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Visualizzazione dei post da 2012

Letterina di Natale

Caro Babbo Natale, ti scrivo un po' perché oggi è il 25 dicembre e quindi mi sembra il giorno più appropriato per mandarti questa missiva. E un po' perché se devo credere in qualcuno o qualcosa preferisco credere in te che da anni ti fai un culo così per portare regali ai bambini di tutto il mondo e non chiedi nulla in cambio. Non sei come quei rompicoglioni delle divinità create dalle religioni nel corso dei secoli, non inciti alle guerre, non ci dici come dobbiamo vivere e soprattutto come dobbiamo morire. Non condanni, non prometti vite future migliori lasciando all'umanità il libero arbitrio di una vita di merda. Insomma, caro Babbo Natale, ti stimo e penso di rivolgermi a te nei momenti di particolare bisogno o di sconforto. In realtà ho un certo numero di richieste da farti, e, te lo dico subito, non sono richieste semplici, come i videogiochi o le bambole con cui sei abituato a trattare. Caro Babbo Natale io ti chiedo ufficialmente di guarire mio fratello Andrea.  …

Linda

Il bar puzzava di sudore e di fumo. Chiamarlo bar era fargli un complimento. Sembrava più un cesso pubblico, quelli che non ci andresti a pisciare nemmeno se ti scoppiasse la vescica. Le mura, una volta bianche, adesso erano di un colore indefinito, tendente al grigio. L'intonaco scrostato e muffa come se fosse la specialità della casa. Alcune sedie di ferro arrugginito erano sparse qua e la, senza senso ed il bancone di legno fradicio e scheggiato aveva sicuramente vissuto giorni migliori. Due puttane stavano vicino all'entrata, vecchie e grasse, con tonnellate di rossetto sulle labbra ed acconciature improponibili. Aspettavano qualche cliente, magari un marinaio ubriaco in astinenza da fica da troppo tempo. Vicino a loro il pappone, ubriaco fradicio, dalla mattina alla sera.  Dicono che una volta avesse  il miglior giro di prostitute della città. Andava in giro con una Cadillac bianca decappottabile con i sedili di pelle bordeaux. Poi fece l'errore di innamorarsi di una…

Vivere non è un mestiere

In questi giorni Andrea non sta bene. E' agitato, nervoso, salta e dimena il corpo come morso da una tarantola. Ed ogni volta che lo fa io muoio un po'. E' impressionante come si sia instaurata una sinergia totale tra me e lui e più passa il tempo e più vivo della sua vita riflessa. Se lui ride, rido anche io, se lui sta male sto male anche io. Non è facile trovare la forza di staccarsi quando si è così emotivamente coinvolti. E' un pensiero fisso, costante, una bellissima maledizione che mi impedisce di vivere una vita piena, di coltivare un qualunque interesse. Sono arrivato al punto di rifiutare di andare in vacanza perché mi sento in colpa, come se fosse una colpa non essere disabile. Ma non riesco a divertirmi sapendo che un angelo sta soffrendo da solo, in preda alle paure ed ai mostri dell'ansia. Mi sento in colpa, sì, lo ammetto. Mi sento in colpa di avere una casa, una moglie e un lavoro, mentre Andrea non ha niente. Non ha un amico con cui trascorrere or…

Prima del lungo inverno

E finalmente è tornato l'autunno, con il suo cielo grigio, umido di pioggia. Col vento impetuoso che smuove i rami degli alberi e sparge le prime foglie ingiallite tutto intorno. Finalmente è tornato, a spazzare via gli ultimi ricordi dell'estate, memorie di divertimenti plastificati ed inutili. Le strade adesso son vuote e qualche finestra illuminata si sostituisce alle insegne dei locali chiusi. Pochi passanti camminano veloci, alzandosi il bavero dei loro giubbotti ed il rumore dei loro passi si fa sempre più fioco. L'autunno è un sentimento. Di coperte rimboccate, di rumore di pioggia sulle tegole dei tetti, di lontano abbaiare di cani. L'autunno è un ricordo. Dei primi giorni di scuola, dell'acquisto del diario, del ritorno a Roma dopo le lunghe vacanze estive. Dei primi grappoli d'uva e delle prime castagne da arrostire al caminetto. L'autunno è il mio animo, triste e pensoso, furibondo e tenero, solitario e sfuggente, malinconico e profondo.

