Questo blog è dedicato alla professoressa di letteratura italiana e latina, Loredana Rossi Molinaro, donna di grandissima cultura ed infinita umanità.

26/12/12

Letterina di Natale

Caro Babbo Natale,
ti scrivo un po' perché oggi è il 25 dicembre e quindi mi sembra il giorno più appropriato per mandarti questa missiva. E un po' perché se devo credere in qualcuno o qualcosa preferisco credere in te che da anni ti fai un culo così per portare regali ai bambini di tutto il mondo e non chiedi nulla in cambio. Non sei come quei rompicoglioni delle divinità create dalle religioni nel corso dei secoli, non inciti alle guerre, non ci dici come dobbiamo vivere e soprattutto come dobbiamo morire. Non condanni, non prometti vite future migliori lasciando all'umanità il libero arbitrio di una vita di merda. Insomma, caro Babbo Natale, ti stimo e penso di rivolgermi a te nei momenti di particolare bisogno o di sconforto.
In realtà ho un certo numero di richieste da farti, e, te lo dico subito, non sono richieste semplici, come i videogiochi o le bambole con cui sei abituato a trattare. Caro Babbo Natale io ti chiedo ufficialmente di guarire mio fratello Andrea. 
Dici che i miracoli non sono il tuo forte? Allora preferisci che io ti chieda di far vivere in salute qualche migliaio di anni mio padre e mia madre cosicché possano stare vicino ad Andrea e donargli tutto l'amore e le cure di cui ha bisogno?
Come vedi la prima richiesta è assai più fattibile, e poi non fare il modesto: se riesci ad infilarti in tutti i camini del mondo in una sola notte, guarire una persona per te sarà un gioco da ragazzi. Pensa che figurone che faresti davanti a Dio, a Maometto, Buddha e Visnu. Io già li vedo i titoli dei giornali. Il Corriere dello Sport: "Dio 0 - Babbo Natale 1". La Repubblica: "Babbo Natale vince le primarie del PD". L'Avvenire: "Il Papa abolisce la festività pagana del Natale".
Io sono confidente che tu adempirai alla mia richiesta. Da che mondo è mondo Babbo Natale ha sempre evaso le letterine che gli sono pervenute, non vorrai mica iniziare adesso e con un bambino handicappato di 42 anni? Sarebbe una pessima pubblicità.
Comunque so dove vivi e con che mezzo di trasporto ti muovi: la tua bella casetta al Polo Nord potrebbe subire qualche strano incidente ed alle tue renne potrebbero spezzarsi improvvisamente le zampette. Non ci credi? Chiediti come mai ultimamente non si vedono più in giro befane volanti con la scopa. Pensavi che fossero in sciopero? Non sottovalutare il dolore di un fratello che è talmente disperato da scrivere a Babbo Natale la notte del 25 dicembre sul suo blog. C'è gente che è sparita per molto meno.
Non voglio metterti fretta ma sarebbe gradito un tuo intervento entro il 2012.
In fede, Stefano Maciocchi.

05/12/12

Linda

Il bar puzzava di sudore e di fumo. Chiamarlo bar era fargli un complimento. Sembrava più un cesso pubblico, quelli che non ci andresti a pisciare nemmeno se ti scoppiasse la vescica. Le mura, una volta bianche, adesso erano di un colore indefinito, tendente al grigio. L'intonaco scrostato e muffa come se fosse la specialità della casa. Alcune sedie di ferro arrugginito erano sparse qua e la, senza senso ed il bancone di legno fradicio e scheggiato aveva sicuramente vissuto giorni migliori.
Due puttane stavano vicino all'entrata, vecchie e grasse, con tonnellate di rossetto sulle labbra ed acconciature improponibili. Aspettavano qualche cliente, magari un marinaio ubriaco in astinenza da fica da troppo tempo. Vicino a loro il pappone, ubriaco fradicio, dalla mattina alla sera. 
Dicono che una volta avesse  il miglior giro di prostitute della città. Andava in giro con una Cadillac bianca decappottabile con i sedili di pelle bordeaux. Poi fece l'errore di innamorarsi di una delle sue mignotte. Linda era bella, una messicana con gli occhi azzurri e due tette da capogiro. Lui perse la testa, iniziò a regalarle gioielli e ad essere geloso. Le faceva scenate come l'ultimo dei portoricani e la picchiava, forte, sulla testa. Linda cercò di scappare via, molte volte. Ma l'ultima le fu fatale. La ritrovarono col cranio fracassato, giù al porto. La polizia non ci perse troppo tempo: era una puttana, messicana e clandestina. Ma da quel giorno lui iniziò a bere, e a bere, e a bere. Gli sono rimaste solo le due vecchie baldracche. Senza clienti.

