-Lire alla parità di 0,000001 centesimi di Euro ed il regista Muccino inizierà una fase neorealista col suo nuovo film "Schuhputzen", storia di un povero sistemista ridotto sul lastrico e costretto a fare il lustrascarpe.

25/02/13

Il gioco del destino

Quando sei depresso basta pochissimo per farti sprofondare nella crisi più nera. Ad esempio oggi mi è capitata una cosa di per se non grave: dopo la votazione al seggio una signora si è presa la mia cartella elettorale per errore. Una stupidaggine, direte voi, e lo dico anche io. Ma cosa succede ad un vaso colmo d'acqua se provate ad aggiungere una goccia? Trabocca, ed io sono traboccato.
Sarà perché mio fratello non sta bene, sarà che sono due mesi che non riesco a trovare uno straccio di cliente su cui andare a lavorare, sarà che è dal 2002 che cercano di indurmi al licenziamento offrendomi quattro denari, sarà che ho visto mio zio morto in terra come un sacco della spazzatura: ma io, francamente, non ne posso proprio più.
Ho preso 20 gocce di EN perché sentivo l'ansia e l'ira crescere dalle viscere, con crampi assurdi e conati di vomito. Ma ormai questi farmaci non mi fanno più niente. Mi appannano solo lo sguardo, bloccano la mia espressione in una sembianza catatonica. Ma il dolore, quello vero, quello che brucia dentro e ti fa scoppiare le vene nel cervello è ancora intatto nella sua maestosa malvagità.
Forse sono troppo vile per reggere il passo di questo mondo, mi mancano le forze per correre alla velocità di rotazione di questo pianeta che mi ospita ormai da 52 anni e che continuo a non capire.
Chissà, se il destino fosse stato maggiormente benevolo con me, se si fosse meno accanito con la salute dei miei cari forse adesso mi starei lamentando per qualcos'altro. O forse no, e comunque non mi consola affatto avere degli alibi validi per potere stare male. E quando vedo voi, giovani e belli, sicuri di voi stessi, liberi di affrontare la vita come meglio vi pare, vi invidio profondamente. Avete la forza per costruire il vostro domani, per rendere solide le vostre utopie, per piangere e ridere, insomma per vivere nel senso più pieno e meraviglioso della parola.
Perché non è vero che chi prende gli schiaffi dalla vita poi automaticamente la odia. Anzi non avete idea di cosa darei per potermi calare nella vostra esistenza per un solo giorno e respirare l'aria pura e fresca della vostra serenità. Vorrei tanto avere un fratello normale e non un bambino di 42 anni che ancora trema e si irrigidisce perché non in grado di gestire le emozioni. Vorrei tanto avere un lavoro normale dove non ti senti minacciato ogni giorno che metti piede in ufficio. Un lavoro in cui non ti fanno sentire vecchio perché hai 52 anni e non ti trattano come un centro di costo da sopportare.
Vorrei tanto poter bere un bicchiere di acqua fresca e limpida, per dissetare l'arsura provocata dalle cicatrici di ferite inferte da una vita troppo dura per le mie modeste capacità. Vorrei chiudere gli occhi e dimenticare, tutto e per sempre. Ma da solo non ci riesco. Non ancora. Lascerò giocare questa mano al destino, tanto con me vince sempre lui. Ma il destino non sa che stavolta farà il mio gioco.

