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La gamba morta

Nella lista, provata e testabile clinicamente, delle mie sventure entra a farne parte, di buon diritto, la gamba morta. Probabilmente i 22 lettori del mio blog non sanno che nel lontano 1999 fui colpito da ernia del disco. L4/L5, per la precisione. Ho fatto tutta la trafila: dolori, ansie, malattia e riabilitazione. Ma per 12 lunghi anni non mi ha più molestato, come mossa a pietà da una vita insulsa e sventurata. O forse solo per indifferenza, chi può dirlo.
Improvvisamente, dopo la nevicata di febbraio e conseguente spalata, tornano i primi "dolorini" alla schiena che affogo nell'Aulin. Ottengo una tregua di qualche mese, frutto di chissà quali aspre contrattazioni tra il noto farmaco ed il mio disco intervertebrale. Poi torna il "colpo della strega" che mi obbliga a camminare storto, come un ballerino di break dance colto da improvvisa paralisi.
Il tragico epilogo inizia sabato scorso. Io ho un carattere non proprio accondiscendente, lo ammetto. I rospi non riesco ad ingoiarli, soprattutto quando ci sono di mezzo le automobili. Un imbecille parcheggia la sua Panda bianca a 4 millimetri dalla mia Fiesta su un parcheggio a spina di pesce. Vi rammento che io non vivo a Las Vegas: un paesino di 3000 abitanti non ha gli stessi problemi di traffico e di parcheggio di New York o di Roma. Tranne che per l'imbecille della panda bianca. Mi contorco, mi avviluppo, mi contraggo e decontraggo ma alla fine riesco ad entrare. E li scatta il Mister Hide che è in me. Il dottor Jekyll sa benissimo che ho l'ernia del disco e che non riesco a compiere movimenti sensati con il busto. Ma il suo peloso ed accigliato alter ego no, si gira di scatto, copre di improperi la povera utilitaria di origini torinesi e vorrebbe darle un pugno sul cofano. Vorrebbe. Perché nel frattempo l'ernia del disco si è stufata di Stefano, del Dottor Jekyll e di Mister Hyde e decide di metterli knock-out tutti e tre con una coltellata. Ma non una coltellata qualsiasi, una roba in cui la lama parte dalla schiena, si inerpica su per la colonna vertebrale ed arriva al cervello. E poi, non paga, decide di fare una gita nei paesi bassi raggiungendo le estremità nervose delle dita dei piedi. Urlo. Quasi svengo. Inizio a sudar freddo. Poi il dolore torna a livelli accettabili, riesco a mettere in moto la mia utilitaria e, arrancando, io e la macchina riusciamo a tornare a casa.
E' incredibile come il tragitto di pochi chilometri che in genere si compie distrattamente diventi lo sbarco sulla luna quando hai qualche cosa che non va. Ogni buca, ogni curva, ogni maledetta Ape Piaggio sono li a ricordarti della caducità della vita e dell'invincibilità della sfortuna.
Ma non ho tempo per riflessioni filosofiche, faccio l'inchino al letto e m'incaglio su di esso come la Costa Concordia. 
Il giorno dopo sembra un giorno come tutti gli altri: colpo della strega, presente. Decido di non stressare la povera colonna: mi annego sul divano davanti alla TV per guardare la finale di Wimbledon, col mio amato Federer. Improvvisamente la mia gamba destra decide di uscire dall'anonimato che l'ha contraddistinta in questi 50 anni di vita ed incomincia ad atteggiarsi a primadonna. Inizialmente reclama la sua importanza con dolori insopportabili: io cerco di assecondarla e la porto a spasso su e giù per la stanza facendole capire quanto tenga a lei. Decido persino di fare una doccia bollente tutta per lei, quando fuori il termometro segna appena 38 gradi centigradi. Sembra placarsi ed io interpreto questo suo comportamento come un atto di cortesia nei miei confronti.
Con la soddisfazione dei giusti mi accingo a fare le scale per prendere chissà cosa nella stanza da letto e mi ritrovo appeso al mancorrente come Eleonora Duse con i suoi drappeggi. Ella, la gamba destra intendo, non vuole rivolgermi più la parola, si rifiuta di collaborare e come corpo morto giace attaccata al mio femore. So che state dicendo che sono il solito pessimista, che in fondo di gambe ne ho due, ma che volete fare, io sono affezionato alla mia gamba destra e vederla così, altera ed offesa non mi fa dormire la notte.
A distanza di una settimana ancora non mi parla, anche se qualche cedimento nel suo algido orgoglio mi sembra di percepirlo. Mercoledì la porto con me, in ufficio. Magari si distrae e facciamo pace. Oppure la vedrò andar via, perduta per sempre, sul grande raccordo anulare. 
"Addio amica mia", le dirò mentre parte l'effetto dissolvenza. "E sii in gamba".

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