04/12/12

Vivere non è un mestiere

In questi giorni Andrea non sta bene. E' agitato, nervoso, salta e dimena il corpo come morso da una tarantola. Ed ogni volta che lo fa io muoio un po'. E' impressionante come si sia instaurata una sinergia totale tra me e lui e più passa il tempo e più vivo della sua vita riflessa. Se lui ride, rido anche io, se lui sta male sto male anche io. Non è facile trovare la forza di staccarsi quando si è così emotivamente coinvolti. E' un pensiero fisso, costante, una bellissima maledizione che mi impedisce di vivere una vita piena, di coltivare un qualunque interesse. Sono arrivato al punto di rifiutare di andare in vacanza perché mi sento in colpa, come se fosse una colpa non essere disabile. Ma non riesco a divertirmi sapendo che un angelo sta soffrendo da solo, in preda alle paure ed ai mostri dell'ansia. Mi sento in colpa, sì, lo ammetto. Mi sento in colpa di avere una casa, una moglie e un lavoro, mentre Andrea non ha niente. Non ha un amico con cui trascorrere ore spensierate. Non ha mai avuto una ragazza e chissà se è mai stato innamorato. Ha soltanto una compagnia, quella dei miei genitori che, ormai vecchi e stanchi, gli ricordano quotidianamente il senso di morte. E lui è terrorizzato dalla morte. Ma lo capisco. Un tempo anche io avevo una fottuta paura di morire. Ora invece mi fa più paura la vita, a dire il vero. Perché se c'è una cosa buona della depressione è che ribalta completamente il concetto di sopravvivenza: si teme la morte se si è felici, se si vive un'esistenza frutto di scelte proprie. Perché la felicità è sbagliare con la propria testa. Vivere non è un mestiere, come diceva Cesare Pavese. Vivere è spesso questione di culo, è nascere nella famiglia giusta, nel paese giusto e nell'epoca giusta. E soprattutto morire è un lusso che non tutti possono permettersi. Puoi ammazzarti se sei solo, se non hai affetti. Ma se ci sono persone che dipendono dalla tua esistenza devi aspettare che sia la vita a farti fuori, giorno dopo giorno, un salto di Andrea dopo l'altro. Però no, non chiedetemi di essere felice, di sorridere al destino avverso. Concedetemi almeno questo sollievo, di guardare la vita col disgusto di chi ha subito il peggiore dei torti. Concedetemi di odiare questo destino che imperturbabile elargisce dolori come se niente fosse. Se volete la compagnia allegra cercate altrove. Che il mio buonumore si è schiantato quel maledetto giorno in cui un'anonima insegnate di sostegno ci disse che Andrea non era normale. Quello è stato l'inizio. E la fine di tutto.

