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Tirare a campare

Sono diversi anni ormai che mi sono stancato di campare. No, non preoccupatevi, non ho manie suicide: ho detto che mi sono stancato di campare, non di vivere e, se permettete, c'è una bella differenza. Chi vive è pieno di sentimenti, a volte felici e talora tristi. Chi vive sente di essere protagonista della propria esistenza, è consapevole delle proprie scelte e, anche se si dovessero rivelare errate, non vive questi sbagli come fallimenti: sa in cuor suo di avere fatto quello che la coscienza, l'istinto e l'intelligenza gli hanno suggerito. Chi vive non ha rimpianti e tanto meno rimorsi: ha deciso una strada e l'ha percorsa sino alla fine, in coerenza alle proprie convinzioni.
Io invece campo, non so fare altro. La mia vita è frutto di scelte altrui: dapprima dei miei genitori, poi è stata la depressione a decidere per me. E adesso che tutti i nodi sono arrivati al pettine è impossibile districarmi dal labirinto in cui mi sono ficcato.
Perché è avvenuto tutto ciò? Non credo per debolezza, semmai per troppa forza. Per anni ho desiderato compiacere i miei punti di riferimento. Dovevo essere il figlio modello per i miei genitori e facevo mie tutte le loro scelte ed i progetti che essi avevano fatto su di me. Dovevo essere lo studente modello per i miei insegnanti perciò ho sacrificato gli anni più belli e spensierati chino sui libri. Dovevo essere l'impiegato modello per i miei capi e dunque ho sacrificato tutta la mia vita privata per l'azienda, che mi ha preso a calci in culo quando ha scoperto che i cinesi costano dieci volte meno di me.
Vedete, ci sono tante persone che studiano per passione, che fanno carriera perché mossi da ambizione: io no, ho fatto tutto questo perché volevo fare contente queste figure carismatiche, quasi mitologiche. I genitori, i precettori, i capi. Mi sono illuso di poterci riuscire con la forza di volontà, imponendomi ruoli che evidentemente non appartenevano alle mie corde. E le corde si sono spezzate col fragore silenzioso della depressione.
Ma nonostante tutto ho saputo raccogliere i cocci, ho combattuto, combatto e combatterò la depressione con l'unica arma in grado di distruggerla: la consapevolezza di averla. Ma se sono riuscito a fregare la mente non riesco a farlo col corpo. E' come se questa infinita stanchezza si fosse propagata dal cervello agli organi interni. Il mio DNA avverte il disagio e inizia a mandare segnali inequivocabili. Un anno fa esplode la cistifellea e ci vuole un intervento "a cielo aperto" per risolvere la situazione. Adesso è la schiena a cedere, come se sentisse improvvisamente il peso di tutti i dolori dell'anima. E' impossibile mentire al proprio fisico, come fai a raccontare frottole al pancreas o al midollo spinale? 
So cosa state pensando adesso, ci sono miliardi di persone nella mia situazione, anzi, che debbono affrontare problemi più grandi dei miei e lo fanno con serenità. Ed è vero. Ma io non ho le spalle grosse, non sono un buono, uno che porta le croci col sorriso. Buoni si nasce mentre io sono stato costretto a diventarlo dalle avversità. Sono un egoista, e l'altruismo mi costa una fatica immane.Vorrei pensare solo a me stesso ma è un lusso che non posso permettermi. Quale peggior condanna costringere un diavolo ad indossare i panni di un angelo?
Per l'ennesima volta sono costretto a recitare una parte, senza però averne più la forza e, soprattutto, la volontà. Tiriamo a campare, e si alzi il sipario.

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