Questo blog è dedicato alla professoressa di letteratura italiana e latina, Loredana Rossi Molinaro, donna di grandissima cultura ed infinita umanità.

26/12/12

Letterina di Natale

Caro Babbo Natale,
ti scrivo un po' perché oggi è il 25 dicembre e quindi mi sembra il giorno più appropriato per mandarti questa missiva. E un po' perché se devo credere in qualcuno o qualcosa preferisco credere in te che da anni ti fai un culo così per portare regali ai bambini di tutto il mondo e non chiedi nulla in cambio. Non sei come quei rompicoglioni delle divinità create dalle religioni nel corso dei secoli, non inciti alle guerre, non ci dici come dobbiamo vivere e soprattutto come dobbiamo morire. Non condanni, non prometti vite future migliori lasciando all'umanità il libero arbitrio di una vita di merda. Insomma, caro Babbo Natale, ti stimo e penso di rivolgermi a te nei momenti di particolare bisogno o di sconforto.
In realtà ho un certo numero di richieste da farti, e, te lo dico subito, non sono richieste semplici, come i videogiochi o le bambole con cui sei abituato a trattare. Caro Babbo Natale io ti chiedo ufficialmente di guarire mio fratello Andrea. 
Dici che i miracoli non sono il tuo forte? Allora preferisci che io ti chieda di far vivere in salute qualche migliaio di anni mio padre e mia madre cosicché possano stare vicino ad Andrea e donargli tutto l'amore e le cure di cui ha bisogno?
Come vedi la prima richiesta è assai più fattibile, e poi non fare il modesto: se riesci ad infilarti in tutti i camini del mondo in una sola notte, guarire una persona per te sarà un gioco da ragazzi. Pensa che figurone che faresti davanti a Dio, a Maometto, Buddha e Visnu. Io già li vedo i titoli dei giornali. Il Corriere dello Sport: "Dio 0 - Babbo Natale 1". La Repubblica: "Babbo Natale vince le primarie del PD". L'Avvenire: "Il Papa abolisce la festività pagana del Natale".
Io sono confidente che tu adempirai alla mia richiesta. Da che mondo è mondo Babbo Natale ha sempre evaso le letterine che gli sono pervenute, non vorrai mica iniziare adesso e con un bambino handicappato di 42 anni? Sarebbe una pessima pubblicità.
Comunque so dove vivi e con che mezzo di trasporto ti muovi: la tua bella casetta al Polo Nord potrebbe subire qualche strano incidente ed alle tue renne potrebbero spezzarsi improvvisamente le zampette. Non ci credi? Chiediti come mai ultimamente non si vedono più in giro befane volanti con la scopa. Pensavi che fossero in sciopero? Non sottovalutare il dolore di un fratello che è talmente disperato da scrivere a Babbo Natale la notte del 25 dicembre sul suo blog. C'è gente che è sparita per molto meno.
Non voglio metterti fretta ma sarebbe gradito un tuo intervento entro il 2012.
In fede, Stefano Maciocchi.

05/12/12

Linda

Il bar puzzava di sudore e di fumo. Chiamarlo bar era fargli un complimento. Sembrava più un cesso pubblico, quelli che non ci andresti a pisciare nemmeno se ti scoppiasse la vescica. Le mura, una volta bianche, adesso erano di un colore indefinito, tendente al grigio. L'intonaco scrostato e muffa come se fosse la specialità della casa. Alcune sedie di ferro arrugginito erano sparse qua e la, senza senso ed il bancone di legno fradicio e scheggiato aveva sicuramente vissuto giorni migliori.
Due puttane stavano vicino all'entrata, vecchie e grasse, con tonnellate di rossetto sulle labbra ed acconciature improponibili. Aspettavano qualche cliente, magari un marinaio ubriaco in astinenza da fica da troppo tempo. Vicino a loro il pappone, ubriaco fradicio, dalla mattina alla sera. 
Dicono che una volta avesse  il miglior giro di prostitute della città. Andava in giro con una Cadillac bianca decappottabile con i sedili di pelle bordeaux. Poi fece l'errore di innamorarsi di una delle sue mignotte. Linda era bella, una messicana con gli occhi azzurri e due tette da capogiro. Lui perse la testa, iniziò a regalarle gioielli e ad essere geloso. Le faceva scenate come l'ultimo dei portoricani e la picchiava, forte, sulla testa. Linda cercò di scappare via, molte volte. Ma l'ultima le fu fatale. La ritrovarono col cranio fracassato, giù al porto. La polizia non ci perse troppo tempo: era una puttana, messicana e clandestina. Ma da quel giorno lui iniziò a bere, e a bere, e a bere. Gli sono rimaste solo le due vecchie baldracche. Senza clienti.

04/12/12

Vivere non è un mestiere

In questi giorni Andrea non sta bene. E' agitato, nervoso, salta e dimena il corpo come morso da una tarantola. Ed ogni volta che lo fa io muoio un po'. E' impressionante come si sia instaurata una sinergia totale tra me e lui e più passa il tempo e più vivo della sua vita riflessa. Se lui ride, rido anche io, se lui sta male sto male anche io. Non è facile trovare la forza di staccarsi quando si è così emotivamente coinvolti. E' un pensiero fisso, costante, una bellissima maledizione che mi impedisce di vivere una vita piena, di coltivare un qualunque interesse. Sono arrivato al punto di rifiutare di andare in vacanza perché mi sento in colpa, come se fosse una colpa non essere disabile. Ma non riesco a divertirmi sapendo che un angelo sta soffrendo da solo, in preda alle paure ed ai mostri dell'ansia. Mi sento in colpa, sì, lo ammetto. Mi sento in colpa di avere una casa, una moglie e un lavoro, mentre Andrea non ha niente. Non ha un amico con cui trascorrere ore spensierate. Non ha mai avuto una ragazza e chissà se è mai stato innamorato. Ha soltanto una compagnia, quella dei miei genitori che, ormai vecchi e stanchi, gli ricordano quotidianamente il senso di morte. E lui è terrorizzato dalla morte. Ma lo capisco. Un tempo anche io avevo una fottuta paura di morire. Ora invece mi fa più paura la vita, a dire il vero. Perché se c'è una cosa buona della depressione è che ribalta completamente il concetto di sopravvivenza: si teme la morte se si è felici, se si vive un'esistenza frutto di scelte proprie. Perché la felicità è sbagliare con la propria testa. Vivere non è un mestiere, come diceva Cesare Pavese. Vivere è spesso questione di culo, è nascere nella famiglia giusta, nel paese giusto e nell'epoca giusta. E soprattutto morire è un lusso che non tutti possono permettersi. Puoi ammazzarti se sei solo, se non hai affetti. Ma se ci sono persone che dipendono dalla tua esistenza devi aspettare che sia la vita a farti fuori, giorno dopo giorno, un salto di Andrea dopo l'altro. Però no, non chiedetemi di essere felice, di sorridere al destino avverso. Concedetemi almeno questo sollievo, di guardare la vita col disgusto di chi ha subito il peggiore dei torti. Concedetemi di odiare questo destino che imperturbabile elargisce dolori come se niente fosse. Se volete la compagnia allegra cercate altrove. Che il mio buonumore si è schiantato quel maledetto giorno in cui un'anonima insegnate di sostegno ci disse che Andrea non era normale. Quello è stato l'inizio. E la fine di tutto.