27/10/12

Prima del lungo inverno

E finalmente è tornato l'autunno, con il suo cielo grigio, umido di pioggia. Col vento impetuoso che smuove i rami degli alberi e sparge le prime foglie ingiallite tutto intorno. Finalmente è tornato, a spazzare via gli ultimi ricordi dell'estate, memorie di divertimenti plastificati ed inutili. Le strade adesso son vuote e qualche finestra illuminata si sostituisce alle insegne dei locali chiusi. Pochi passanti camminano veloci, alzandosi il bavero dei loro giubbotti ed il rumore dei loro passi si fa sempre più fioco. L'autunno è un sentimento. Di coperte rimboccate, di rumore di pioggia sulle tegole dei tetti, di lontano abbaiare di cani. L'autunno è un ricordo. Dei primi giorni di scuola, dell'acquisto del diario, del ritorno a Roma dopo le lunghe vacanze estive. Dei primi grappoli d'uva e delle prime castagne da arrostire al caminetto. L'autunno è il mio animo, triste e pensoso, furibondo e tenero, solitario e sfuggente, malinconico e profondo.

30/07/12

La corsa ad ostacoli

Adesso vi faccio una domanda, una di quelle impegnative che vi faranno lambiccare il cervello durante le vostre oziose mattinate marine. E' meglio vivere nella finzione, dando la colpa delle proprie ambasce alla sfiga, oppure prendere atto della realtà e capire il percorso di vita che si è realizzato?
Già vi sento, è da preferire la seconda opzione, aver consapevolezza di se e via discorrendo. E maledetti voi se non avete ragione. Ma questo lo si dice stando sdraiati al mare, tra un bagno e l'altro.
In questi giorni i 22 lettori del mio blog avranno intuito che un po' di nebbia si è dissipata in quel mare magno e procelloso che è la mia vita interiore. Nel videogame del mio io ho trovato il passaggio per transitare al secondo livello di difficoltà. Passata l'euforia dei primi giorni, in cui l'autostima ha avuto le sue belle soddisfazioni, adesso sto realizzando che è diventato tutto tremendamente più complicato. Perché ho avuto la conferma che la quasi totalità delle scelte che ho fatto nella vita non è stata opera mia, ma di un demone. Praticamente del coglione che alberga in me. Evviva, ora ne sono consapevole! Gran bella soddisfazione.
Peccato che porvi rimedio è praticamente impossibile, soprattutto se non sei un eremita che vive in un anfratto sperduto, ma un uomo col minimo sindacale di responsabilità nei confronti dei propri cari.
Per dirla tutta, adesso mi trovo in una pericolosa fase di rigetto in cui tutto è sbagliato (o al massimo da rifare, come diceva Gino Bartali), quella fase in cui oltre all'acqua sporca si butta via anche il bambino. E non fate finta di non capire perché il mondo è pieno di imbecilli cinquantenni che, pensando di essere stati defraudati di chissà quali meriti, mandano all'aria i loro rapporti e si gettano nelle mani di persone che, se si usasse un po' di cervello, non si vorrebbero avere nemmeno come vicini di casa. 
Io non sono stato castrato di nulla. Ho avuto tante difficoltà (e chi di voi non ne ha avute o ne avrà), ma anche tanto conforto e non ultimo anche da voi lettori del mio blog e di twitter. C'è gente che sopporta il mio egoismo e le mie ombrosità da anni eppure sono io che mi atteggio a vittima. E questo non va bene. Se questo è il mio nuovo io devo assentarmi un attimo e spaccargli faccia. Speriamo che sia solo una fase transitoria, tipo quelle fastidiose reazioni ai farmaci che dovrebbero farti bene ma ti riempiono di prurito.
Comunque l'idea di conoscere se stessi è una fregatura. Quando credi di aver trovato la via di uscita ti accorgi di essere arrivato in un nuovo labirinto, più contorto del primo. E' una lunga corsa ad ostacoli, di cui si conosce soltanto il punto di arrivo.