La corsa ad ostacoli

Adesso vi faccio una domanda, una di quelle impegnative che vi faranno lambiccare il cervello durante le vostre oziose mattinate marine. E' meglio vivere nella finzione, dando la colpa delle proprie ambasce alla sfiga, oppure prendere atto della realtà e capire il percorso di vita che si è realizzato? Già vi sento, è da preferire la seconda opzione, aver consapevolezza di se e via discorrendo. E maledetti voi se non avete ragione. Ma questo lo si dice stando sdraiati al mare, tra un bagno e l'altro. In questi giorni i 22 lettori del mio blog avranno intuito che un po' di nebbia si è dissipata in quel mare magno e procelloso che è la mia vita interiore. Nel videogame del mio io ho trovato il passaggio per transitare al secondo livello di difficoltà. Passata l'euforia dei primi giorni, in cui l'autostima ha avuto le sue belle soddisfazioni, adesso sto realizzando che è diventato tutto tremendamente più complicato. Perché ho avuto la conferma che la quasi totalità delle…

Andrea sono io

E' iniziato tutto con una mancanza. Mi è tornato alla mente che erano mesi che non ridevo più. E questa cosa ha cominciato a farmi male come un pugno nello stomaco: un dolore acuto, sempre più forte, sempre più forte. Conosco un solo modo per lenire questi dolori dell'anima: scrivere. Ed in effetti ho cominciato a farlo. L'inizio è cupo, dannato. Non c'è luce né speranza. Poi, improvvisamente, i ragionamenti prendono un'altra piega. Mi rendo conto che affronto tutto ciò che mi accade troppo sul serio, come se tutto dipendesse da me. Decido di riderci sopra, decido di seppellire la depressione e le ansie sotto un cumulo di risate. E percepisco un po' di sollievo. Ma questo è ancora niente. Chiudo il portatile e rimango seduto sul divano dopo una bella e piacevole conversazione su twitter con la mia cara amica Lavinia Pucci (@LaviniaPucci). E' tardi, dovrei andare a dormire, ma non ne ho voglia. Chiudo gli occhi con la testa reclinata sulla spalliera. Penso …

Ridi pagliaccio

Ci sono giorni in cui il cane nero della depressione torna a mordere. Li riconosco immediatamente quei momenti. Sono preceduti da giorni di ira immotivata che poi si placa improvvisamente e lascia spazio ad una invincibile stanchezza fisica e morale. Proprio oggi, mentre cercavo di tenere a bada il molosso, mi è venuto in mente un fatto terribile: non ricordo più quando è stata l'ultima volta che mi sono fatto una bella risata. Sono mesi che non rido, forse anni. E non sto pensando a quelle risate intelligenti, che si fanno davanti ad un libro di Stefano Benni o ad un film di Woody Allen. Io dico quelle risate cretine, che iniziano spontanee, senza motivo. O peggio ancora quell'ilarità che viene scatenata dalla signora che fa partire una scoreggia fumante mentre tenta di raccogliere qualcosa che le è caduta in terra. O dal rumore di una testa che si infrange su un palo non visto. O dal tonfo del telefonino da 800 euro che cade in mare al cafone dell'ombrellone accanto. In…

Tirare a campare

Sono diversi anni ormai che mi sono stancato di campare. No, non preoccupatevi, non ho manie suicide: ho detto che mi sono stancato di campare, non di vivere e, se permettete, c'è una bella differenza. Chi vive è pieno di sentimenti, a volte felici e talora tristi. Chi vive sente di essere protagonista della propria esistenza, è consapevole delle proprie scelte e, anche se si dovessero rivelare errate, non vive questi sbagli come fallimenti: sa in cuor suo di avere fatto quello che la coscienza, l'istinto e l'intelligenza gli hanno suggerito. Chi vive non ha rimpianti e tanto meno rimorsi: ha deciso una strada e l'ha percorsa sino alla fine, in coerenza alle proprie convinzioni. Io invece campo, non so fare altro. La mia vita è frutto di scelte altrui: dapprima dei miei genitori, poi è stata la depressione a decidere per me. E adesso che tutti i nodi sono arrivati al pettine è impossibile districarmi dal labirinto in cui mi sono ficcato. Perché è avvenuto tutto ciò? N…