20/02/13

L'uomo senza passioni

Io non invidio nessuno. C'è del bene e del male in ognuno di noi, e la fortuna, così come arriva, fa presto ad andar via. Però nutro una grande ammirazione per le persone entusiaste. Quelle piene di passioni, che nelle difficoltà vedono soltanto una sfida piena di opportunità. Ammiro quelli che continuano a lavorare con dedizione anche quando vengono maltrattati dal datore di lavoro; quelli che militano in un partito pieno di gente marcia, ma che continuano a fare volantinaggio; quelli che non sono mai stanchi, che fanno una valigia e partono senza pensarci due volte. Senza nemmeno prenotare un albergo. Ammiro quelli che, privi di qualunque prospettiva economica, mettono su famiglia e fanno i figli, perché così funziona l'umanità.
Li ammiro ed al mio confronto appaiono dei giganti. Perché io non so nemmeno cosa significhi la parola entusiasmo. Vivo nella costante consapevolezza dell'inutilità di quello che intraprendo, che sia il lavoro o lo scrivere su un blog. Non mi appassiono, mi circondo un un sarcastico cinismo distruttivo così come i castelli medievali si circondavano di profondi fossati pieni di acqua. Solo che io non ho ancora trovato il mio ponte levatoio. E' terribile vivere senza passioni, è una malattia invalidante: non si ama, al massimo ci si affeziona alle persone che ci vivono accanto. E non si va oltre ad un tenue sentimento di gratitudine. E' come vivere al rallentatore, in una bolla di sapone, mentre tutti gli altri corrono e vivono al di fuori di essa. No non credo che c'entri nulla la depressione: io sono sempre stato così, fin da quando ho i miei primi ricordi, incapace di amare gli altri. Ma anche me stesso.
Però almeno sono onesto, non millanto qualità che non ho. Tuttavia questa atonia emotiva mi sta inghiottendo come un buco nero, senza via di uscita.
Forse dovrei riposare adesso e non pensare a questo lato oscuro del mio carattere, ma non amo dormire, così come non amo stare sveglio. E' la perenne condanna dell'uomo senza passioni, che vive senza un perché, continuando a chiedersi perché.

12/02/13

Scrivere è un'altra cosa.

Nei film, specialmente in quelli americani, in cui arrivano i buoni e sistemano tutti i guai, avrei le idee ben chiare su cosa dovrei fare.
Lascerei il lavoro e le sue precarietà quotidiane, che lentamente stanno avvelenando la mia mente ed il mio fisico. E comincerei a scrivere, a cinquantadue anni.
Perché nei film di Frank Capra il mestiere dello scrittore è una cosa facilissima. Basta avere un blog, scrivere qualche migliaio di "twit" ed avere centinaia di amici su Facebook. Poi ci sarebbero un mucchio di editori in attesa di leggere le mie fandonie, ed estasiati pubblicarle come se fossi un novello John Fante. Ovviamente sarei il caso letterario del secolo, venderei milioni di copie in svariate lingue. Diventerei ricchissimo. The End.
Peccato che abbia una famiglia da mantenere ed un mutuo ventennale che sinistro pende sulla mia testa come una spada di Damocle. Forse questa scelta avrei dovuto farla trent'anni fa, avrei dovuto dare ascolto alle preghiere della mia cara professoressa di Lettere del liceo, Eleonora Rossi Molinaro, cui è dedicato questo misero blog e più in generale tutta la mia devozione.
A vent'anni si possono fare scelte scellerate, avvolte nella nebbia ed impervie come mulattiere carsiche. A vent'anni si prende il mondo tra le mani e lo si solleva senza nemmeno bisogno di una leva. A vent'anni si ha il dovere di inseguire i propri sogni e le proprie utopie, perché sono queste cose che danno un senso alla vita, che la riempiono di emozione e sentimento.
A vent'anni ne dimostravo cento. Ero convinto che la realizzazione passasse attraverso una bella macchina, dei vestiti alla moda ed i locali più eleganti. Per questo ho sopito i miei desideri più veri, ho scalato montagne che non erano mie, ho seguito un onda di cui ignoravo la provenienza.
E oggi, naufrago dei miei sogni, scopro di voler essere ventenne, ora che di anni ne ha davvero cento.
E poi cosa dovrei mai scrivere. Cosa si può scrivere se non si è mai visto nulla, se tutto l'universo che conosco è racchiuso in me stesso. Parlare di me è parlare di niente: sono uno dei tanti esseri insignificanti, che credevano di essere integrati in una società ed invece non lo sono affatto. Ce ne saranno milioni fuori delle mura di casa mia che potrebbero raccontare storie di ordinaria frustrazione cui quotidianamente si sottopongono con disperata rassegnazione. Di uomini senza vita ne è piena la terra.
Gli scrittori hanno un'altra tempra. Hanno vissuto storie disperate, magari drammatiche. E se non le hanno vissute hanno voluto conoscerle da vicino, guardandole da dentro, assorbendone i virus che tramutano un fatto in una storia di vita. Se ne sono riempiti l'animo ed attraverso la penna e la tastiera di un computer hanno travasato il tumulto dei sentimenti in frasi. Che diventano paragrafi. E poi capitoli. Ed infine libri.
Cosa posso raccontare del mondo io che conduco una vita da impiegato, che litigo con qualcuno che mi sorpassa male quando sono in auto. Che il sabato vado al centro commerciale e la domenica compro i mignon in pasticceria. Che parlo male del governo, di tutti i governi. E che mi incazzo con i vicini quando fanno rumore.
Ecco perché a cinquantadue anni continuerò col mio triste lavoro impiegatizio e non inizierò a scrivere alcunché. E il mio blog finirà nel dimenticatoio, zippato in qualche unità di memoria esterna in un oscuro server dall'altra parte del mondo.