25/07/12

Andrea sono io

E' iniziato tutto con una mancanza. Mi è tornato alla mente che erano mesi che non ridevo più. E questa cosa ha cominciato a farmi male come un pugno nello stomaco: un dolore acuto, sempre più forte, sempre più forte. Conosco un solo modo per lenire questi dolori dell'anima: scrivere. Ed in effetti ho cominciato a farlo. L'inizio è cupo, dannato. Non c'è luce né speranza. Poi, improvvisamente, i ragionamenti prendono un'altra piega. Mi rendo conto che affronto tutto ciò che mi accade troppo sul serio, come se tutto dipendesse da me. Decido di riderci sopra, decido di seppellire la depressione e le ansie sotto un cumulo di risate. E percepisco un po' di sollievo. Ma questo è ancora niente. Chiudo il portatile e rimango seduto sul divano dopo una bella e piacevole conversazione su twitter con la mia cara amica Lavinia Pucci (@LaviniaPucci). E' tardi, dovrei andare a dormire, ma non ne ho voglia. Chiudo gli occhi con la testa reclinata sulla spalliera. Penso a tante cose. Penso ad Andrea, il mio povero fratello portatore di handicap psichico. Penso che mi manca, che vorrei abbracciarlo forte. Poi, improvvisamente, uno squarcio nelle tenebre. Perché questi sensi di colpa nei suoi confronti, Perché questa voglia di stargli vicino, possessivamente, invasivamente. Apro gli occhi e, senza nemmeno rendermene conto, esclamo: "Andrea sono io!".
Per molti anni ho represso la mia personalità, il mio subconscio o come cavolo si chiama. L'ho maltrattato, l'ho costretto a fare cose riprovevoli. Lui si è impaurito, si è allontanato da me, ma ha cominciato a gridare. Ha iniziato a mandarmi avvertimenti fisici e psichici. Ha cercato di attirare la mia attenzione in tutti i modi. Dapprima con la depressione. Ma io non l'ho ascoltato abbastanza. Poi ha compiuto il suo più grande capolavoro. Il mio io si sentiva smarrito, un'entità gracile, da proteggere. Voleva sentirsi amato. E allora ha proiettato questo estremo bisogno su mio fratello. Andrea è diventato un feticcio, abbracciandolo non stavo abbracciando lui, stavo disperatamente tentando di abbracciare me stesso, o quanto meno, la parte di me che ho inopinatamente scacciato. Questo non vuol dire che smetterò di amare Andrea: ora l'amerò come si ama un fratello, non come la proiezione del mio io. E sarà un amore più bello e consapevole.
"Andrea sono io" è diventata una frase simbolo. Mi basta solo pensarla ed una sconosciuta quiete dilaga dentro di me, le mie labbra indossano il sorriso e quel bambino impaurito che albergava nella mia anima inizia a guardarmi con occhi benevoli.

Dedico questo post alla mia amica Lavinia Pucci che con discrezione ed affetto mi sta accompagnando in questo faticoso cammino che è la ricerca di me.

23/07/12

Ridi pagliaccio

Ci sono giorni in cui il cane nero della depressione torna a mordere. Li riconosco immediatamente quei momenti. Sono preceduti da giorni di ira immotivata che poi si placa improvvisamente e lascia spazio ad una invincibile stanchezza fisica e morale. Proprio oggi, mentre cercavo di tenere a bada il molosso, mi è venuto in mente un fatto terribile: non ricordo più quando è stata l'ultima volta che mi sono fatto una bella risata. Sono mesi che non rido, forse anni. E non sto pensando a quelle risate intelligenti, che si fanno davanti ad un libro di Stefano Benni o ad un film di Woody Allen. Io dico quelle risate cretine, che iniziano spontanee, senza motivo. O peggio ancora quell'ilarità che viene scatenata dalla signora che fa partire una scoreggia fumante mentre tenta di raccogliere qualcosa che le è caduta in terra. O dal rumore di una testa che si infrange su un palo non visto. O dal tonfo del telefonino da 800 euro che cade in mare al cafone dell'ombrellone accanto. Insomma quelle risate ciniche e cattive da condividere con chi ti è vicino. Ed è proprio qui l'inghippo. Se uno smette di uscire di casa e manda sistematicamente a quel paese tutte le sue conoscenze inevitabilmente smette di guardare quel meraviglioso e variegato spettacolo che chiamasi umanità. E poi noi depressi ci prendiamo troppo sul serio: ci crogioliamo nel dolore provandone persino piacere. Non abbiamo tempo da perdere con le ilari vicissitudini dell'universo che ci circonda.
E non capiamo che l'arma più potente contro le oggettive avversità è l'ironia: ridere di se stessi, delle proprie malattie, delle sventure può sembrare una colossale fesseria, mentre è l'unico modo di non darla vinta ad un destino infingardo e maledetto. E allora rido da solo come un cretino. Perché la felicità è la più bella forma di cretineria.