La gamba morta

Nella lista, provata e testabile clinicamente, delle mie sventure entra a farne parte, di buon diritto, la gamba morta. Probabilmente i 22 lettori del mio blog non sanno che nel lontano 1999 fui colpito da ernia del disco. L4/L5, per la precisione. Ho fatto tutta la trafila: dolori, ansie, malattia e riabilitazione. Ma per 12 lunghi anni non mi ha più molestato, come mossa a pietà da una vita insulsa e sventurata. O forse solo per indifferenza, chi può dirlo. Improvvisamente, dopo la nevicata di febbraio e conseguente spalata, tornano i primi "dolorini" alla schiena che affogo nell'Aulin. Ottengo una tregua di qualche mese, frutto di chissà quali aspre contrattazioni tra il noto farmaco ed il mio disco intervertebrale. Poi torna il "colpo della strega" che mi obbliga a camminare storto, come un ballerino di break dance colto da improvvisa paralisi. Il tragico epilogo inizia sabato scorso. Io ho un carattere non proprio accondiscendente, lo ammetto. I rospi non…

Pensieri in 140 caratteri

Dicono di non fermarsi alle apparenze. Eppure ci si innamora sempre di un sorriso. Il primo.
— Stefano Maciocchi (@smaciocchi) Giugno 17, 2012
Tu che non sei mai giunta. Annidata nei miei pensieri. Distinta ti scorgo, chiudendo gli occhi.
— Stefano Maciocchi (@smaciocchi) Giugno 17, 2012
Certi luoghi, dolorosi ricordi dell'animo,materializzano volti e cose, come ologrammi impalpabili.
— Stefano Maciocchi (@smaciocchi) Giugno 17, 2012
Lontano, irraggiungibile, a volte sfiora e si lascia sfiorare. Per tornare nell'universo oscuro, attratto da forze misteriose ed ostili.
— Stefano Maciocchi (@smaciocchi) Giugno 17, 2012
Vani sacrifici, inutili privazioni. Pesate come macigni nel fardello dei ricordi.
— Stefano Maciocchi (@smaciocchi) Giugno 17, 2012
Il mio sentiero, doloroso ed impervio, non insegue le vostre vie. Rette intangibili. Percorsi incompatibili.
— Stefano Maciocchi (@smaciocchi) Giugno 29, 2012
Antiche paure scolorano in gioie. Vie di fuga che virano su se stesse.
— S…

Lettera a mia zia

Cara Zia Cicci, anche quest'anno ti scrivo, con un po' di ritardo ma mi scuserai: la vita frenetica, il lavoro ed i pensieri mi hanno impedito di scriverti ieri, il 31 maggio, il giorno in cui ci hai lasciato. Perché ti scrivo, pur sapendo che mai potrai leggere queste poche righe? Un po' perché mi manchi da 41 anni, ma questo già lo sai. Un po' perché scrivendoti parlo a me stesso, e questo mi fa bene. In questi ultimi giorni non ho fatto altro che cercare notizie sulla data del 31 maggio 1971: magari, leggendo qualche vecchio articolo, mi torna in mente un episodio, un ricordo che mi parla di te. Ma per quanto mi sforzi, la memoria di quei giorni è impetuosa nei dettagli e contemporaneamente sbiadita nell'insieme. Fatico anche a ricordare il tuo viso vero e mi aggrappo a vecchie foto ingiallite dal tempo, illudendomi di riconoscere un sorriso, un espressione. Forse mi manchi perché te ne sei andata troppo presto ed in qualche modo ti ho idealizzato. Ma tu mi vol…

