Questo blog è dedicato alla professoressa di letteratura italiana e latina, Loredana Rossi Molinaro, donna di grandissima cultura ed infinita umanità.

30/07/12

La corsa ad ostacoli

Adesso vi faccio una domanda, una di quelle impegnative che vi faranno lambiccare il cervello durante le vostre oziose mattinate marine. E' meglio vivere nella finzione, dando la colpa delle proprie ambasce alla sfiga, oppure prendere atto della realtà e capire il percorso di vita che si è realizzato?
Già vi sento, è da preferire la seconda opzione, aver consapevolezza di se e via discorrendo. E maledetti voi se non avete ragione. Ma questo lo si dice stando sdraiati al mare, tra un bagno e l'altro.
In questi giorni i 22 lettori del mio blog avranno intuito che un po' di nebbia si è dissipata in quel mare magno e procelloso che è la mia vita interiore. Nel videogame del mio io ho trovato il passaggio per transitare al secondo livello di difficoltà. Passata l'euforia dei primi giorni, in cui l'autostima ha avuto le sue belle soddisfazioni, adesso sto realizzando che è diventato tutto tremendamente più complicato. Perché ho avuto la conferma che la quasi totalità delle scelte che ho fatto nella vita non è stata opera mia, ma di un demone. Praticamente del coglione che alberga in me. Evviva, ora ne sono consapevole! Gran bella soddisfazione.
Peccato che porvi rimedio è praticamente impossibile, soprattutto se non sei un eremita che vive in un anfratto sperduto, ma un uomo col minimo sindacale di responsabilità nei confronti dei propri cari.
Per dirla tutta, adesso mi trovo in una pericolosa fase di rigetto in cui tutto è sbagliato (o al massimo da rifare, come diceva Gino Bartali), quella fase in cui oltre all'acqua sporca si butta via anche il bambino. E non fate finta di non capire perché il mondo è pieno di imbecilli cinquantenni che, pensando di essere stati defraudati di chissà quali meriti, mandano all'aria i loro rapporti e si gettano nelle mani di persone che, se si usasse un po' di cervello, non si vorrebbero avere nemmeno come vicini di casa. 
Io non sono stato castrato di nulla. Ho avuto tante difficoltà (e chi di voi non ne ha avute o ne avrà), ma anche tanto conforto e non ultimo anche da voi lettori del mio blog e di twitter. C'è gente che sopporta il mio egoismo e le mie ombrosità da anni eppure sono io che mi atteggio a vittima. E questo non va bene. Se questo è il mio nuovo io devo assentarmi un attimo e spaccargli faccia. Speriamo che sia solo una fase transitoria, tipo quelle fastidiose reazioni ai farmaci che dovrebbero farti bene ma ti riempiono di prurito.
Comunque l'idea di conoscere se stessi è una fregatura. Quando credi di aver trovato la via di uscita ti accorgi di essere arrivato in un nuovo labirinto, più contorto del primo. E' una lunga corsa ad ostacoli, di cui si conosce soltanto il punto di arrivo.

