Questo blog è dedicato alla professoressa di letteratura italiana e latina, Loredana Rossi Molinaro, donna di grandissima cultura ed infinita umanità.

27/02/12

Getsemani

Il bello dei vent'anni è che non pensi a niente. Ti capitano le cose più brutte e tu le scrolli di dosso, come se non fossero successe a te. Sei forte, senti che niente possa fermarti: tu sei il più intelligente, il più bravo, quello vincente. Hai tante persone intorno a te e non le guardi. Le lasci indietro, come inutili zavorre: infondo la vita è una giungla e chi non regge il passo non merita di condividere il tuo prorompente cammino. 
A trent'anni hai tutto: la salute, una cultura superiore alla media, un lavoro ben pagato con buone prospettive di carriera. Poi improvvisamente il giocattolo si rompe. Il lavoro, quell'isola felice cui hai dedicato tutte le tue forze fisiche ed intellettuali, diventa il tuo peggior nemico. Ti guardi intorno e vedi gente che si prostituisce per ottenere una macchina in leasing, un nuovo modello di pc portatile, uno smartphone aziendale. Cominci a rallentare, a tornare a casa dopo avere fatto le tue otto ore di lavoro, invece delle dieci o dodici che facevi prima. Cominci a pensare, a ricordare tutti quei volti che hai lasciato per la strada e che avrebbero meritato un gesto d'affetto, una parola buona. Magari soltanto una visita od una telefonata.
Che fine ha fatto la tua professoressa di lettere, quella che implorava tuo padre affinché ti avesse fatto iscrivere ad una facoltà umanistica? Perché non l'hai ascoltata, preferendo prostituirti per un piatto di lenticchie tecnologiche? E dov'è tuo fratello, quella splendida creatura che invano ti ha cercato con gli occhi, per anni ed anni? Che tu, tutto preso nelle tue guerre di conquista, hai impunemente ignorato, lasciandolo solo con le sue angosce, le sue paure infinite.
A quarant'anni questi pensieri diventano impetuosi, come un fiume in piena. E' tutto sottosopra, ti accorgi che hai costruito una scenografia che non ti appartiene, che ti impedisce persino di respirare. Ti crolla tutto sopra la testa, le macerie di una vita di cartapesta, pesanti come l'intero universo. Non ti interessa più nulla di quello che ti sembrava importante fino a pochi mesi prima, hai solo voglia di stare da solo, di imprecare, di piangere. Forse anche di morire. Senti che da solo non puoi farcela, chiedi aiuto e l'aiuto arriva, sotto forma di pasticche e gocce della felicità. 
E inizia una lenta, lunga e dolorosissima risalita. Ti rialzi, spesso cadi rovinosamente, spesso la vita ti molla dei ceffoni che ti fanno tornare al punto di partenza, come in un drammatico ed impazzito gioco dell'oca. Ma ora hai un obiettivo, devi rimediare agli errori che hai commesso, devi ricostruire dove prima sei passato con furia distruttrice. E non è facile, le persone diffidano di te, giustamente. Chissà cosa deve aver pensato tuo fratello quando in lacrime lo hai abbracciato, chiedendogli perdono e dicendogli che gli vuoi bene e che non lo avresti abbandonato per nessuna ragione al mondo? Perché anche le persone handicappate hanno una vita interiore, dei sentimenti belli e purissimi. E quando li ferisci soffrono come soffriamo noi, anzi molto di più. 
Ma non riesci a farti perdonare. Per quanti sforzi tu faccia, l'amore che lui ti da è incommensurabilmente superiore a quello che tenti di dare, non c'è partita: le persone con handicap sono amore allo stato puro. E lo stato puro non è mai normale.
A cinquant'anni i nodi che vengono al pettine inizi a toccarli con mano. Sono cambiali scadute e tu sei in attesa che da un momento all'altro arrivi l'ufficiale giudiziario. Ma non hai più paura, aspetti senza alzare il capo, come chi è oramai rassegnato al proprio destino. Vivi alla giornata, senza fare alcun progetto, nascondi la testa nella sabbia. Sai che di più non puoi fare e aspetti che gli eventi accadano. Sperando di trovare la forza che non hai. Sperando che qualcuno venga a portar via dal tuo Getsemani le croci della tua mente.