19/07/12

Tirare a campare

Sono diversi anni ormai che mi sono stancato di campare. No, non preoccupatevi, non ho manie suicide: ho detto che mi sono stancato di campare, non di vivere e, se permettete, c'è una bella differenza. Chi vive è pieno di sentimenti, a volte felici e talora tristi. Chi vive sente di essere protagonista della propria esistenza, è consapevole delle proprie scelte e, anche se si dovessero rivelare errate, non vive questi sbagli come fallimenti: sa in cuor suo di avere fatto quello che la coscienza, l'istinto e l'intelligenza gli hanno suggerito. Chi vive non ha rimpianti e tanto meno rimorsi: ha deciso una strada e l'ha percorsa sino alla fine, in coerenza alle proprie convinzioni.
Io invece campo, non so fare altro. La mia vita è frutto di scelte altrui: dapprima dei miei genitori, poi è stata la depressione a decidere per me. E adesso che tutti i nodi sono arrivati al pettine è impossibile districarmi dal labirinto in cui mi sono ficcato.
Perché è avvenuto tutto ciò? Non credo per debolezza, semmai per troppa forza. Per anni ho desiderato compiacere i miei punti di riferimento. Dovevo essere il figlio modello per i miei genitori e facevo mie tutte le loro scelte ed i progetti che essi avevano fatto su di me. Dovevo essere lo studente modello per i miei insegnanti perciò ho sacrificato gli anni più belli e spensierati chino sui libri. Dovevo essere l'impiegato modello per i miei capi e dunque ho sacrificato tutta la mia vita privata per l'azienda, che mi ha preso a calci in culo quando ha scoperto che i cinesi costano dieci volte meno di me.
Vedete, ci sono tante persone che studiano per passione, che fanno carriera perché mossi da ambizione: io no, ho fatto tutto questo perché volevo fare contente queste figure carismatiche, quasi mitologiche. I genitori, i precettori, i capi. Mi sono illuso di poterci riuscire con la forza di volontà, imponendomi ruoli che evidentemente non appartenevano alle mie corde. E le corde si sono spezzate col fragore silenzioso della depressione.
Ma nonostante tutto ho saputo raccogliere i cocci, ho combattuto, combatto e combatterò la depressione con l'unica arma in grado di distruggerla: la consapevolezza di averla. Ma se sono riuscito a fregare la mente non riesco a farlo col corpo. E' come se questa infinita stanchezza si fosse propagata dal cervello agli organi interni. Il mio DNA avverte il disagio e inizia a mandare segnali inequivocabili. Un anno fa esplode la cistifellea e ci vuole un intervento "a cielo aperto" per risolvere la situazione. Adesso è la schiena a cedere, come se sentisse improvvisamente il peso di tutti i dolori dell'anima. E' impossibile mentire al proprio fisico, come fai a raccontare frottole al pancreas o al midollo spinale? 
So cosa state pensando adesso, ci sono miliardi di persone nella mia situazione, anzi, che debbono affrontare problemi più grandi dei miei e lo fanno con serenità. Ed è vero. Ma io non ho le spalle grosse, non sono un buono, uno che porta le croci col sorriso. Buoni si nasce mentre io sono stato costretto a diventarlo dalle avversità. Sono un egoista, e l'altruismo mi costa una fatica immane.Vorrei pensare solo a me stesso ma è un lusso che non posso permettermi. Quale peggior condanna costringere un diavolo ad indossare i panni di un angelo?
Per l'ennesima volta sono costretto a recitare una parte, senza però averne più la forza e, soprattutto, la volontà. Tiriamo a campare, e si alzi il sipario.