09/02/13

Lo zio diacono. In memoria di Roberto Pozzi.

Vederlo lì, rannicchiato in terra, attraverso le finestre chiuse della sua casa, dopo ore di inutili silenzi telefonici. Ed improvviso lo schianto del vetro che si infrange, ultimo diaframma tra la speranza disperata e la disperazione della realtà.
E violare la sua intimità, le sue cose: un paio di calzini nuovi, le lettere della banca, un piatto sporco, l'oliera, una bottiglia di vino, una caraffa di caffè piena a metà.
Entro in casa in punta di piedi, quasi chiedendo permesso ad un uomo che so che non c'è più. E lui è sempre lì, ora lo vedo di fronte. E' coricato da un lato, con un braccio disteso quasi a proteggere la testa.  Il volto leggermente reclinato in avanti, con gli occhi aperti rivolti verso la porta di casa, in un disperato quanto vano tentativo di richiesta di aiuto.
No, non credo che sia caduto di botto, avrebbe avuto una posizione disarticolata: lui era quasi in posizione fetale, con le pantofole ancora calzate. Deve essersi reso conto di aver avuto un malore, ha provato ad alzarsi dalla poltrona, ma, vinto dal sonno mortale, si è adagiato in terra per dormire in eterno.
Credevo di essere più forte ed invece è stato un duro colpo, ho inveito contro il cielo in casa di chi ha fatto del cielo la propria casa. E me ne vergogno immensamente. Credevo di averle viste tutte, ed invece alle tragedie non ci si abitua mai.
Vorrei avere fede a sufficienza per dire che ha raggiunto la sua Sandrina, sua madre e suo padre. In realtà penso che sia finita l'esperienza umana di una persona cui la vita ha dato tanto ma all'improvviso ha tolto tutto.
Lui sì che era un uomo di fede, e la fede lo ha sorretto nei momenti più bui. Soprattutto lo hanno  sostenuto gli amici della confraternita religiosa, che anche in queste ore tragiche hanno dato testimonianza della loro meravigliosa amorevolezza. Ma nelle manifestazioni in cui i ricordi riaffioravano impetuosi non riusciva a trattenere il pianto, partecipando al dolore altrui condividendone il proprio.
Non era un uomo dal carattere facile, non si sottraeva alla polemica, specialmente in politica. Amava dire sempre ciò che pensava e soprattutto non amava intromissioni nella sua vita privata. Forse anche lui pensava di essere forte a sufficienza, di poter badare a se stesso senza l'aiuto di nessuno. Ma il destino non fa sconti e per quanto siano forti le tue convinzioni ti accorgi di essere un piccolo ramo, sferzato dal vento impetuoso, pronto a spezzarsi in qualunque momento.
Non amava fare complimenti in pubblico, anzi il ruolo di diacono lo aveva reso forse più severo nei confronti delle abitudini degli uomini, delle loro piccole meschinità quotidiane. Però, poche settimane prima di lasciare questo mondo, parlando con mio padre, ha detto parole molto belle nei confronti degli articoli che scrivo nel mio blog. E pochi giorni dopo ha manifestato questo apprezzamento anche a me.
Ecco, voglio immaginare che quelle sue parole benevole nei miei confronti siano il regalo di commiato che ha voluto farmi. E per questo io, commosso, voglio ricordarlo nel mio blog, insieme a tutti voi che lo avete conosciuto e che ne avete condiviso i giorni belli e quelli amari.