25/07/12

Andrea sono io

E' iniziato tutto con una mancanza. Mi è tornato alla mente che erano mesi che non ridevo più. E questa cosa ha cominciato a farmi male come un pugno nello stomaco: un dolore acuto, sempre più forte, sempre più forte. Conosco un solo modo per lenire questi dolori dell'anima: scrivere. Ed in effetti ho cominciato a farlo. L'inizio è cupo, dannato. Non c'è luce né speranza. Poi, improvvisamente, i ragionamenti prendono un'altra piega. Mi rendo conto che affronto tutto ciò che mi accade troppo sul serio, come se tutto dipendesse da me. Decido di riderci sopra, decido di seppellire la depressione e le ansie sotto un cumulo di risate. E percepisco un po' di sollievo. Ma questo è ancora niente. Chiudo il portatile e rimango seduto sul divano dopo una bella e piacevole conversazione su twitter con la mia cara amica Lavinia Pucci (@LaviniaPucci). E' tardi, dovrei andare a dormire, ma non ne ho voglia. Chiudo gli occhi con la testa reclinata sulla spalliera. Penso a tante cose. Penso ad Andrea, il mio povero fratello portatore di handicap psichico. Penso che mi manca, che vorrei abbracciarlo forte. Poi, improvvisamente, uno squarcio nelle tenebre. Perché questi sensi di colpa nei suoi confronti, Perché questa voglia di stargli vicino, possessivamente, invasivamente. Apro gli occhi e, senza nemmeno rendermene conto, esclamo: "Andrea sono io!".
Per molti anni ho represso la mia personalità, il mio subconscio o come cavolo si chiama. L'ho maltrattato, l'ho costretto a fare cose riprovevoli. Lui si è impaurito, si è allontanato da me, ma ha cominciato a gridare. Ha iniziato a mandarmi avvertimenti fisici e psichici. Ha cercato di attirare la mia attenzione in tutti i modi. Dapprima con la depressione. Ma io non l'ho ascoltato abbastanza. Poi ha compiuto il suo più grande capolavoro. Il mio io si sentiva smarrito, un'entità gracile, da proteggere. Voleva sentirsi amato. E allora ha proiettato questo estremo bisogno su mio fratello. Andrea è diventato un feticcio, abbracciandolo non stavo abbracciando lui, stavo disperatamente tentando di abbracciare me stesso, o quanto meno, la parte di me che ho inopinatamente scacciato. Questo non vuol dire che smetterò di amare Andrea: ora l'amerò come si ama un fratello, non come la proiezione del mio io. E sarà un amore più bello e consapevole.
"Andrea sono io" è diventata una frase simbolo. Mi basta solo pensarla ed una sconosciuta quiete dilaga dentro di me, le mie labbra indossano il sorriso e quel bambino impaurito che albergava nella mia anima inizia a guardarmi con occhi benevoli.

Dedico questo post alla mia amica Lavinia Pucci che con discrezione ed affetto mi sta accompagnando in questo faticoso cammino che è la ricerca di me.

23/07/12

Ridi pagliaccio

Ci sono giorni in cui il cane nero della depressione torna a mordere. Li riconosco immediatamente quei momenti. Sono preceduti da giorni di ira immotivata che poi si placa improvvisamente e lascia spazio ad una invincibile stanchezza fisica e morale. Proprio oggi, mentre cercavo di tenere a bada il molosso, mi è venuto in mente un fatto terribile: non ricordo più quando è stata l'ultima volta che mi sono fatto una bella risata. Sono mesi che non rido, forse anni. E non sto pensando a quelle risate intelligenti, che si fanno davanti ad un libro di Stefano Benni o ad un film di Woody Allen. Io dico quelle risate cretine, che iniziano spontanee, senza motivo. O peggio ancora quell'ilarità che viene scatenata dalla signora che fa partire una scoreggia fumante mentre tenta di raccogliere qualcosa che le è caduta in terra. O dal rumore di una testa che si infrange su un palo non visto. O dal tonfo del telefonino da 800 euro che cade in mare al cafone dell'ombrellone accanto. Insomma quelle risate ciniche e cattive da condividere con chi ti è vicino. Ed è proprio qui l'inghippo. Se uno smette di uscire di casa e manda sistematicamente a quel paese tutte le sue conoscenze inevitabilmente smette di guardare quel meraviglioso e variegato spettacolo che chiamasi umanità. E poi noi depressi ci prendiamo troppo sul serio: ci crogioliamo nel dolore provandone persino piacere. Non abbiamo tempo da perdere con le ilari vicissitudini dell'universo che ci circonda.
E non capiamo che l'arma più potente contro le oggettive avversità è l'ironia: ridere di se stessi, delle proprie malattie, delle sventure può sembrare una colossale fesseria, mentre è l'unico modo di non darla vinta ad un destino infingardo e maledetto. E allora rido da solo come un cretino. Perché la felicità è la più bella forma di cretineria.

