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Vivere non è un mestiere

In questi giorni Andrea non sta bene. E' agitato, nervoso, salta e dimena il corpo come morso da una tarantola. Ed ogni volta che lo fa io muoio un po'. E' impressionante come si sia instaurata una sinergia totale tra me e lui e più passa il tempo e più vivo della sua vita riflessa. Se lui ride, rido anche io, se lui sta male sto male anche io. Non è facile trovare la forza di staccarsi quando si è così emotivamente coinvolti. E' un pensiero fisso, costante, una bellissima maledizione che mi impedisce di vivere una vita piena, di coltivare un qualunque interesse. Sono arrivato al punto di rifiutare di andare in vacanza perché mi sento in colpa, come se fosse una colpa non essere disabile. Ma non riesco a divertirmi sapendo che un angelo sta soffrendo da solo, in preda alle paure ed ai mostri dell'ansia. Mi sento in colpa, sì, lo ammetto. Mi sento in colpa di avere una casa, una moglie e un lavoro, mentre Andrea non ha niente. Non ha un amico con cui trascorrere ore spensierate. Non ha mai avuto una ragazza e chissà se è mai stato innamorato. Ha soltanto una compagnia, quella dei miei genitori che, ormai vecchi e stanchi, gli ricordano quotidianamente il senso di morte. E lui è terrorizzato dalla morte. Ma lo capisco. Un tempo anche io avevo una fottuta paura di morire. Ora invece mi fa più paura la vita, a dire il vero. Perché se c'è una cosa buona della depressione è che ribalta completamente il concetto di sopravvivenza: si teme la morte se si è felici, se si vive un'esistenza frutto di scelte proprie. Perché la felicità è sbagliare con la propria testa. Vivere non è un mestiere, come diceva Cesare Pavese. Vivere è spesso questione di culo, è nascere nella famiglia giusta, nel paese giusto e nell'epoca giusta. E soprattutto morire è un lusso che non tutti possono permettersi. Puoi ammazzarti se sei solo, se non hai affetti. Ma se ci sono persone che dipendono dalla tua esistenza devi aspettare che sia la vita a farti fuori, giorno dopo giorno, un salto di Andrea dopo l'altro. Però no, non chiedetemi di essere felice, di sorridere al destino avverso. Concedetemi almeno questo sollievo, di guardare la vita col disgusto di chi ha subito il peggiore dei torti. Concedetemi di odiare questo destino che imperturbabile elargisce dolori come se niente fosse. Se volete la compagnia allegra cercate altrove. Che il mio buonumore si è schiantato quel maledetto giorno in cui un'anonima insegnate di sostegno ci disse che Andrea non era normale. Quello è stato l'inizio. E la fine di tutto.

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