In articulo mortis

Va bene, non la voglio fare lunga. Che ho sonno e poi sono argomenti che sono sulla bocca di tutti. Ma questa roba dell' articolo 18 proprio non mi va giù. Ma io dico, come è possibile che una persona sana di mente possa immaginare di dire in giro che licenziando tutti si creino posti di lavoro. Se lo dicevi, neanche tanto, dieci anni fa ti rinchiudevano in un manicomio pre-basagliano e ti davano tante di quelle pasticche che a stento saresti riuscito a trattenere la bava dalla bocca. Poi è venuto un tizio, una testa di cazzo alta sì e no un metro e venti. Ha iniziato a dire che si era fatto da solo, che i giudici sono tutti comunisti e il popolo italiano, da sempre fesso e privo di orgoglio, ha deciso di farlo diventare Primo Ministro. E tra una scopata e l'altra questa sottospecie di nano malefico ha iniziato a distruggere quello che nemmeno quarant'anni di Democrazia Cristiana erano riusciti a fare. E ha distrutto anche il libero arbitrio della gente. Con la complicità…

Getsemani

Il bello dei vent'anni è che non pensi a niente. Ti capitano le cose più brutte e tu le scrolli di dosso, come se non fossero successe a te. Sei forte, senti che niente possa fermarti: tu sei il più intelligente, il più bravo, quello vincente. Hai tante persone intorno a te e non le guardi. Le lasci indietro, come inutili zavorre: infondo la vita è una giungla e chi non regge il passo non merita di condividere il tuo prorompente cammino.  A trent'anni hai tutto: la salute, una cultura superiore alla media, un lavoro ben pagato con buone prospettive di carriera. Poi improvvisamente il giocattolo si rompe. Il lavoro, quell'isola felice cui hai dedicato tutte le tue forze fisiche ed intellettuali, diventa il tuo peggior nemico. Ti guardi intorno e vedi gente che si prostituisce per ottenere una macchina in leasing, un nuovo modello di pc portatile, uno smartphone aziendale. Cominci a rallentare, a tornare a casa dopo avere fatto le tue otto ore di lavoro, invece delle dieci …

Mio fratello. Mio figlio.

Cara zia Cicci, ora so quello che provavi quando tuo fratello, mio padre, usciva di casa. Lo guardavi dietro i vetri della finestra, finché la sua sagoma non svaniva, nascosta tra i pioppi di viale dell'università. E quando sapevi di non poterlo vedere per diversi giorni, calde lacrime solcavano le tue guance. Dicevano che eri esagerata, che eri troppo attaccata al tuo fratellino. Ma tu non eri solo la sorella più grande: come una mamma lo hai curato quando vostra madre è venuta a mancare. E quando anche nonno Amilcare, tuo padre, morì di crepacuore per la perdita della moglie adorata, lo amasti come un figlio, più di un figlio. Perché decidere di essere madre di chi non ti è figlio è il più grande atto d'amore che l'universo intero possa contemplare. A distanza di quaranta anni, oggi che non ci sei più, rivivo i tuoi stessi pensieri: anche io piango se non vedo mio fratello per troppo tempo e quando vado a casa dei miei lo riempio di baci, di abbracci e di coccole. Gli d…

Articolo 18

Io vorrei dire al Professor Monti, al Professor Ichino e alla professoressa Fornero che è facile dispensare consigli sulla flessibilità del lavoro quando si guadagnano decine di migliaia di inflessibili Euro al mese. Noi non abbiamo avuto la fortuna di nascere in famiglie che potevano permettersi di farci studiare alla "Bocconi" o nei college inglesi ed americani (vero professor Monti?). Non abbiamo in tasca nemmeno una tessera di partito, che ci potrebbe consentire di fare rapide carriere universitarie e ci farebbe piovere sulla testa consulenze a sei zeri (vero professor Ichino?). La mia generazione, quella dei cinquantenni, è stata particolarmente sfortunata: siamo nati carne e volete a tutti i costi farci morire pesce. Sì, perché noi abbiamo iniziato a lavorare nei mitici anni ottanta, quelli della Milano da bere e della Roma da "magnare". Siamo stati assunti per andare a fatturare dai clienti, a decine: perché in quei tempi di gare d'appalto non si parlav…