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Ridi pagliaccio

Ci sono giorni in cui il cane nero della depressione torna a mordere. Li riconosco immediatamente quei momenti. Sono preceduti da giorni di ira immotivata che poi si placa improvvisamente e lascia spazio ad una invincibile stanchezza fisica e morale. Proprio oggi, mentre cercavo di tenere a bada il molosso, mi è venuto in mente un fatto terribile: non ricordo più quando è stata l'ultima volta che mi sono fatto una bella risata. Sono mesi che non rido, forse anni. E non sto pensando a quelle risate intelligenti, che si fanno davanti ad un libro di Stefano Benni o ad un film di Woody Allen. Io dico quelle risate cretine, che iniziano spontanee, senza motivo. O peggio ancora quell'ilarità che viene scatenata dalla signora che fa partire una scoreggia fumante mentre tenta di raccogliere qualcosa che le è caduta in terra. O dal rumore di una testa che si infrange su un palo non visto. O dal tonfo del telefonino da 800 euro che cade in mare al cafone dell'ombrellone accanto. Insomma quelle risate ciniche e cattive da condividere con chi ti è vicino. Ed è proprio qui l'inghippo. Se uno smette di uscire di casa e manda sistematicamente a quel paese tutte le sue conoscenze inevitabilmente smette di guardare quel meraviglioso e variegato spettacolo che chiamasi umanità. E poi noi depressi ci prendiamo troppo sul serio: ci crogioliamo nel dolore provandone persino piacere. Non abbiamo tempo da perdere con le ilari vicissitudini dell'universo che ci circonda.
E non capiamo che l'arma più potente contro le oggettive avversità è l'ironia: ridere di se stessi, delle proprie malattie, delle sventure può sembrare una colossale fesseria, mentre è l'unico modo di non darla vinta ad un destino infingardo e maledetto. E allora rido da solo come un cretino. Perché la felicità è la più bella forma di cretineria.

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