19/07/12

Tirare a campare

Sono diversi anni ormai che mi sono stancato di campare. No, non preoccupatevi, non ho manie suicide: ho detto che mi sono stancato di campare, non di vivere e, se permettete, c'è una bella differenza. Chi vive è pieno di sentimenti, a volte felici e talora tristi. Chi vive sente di essere protagonista della propria esistenza, è consapevole delle proprie scelte e, anche se si dovessero rivelare errate, non vive questi sbagli come fallimenti: sa in cuor suo di avere fatto quello che la coscienza, l'istinto e l'intelligenza gli hanno suggerito. Chi vive non ha rimpianti e tanto meno rimorsi: ha deciso una strada e l'ha percorsa sino alla fine, in coerenza alle proprie convinzioni.
Io invece campo, non so fare altro. La mia vita è frutto di scelte altrui: dapprima dei miei genitori, poi è stata la depressione a decidere per me. E adesso che tutti i nodi sono arrivati al pettine è impossibile districarmi dal labirinto in cui mi sono ficcato.
Perché è avvenuto tutto ciò? Non credo per debolezza, semmai per troppa forza. Per anni ho desiderato compiacere i miei punti di riferimento. Dovevo essere il figlio modello per i miei genitori e facevo mie tutte le loro scelte ed i progetti che essi avevano fatto su di me. Dovevo essere lo studente modello per i miei insegnanti perciò ho sacrificato gli anni più belli e spensierati chino sui libri. Dovevo essere l'impiegato modello per i miei capi e dunque ho sacrificato tutta la mia vita privata per l'azienda, che mi ha preso a calci in culo quando ha scoperto che i cinesi costano dieci volte meno di me.
Vedete, ci sono tante persone che studiano per passione, che fanno carriera perché mossi da ambizione: io no, ho fatto tutto questo perché volevo fare contente queste figure carismatiche, quasi mitologiche. I genitori, i precettori, i capi. Mi sono illuso di poterci riuscire con la forza di volontà, imponendomi ruoli che evidentemente non appartenevano alle mie corde. E le corde si sono spezzate col fragore silenzioso della depressione.
Ma nonostante tutto ho saputo raccogliere i cocci, ho combattuto, combatto e combatterò la depressione con l'unica arma in grado di distruggerla: la consapevolezza di averla. Ma se sono riuscito a fregare la mente non riesco a farlo col corpo. E' come se questa infinita stanchezza si fosse propagata dal cervello agli organi interni. Il mio DNA avverte il disagio e inizia a mandare segnali inequivocabili. Un anno fa esplode la cistifellea e ci vuole un intervento "a cielo aperto" per risolvere la situazione. Adesso è la schiena a cedere, come se sentisse improvvisamente il peso di tutti i dolori dell'anima. E' impossibile mentire al proprio fisico, come fai a raccontare frottole al pancreas o al midollo spinale? 
So cosa state pensando adesso, ci sono miliardi di persone nella mia situazione, anzi, che debbono affrontare problemi più grandi dei miei e lo fanno con serenità. Ed è vero. Ma io non ho le spalle grosse, non sono un buono, uno che porta le croci col sorriso. Buoni si nasce mentre io sono stato costretto a diventarlo dalle avversità. Sono un egoista, e l'altruismo mi costa una fatica immane.Vorrei pensare solo a me stesso ma è un lusso che non posso permettermi. Quale peggior condanna costringere un diavolo ad indossare i panni di un angelo?
Per l'ennesima volta sono costretto a recitare una parte, senza però averne più la forza e, soprattutto, la volontà. Tiriamo a campare, e si alzi il sipario.