28/01/13

Alibi

C'è qualcosa di marcio dentro di me. E non mi riferisco alla fiatella mattutina o all'ascella pezzata dopo una giornata di massacrante pendolarismo. Sono proprio io che ho qualcosa che non va.
Ho sempre incolpato qualcuno o qualcosa per i miei fallimenti: non ho una vita sociale? La colpa è degli altri che non sono abbastanza intelligenti. Sono sempre triste e preoccupato? La colpa è dell'handicap psichico di Andrea. Non ho fatto carriera? La colpa è della mia azienda che non ha saputo capire il mio valore e di quegli squinternati dei colleghi che hanno sempre una raccomandazione di troppo.
Adesso mi rendo conto, invece, che se anche fossi circondato da docenti della Sorbona, se anche mio fratello avesse un quoziente intellettivo pari a quello di Einstein e se anche lavorassi per la NASA troverei comunque il modo di lamentarmi. E di arrendermi.
Diciamoci la verità, ammesso che vi interessi minimamente: sono un debole. I problemi della esistenza, le responsabilità e le novità mi schiantano come un aereo colpito dai proiettili della contraerei. Sono pigro e qualunque cosa faccia aumentare di un micron la mia entropia la percepisco soltanto come una solenne rottura di coglioni.
I colleghi, i parenti, gli amici, le vacanze ed il lavoro: tutto è una rottura di coglioni, senza appello. Eppure non mi mancherebbe niente per essere una persona gradevole. Ho una dignitosa cultura umanistica; sono abbastanza curioso ed attratto dalle novità tecnologiche e sociali; sono dotato di humor e del minimo sindacale di educazione e rispetto. Non ho mai votato per Berlusconi ed istintivamente sto sempre dalla parte dei più deboli e dei perdenti.
Eppure tutta questa bella roba rimane circoscritta nella roccaforte di albi che mi sono costruito e che mi rende immobile, refrattario ed isolato. So che non ve ne fregherà niente ma so starmi ampiamente sul cazzo da solo.
Ora qualche luminare potrebbe dire che questo mio immobilismo è dovuto alla battaglia che sto conducendo contro la depressione, combattimento che assorbe molte se non tutte delle mie risorse fisiche e psichiche. O forse anche questo è un nuovo alibi, l'ultimo, ove nascondermi definitivamente.
Una cosa è vera: sono un tipo complicato. E non è un bene, perché la vita è una roba semplice, va goduta finché c'è il vento in poppa e poi si mollano gli ormeggi e chi s'è visto s'è visto. La natura non è complicata: è complessa ma ha una sua armonia. La persona complicata invece è disarmonica, in contrasto con le leggi della natura e della società civile. La complicazione non esiste in natura perché è inutile e la selezione naturale ha provveduto ad estinguerla prima che lei distruggesse qualunque forma di vita. Ecco, io invece sono sopravvissuto, contro natura. Con me se la dovrebbe prendere uno come Giovanardi, non con i gay.
Bene, dopo questo ennesimo faccia a faccia notturno con me stesso posso affermare di avere esaurito anche le ultime scorte della mia autostima. Rimarrò qui, seduto sul divano a guardare il soffitto ancora per un po'. In attesa di tempi migliori di cui ovviamente non me ne accorgerò.

19/01/13

Magari

Ho sognato Andrea la notte scorsa. Io che non ricordo mai i miei sogni l'ho visto distintamente. E mi parlava, normalmente, come fanno tutti i fratelli di questo mondo maledetto. O quasi. E' stato solo un frammento, non avrei dovuto averne memoria, che certi sogni è meglio non ricordarli. Altrimenti al risveglio vorresti strapparti il cuore dal petto, per non sentire più il dolore. Forse è solo per istinto di conservazione che non ricordo i miei sogni. Ma è stato così bello sentir uscire dalle sue labbra il suono compiuto di una frase adulta.
E pensare che in certe famiglie i fratelli non si parlano per anni, a causa di antichi rancori, di gelosie, per squallide questioni di soldi e di eredità. Io invece starei ore ad ascoltare Andrea, ed anche adesso lo faccio, sebbene sia costretto a sentire le manie ossessive di una mente sfortunata.
Odio scivolare nel patetico ma se potessi donare ad Andrea la metà del mio cervello bacato lo farei immediatamente. Vorrei in cambio solo metà del suo cuore, così sensibile e pieno di attenzioni per tutto il mondo.
E' meglio che adesso torni a dormire. Magari lo sogno ancora. Magari mi racconta che ha capito che gli voglio bene. Magari mi dice che mi ha perdonato per tutte le volte che aveva bisogno di me ed io non c'ero. Magari mi da il coraggio di affrontare una vita troppo grande per le mie possibilità. Magari.