Questo blog è dedicato alla professoressa di letteratura italiana e latina, Loredana Rossi Molinaro, donna di grandissima cultura ed infinita umanità.

24/01/12

Mio fratello. Mio figlio.

Cara zia Cicci, ora so quello che provavi quando tuo fratello, mio padre, usciva di casa. Lo guardavi dietro i vetri della finestra, finché la sua sagoma non svaniva, nascosta tra i pioppi di viale dell'università. E quando sapevi di non poterlo vedere per diversi giorni, calde lacrime solcavano le tue guance. Dicevano che eri esagerata, che eri troppo attaccata al tuo fratellino. Ma tu non eri solo la sorella più grande: come una mamma lo hai curato quando vostra madre è venuta a mancare. E quando anche nonno Amilcare, tuo padre, morì di crepacuore per la perdita della moglie adorata, lo amasti come un figlio, più di un figlio. Perché decidere di essere madre di chi non ti è figlio è il più grande atto d'amore che l'universo intero possa contemplare.
A distanza di quaranta anni, oggi che non ci sei più, rivivo i tuoi stessi pensieri: anche io piango se non vedo mio fratello per troppo tempo e quando vado a casa dei miei lo riempio di baci, di abbracci e di coccole. Gli dico un sacco di bugie: che Gesù lo protegge, che è un libero professionista, che l'estate dura tanto e l'inverno svanisce solo dopo pochi giorni. Perché Andrea odia l'inverno ed odia Roma. Misere bugie cui forse non crede nemmeno lui, ma che lo rassicurano, lo tranquillizzano. Ed io con lui.
Cara zia Cicci, un destino ci accomuna: mi hai insegnato che si può amare un fratello come se fosse un figlio. Ma io sono stato più fortunato di te. Tuo fratello, mio padre, è cresciuto, è andato per la sua strada. Hai dovuto subire il dolore di una sacrosanta lontananza. Mio fratello, tuo nipote, non crescerà mai, sarà il mio cucciolo per sempre, almeno finché mi sarà dato vivere. E il dolore si trasforma in gioia. E le lacrime diventano sorriso.

09/01/12

Articolo 18

Io vorrei dire al Professor Monti, al Professor Ichino e alla professoressa Fornero che è facile dispensare consigli sulla flessibilità del lavoro quando si guadagnano decine di migliaia di inflessibili Euro al mese. Noi non abbiamo avuto la fortuna di nascere in famiglie che potevano permettersi di farci studiare alla "Bocconi" o nei college inglesi ed americani (vero professor Monti?). Non abbiamo in tasca nemmeno una tessera di partito, che ci potrebbe consentire di fare rapide carriere universitarie e ci farebbe piovere sulla testa consulenze a sei zeri (vero professor Ichino?).
La mia generazione, quella dei cinquantenni, è stata particolarmente sfortunata: siamo nati carne e volete a tutti i costi farci morire pesce. Sì, perché noi abbiamo iniziato a lavorare nei mitici anni ottanta, quelli della Milano da bere e della Roma da "magnare". Siamo stati assunti per andare a fatturare dai clienti, a decine: perché in quei tempi di gare d'appalto non si parlava ed un progetto cui bastavano cinque o sei persone, veniva venduto con decine e decine di consulenti a corredo.
Poi, con la fine della prima repubblica ed il passaggio dal "magna-magna" al "bunga-bunga" si è rotto il giocattolo. Improvvisamente quelli che erano considerati veri e propri "guru" sono diventati un mero centro di costo per le aziende che li avevano assunti. Se nel 1992 facevo riunioni con i più alti dirigenti di enti pubblici e parastatali, dieci anni dopo mi sono ridotto a fare i salvataggi su nastri dei dati applicativi. A oltre cento chilometri da casa.
I più giovani di voi tra i 23 lettori del mio blog, mi considereranno sicuramente un privilegiato, perché comunque un posto ce l'ho, con relativo stipendio addebitato sul conto corrente. Ma non è questione di fortuna: io ho un lavoro a tempo indeterminato perché in Italia c'è ancora l'articolo 18 dello statuto dei lavoratori, che non permette alle imprese di licenziare i lavoratori in maniera creativa.
Cari professori, se domani toglierete o modificherete l'articolo 18, farete lo stesso errore commesso da Ciampi, D'Alema e Tiziano Treu venti anni fa: darete agli imprenditori una pistola col colpo in canna e già puntata sulle nostre tempie. Perché alla favola degli ammortizzatori sociali ci credono soltanto Bonanni ed Angeletti. Togliendo l'articolo 18 si metteranno in mezzo alla strada tutti quei lavoratori che oggi hanno 50 anni, che nessuno vuole più e che hanno famiglia e mutuo a carico. E con loro verranno gettati al macero anche i loro figli e la possibilità di dargli un futuro migliore.
Ma fate attenzione, cari professori. Un ragazzo precario può sempre andare all'estero per far valere i propri meriti. Un cinquantenne che perde lavoro, casa e dignità non va da nessuna parte. Si piazzerà davanti alle vostre case, a muso duro. Vi chiederà conto di tutto, anche delle colpe non vostre perché ereditate da altri. E vi assicuro che non sarà affatto flessibile.