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Linda

Il bar puzzava di sudore e di fumo. Chiamarlo bar era fargli un complimento. Sembrava più un cesso pubblico, quelli che non ci andresti a pisciare nemmeno se ti scoppiasse la vescica. Le mura, una volta bianche, adesso erano di un colore indefinito, tendente al grigio. L'intonaco scrostato e muffa come se fosse la specialità della casa. Alcune sedie di ferro arrugginito erano sparse qua e la, senza senso ed il bancone di legno fradicio e scheggiato aveva sicuramente vissuto giorni migliori.
Due puttane stavano vicino all'entrata, vecchie e grasse, con tonnellate di rossetto sulle labbra ed acconciature improponibili. Aspettavano qualche cliente, magari un marinaio ubriaco in astinenza da fica da troppo tempo. Vicino a loro il pappone, ubriaco fradicio, dalla mattina alla sera. 
Dicono che una volta avesse  il miglior giro di prostitute della città. Andava in giro con una Cadillac bianca decappottabile con i sedili di pelle bordeaux. Poi fece l'errore di innamorarsi di una delle sue mignotte. Linda era bella, una messicana con gli occhi azzurri e due tette da capogiro. Lui perse la testa, iniziò a regalarle gioielli e ad essere geloso. Le faceva scenate come l'ultimo dei portoricani e la picchiava, forte, sulla testa. Linda cercò di scappare via, molte volte. Ma l'ultima le fu fatale. La ritrovarono col cranio fracassato, giù al porto. La polizia non ci perse troppo tempo: era una puttana, messicana e clandestina. Ma da quel giorno lui iniziò a bere, e a bere, e a bere. Gli sono rimaste solo le due vecchie baldracche. Senza clienti.

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