13/07/12

La gamba morta

Nella lista, provata e testabile clinicamente, delle mie sventure entra a farne parte, di buon diritto, la gamba morta. Probabilmente i 22 lettori del mio blog non sanno che nel lontano 1999 fui colpito da ernia del disco. L4/L5, per la precisione. Ho fatto tutta la trafila: dolori, ansie, malattia e riabilitazione. Ma per 12 lunghi anni non mi ha più molestato, come mossa a pietà da una vita insulsa e sventurata. O forse solo per indifferenza, chi può dirlo.
Improvvisamente, dopo la nevicata di febbraio e conseguente spalata, tornano i primi "dolorini" alla schiena che affogo nell'Aulin. Ottengo una tregua di qualche mese, frutto di chissà quali aspre contrattazioni tra il noto farmaco ed il mio disco intervertebrale. Poi torna il "colpo della strega" che mi obbliga a camminare storto, come un ballerino di break dance colto da improvvisa paralisi.
Il tragico epilogo inizia sabato scorso. Io ho un carattere non proprio accondiscendente, lo ammetto. I rospi non riesco ad ingoiarli, soprattutto quando ci sono di mezzo le automobili. Un imbecille parcheggia la sua Panda bianca a 4 millimetri dalla mia Fiesta su un parcheggio a spina di pesce. Vi rammento che io non vivo a Las Vegas: un paesino di 3000 abitanti non ha gli stessi problemi di traffico e di parcheggio di New York o di Roma. Tranne che per l'imbecille della panda bianca. Mi contorco, mi avviluppo, mi contraggo e decontraggo ma alla fine riesco ad entrare. E li scatta il Mister Hide che è in me. Il dottor Jekyll sa benissimo che ho l'ernia del disco e che non riesco a compiere movimenti sensati con il busto. Ma il suo peloso ed accigliato alter ego no, si gira di scatto, copre di improperi la povera utilitaria di origini torinesi e vorrebbe darle un pugno sul cofano. Vorrebbe. Perché nel frattempo l'ernia del disco si è stufata di Stefano, del Dottor Jekyll e di Mister Hyde e decide di metterli knock-out tutti e tre con una coltellata. Ma non una coltellata qualsiasi, una roba in cui la lama parte dalla schiena, si inerpica su per la colonna vertebrale ed arriva al cervello. E poi, non paga, decide di fare una gita nei paesi bassi raggiungendo le estremità nervose delle dita dei piedi. Urlo. Quasi svengo. Inizio a sudar freddo. Poi il dolore torna a livelli accettabili, riesco a mettere in moto la mia utilitaria e, arrancando, io e la macchina riusciamo a tornare a casa.
E' incredibile come il tragitto di pochi chilometri che in genere si compie distrattamente diventi lo sbarco sulla luna quando hai qualche cosa che non va. Ogni buca, ogni curva, ogni maledetta Ape Piaggio sono li a ricordarti della caducità della vita e dell'invincibilità della sfortuna.
Ma non ho tempo per riflessioni filosofiche, faccio l'inchino al letto e m'incaglio su di esso come la Costa Concordia. 
Il giorno dopo sembra un giorno come tutti gli altri: colpo della strega, presente. Decido di non stressare la povera colonna: mi annego sul divano davanti alla TV per guardare la finale di Wimbledon, col mio amato Federer. Improvvisamente la mia gamba destra decide di uscire dall'anonimato che l'ha contraddistinta in questi 50 anni di vita ed incomincia ad atteggiarsi a primadonna. Inizialmente reclama la sua importanza con dolori insopportabili: io cerco di assecondarla e la porto a spasso su e giù per la stanza facendole capire quanto tenga a lei. Decido persino di fare una doccia bollente tutta per lei, quando fuori il termometro segna appena 38 gradi centigradi. Sembra placarsi ed io interpreto questo suo comportamento come un atto di cortesia nei miei confronti.
Con la soddisfazione dei giusti mi accingo a fare le scale per prendere chissà cosa nella stanza da letto e mi ritrovo appeso al mancorrente come Eleonora Duse con i suoi drappeggi. Ella, la gamba destra intendo, non vuole rivolgermi più la parola, si rifiuta di collaborare e come corpo morto giace attaccata al mio femore. So che state dicendo che sono il solito pessimista, che in fondo di gambe ne ho due, ma che volete fare, io sono affezionato alla mia gamba destra e vederla così, altera ed offesa non mi fa dormire la notte.
A distanza di una settimana ancora non mi parla, anche se qualche cedimento nel suo algido orgoglio mi sembra di percepirlo. Mercoledì la porto con me, in ufficio. Magari si distrae e facciamo pace. Oppure la vedrò andar via, perduta per sempre, sul grande raccordo anulare. 
"Addio amica mia", le dirò mentre parte l'effetto dissolvenza. "E sii in gamba".