Questo blog è dedicato alla professoressa di letteratura italiana e latina, Loredana Rossi Molinaro, donna di grandissima cultura ed infinita umanità.

01/06/12

Lettera a mia zia

Cara Zia Cicci, anche quest'anno ti scrivo, con un po' di ritardo ma mi scuserai: la vita frenetica, il lavoro ed i pensieri mi hanno impedito di scriverti ieri, il 31 maggio, il giorno in cui ci hai lasciato.
Perché ti scrivo, pur sapendo che mai potrai leggere queste poche righe? Un po' perché mi manchi da 41 anni, ma questo già lo sai. Un po' perché scrivendoti parlo a me stesso, e questo mi fa bene.
In questi ultimi giorni non ho fatto altro che cercare notizie sulla data del 31 maggio 1971: magari, leggendo qualche vecchio articolo, mi torna in mente un episodio, un ricordo che mi parla di te. Ma per quanto mi sforzi, la memoria di quei giorni è impetuosa nei dettagli e contemporaneamente sbiadita nell'insieme. Fatico anche a ricordare il tuo viso vero e mi aggrappo a vecchie foto ingiallite dal tempo, illudendomi di riconoscere un sorriso, un espressione.
Forse mi manchi perché te ne sei andata troppo presto ed in qualche modo ti ho idealizzato. Ma tu mi volevi bene, lo so, lo sento. Ho dei ricordi che descrivono il tuo affetto ma è più una sensazione, a testimonianza che l'amore lascia sempre un segno, perfino nei cuori più aridi e nelle menti più distratte.
Chissà, se fossi vissuta più a lungo avrei pensato di te che eri la solita zia appiccicosa e rompipalle, non ti sarei venuto a trovare come ho fatto con quasi tutti i miei parenti. Perché sono un tenace egoista, come sai bene. Ma mi piace credere che invece ti sarei stato vicino, che avrei cercato la tua compagnia. Mi piace credere che tu avresti avuto voglia di parlare con me ed io con te. Forse avremmo potuto stabilire un legame simbiotico profondo, come quello che ho con mio fratello Andrea. Perché tu eri simile ad Andrea. Nelle foto ho guardato i tuoi occhi ed i tuoi sorrisi ed ho visto le ansie e le paure che affogano la mente di mio fratello. Ed anche un po' la mia. Cara zia Cicci, le nostre ferite ci avrebbero legato indissolubilmente, ne sono più che certo. 
Oggi ho la tua stessa età, l'ultima della tua vita: allora mi sembravi vecchia ma ero io ad essere troppo piccolo. Oggi capisco che a 50 anni non si è affatto anziani, anche se per le aziende siamo ruderi da gettare via. E soprattutto mi rendo conto quanto sia ingiusto morire a 50 anni quando si ha ancora tanto amore da dare agli altri. 

Ti voglio bene e mi manchi tanto. Il tuo devotissimo nipote,
                                                                                                           Stefano.