13/07/12

La gamba morta

Nella lista, provata e testabile clinicamente, delle mie sventure entra a farne parte, di buon diritto, la gamba morta. Probabilmente i 22 lettori del mio blog non sanno che nel lontano 1999 fui colpito da ernia del disco. L4/L5, per la precisione. Ho fatto tutta la trafila: dolori, ansie, malattia e riabilitazione. Ma per 12 lunghi anni non mi ha più molestato, come mossa a pietà da una vita insulsa e sventurata. O forse solo per indifferenza, chi può dirlo.
Improvvisamente, dopo la nevicata di febbraio e conseguente spalata, tornano i primi "dolorini" alla schiena che affogo nell'Aulin. Ottengo una tregua di qualche mese, frutto di chissà quali aspre contrattazioni tra il noto farmaco ed il mio disco intervertebrale. Poi torna il "colpo della strega" che mi obbliga a camminare storto, come un ballerino di break dance colto da improvvisa paralisi.
Il tragico epilogo inizia sabato scorso. Io ho un carattere non proprio accondiscendente, lo ammetto. I rospi non riesco ad ingoiarli, soprattutto quando ci sono di mezzo le automobili. Un imbecille parcheggia la sua Panda bianca a 4 millimetri dalla mia Fiesta su un parcheggio a spina di pesce. Vi rammento che io non vivo a Las Vegas: un paesino di 3000 abitanti non ha gli stessi problemi di traffico e di parcheggio di New York o di Roma. Tranne che per l'imbecille della panda bianca. Mi contorco, mi avviluppo, mi contraggo e decontraggo ma alla fine riesco ad entrare. E li scatta il Mister Hide che è in me. Il dottor Jekyll sa benissimo che ho l'ernia del disco e che non riesco a compiere movimenti sensati con il busto. Ma il suo peloso ed accigliato alter ego no, si gira di scatto, copre di improperi la povera utilitaria di origini torinesi e vorrebbe darle un pugno sul cofano. Vorrebbe. Perché nel frattempo l'ernia del disco si è stufata di Stefano, del Dottor Jekyll e di Mister Hyde e decide di metterli knock-out tutti e tre con una coltellata. Ma non una coltellata qualsiasi, una roba in cui la lama parte dalla schiena, si inerpica su per la colonna vertebrale ed arriva al cervello. E poi, non paga, decide di fare una gita nei paesi bassi raggiungendo le estremità nervose delle dita dei piedi. Urlo. Quasi svengo. Inizio a sudar freddo. Poi il dolore torna a livelli accettabili, riesco a mettere in moto la mia utilitaria e, arrancando, io e la macchina riusciamo a tornare a casa.
E' incredibile come il tragitto di pochi chilometri che in genere si compie distrattamente diventi lo sbarco sulla luna quando hai qualche cosa che non va. Ogni buca, ogni curva, ogni maledetta Ape Piaggio sono li a ricordarti della caducità della vita e dell'invincibilità della sfortuna.
Ma non ho tempo per riflessioni filosofiche, faccio l'inchino al letto e m'incaglio su di esso come la Costa Concordia. 
Il giorno dopo sembra un giorno come tutti gli altri: colpo della strega, presente. Decido di non stressare la povera colonna: mi annego sul divano davanti alla TV per guardare la finale di Wimbledon, col mio amato Federer. Improvvisamente la mia gamba destra decide di uscire dall'anonimato che l'ha contraddistinta in questi 50 anni di vita ed incomincia ad atteggiarsi a primadonna. Inizialmente reclama la sua importanza con dolori insopportabili: io cerco di assecondarla e la porto a spasso su e giù per la stanza facendole capire quanto tenga a lei. Decido persino di fare una doccia bollente tutta per lei, quando fuori il termometro segna appena 38 gradi centigradi. Sembra placarsi ed io interpreto questo suo comportamento come un atto di cortesia nei miei confronti.
Con la soddisfazione dei giusti mi accingo a fare le scale per prendere chissà cosa nella stanza da letto e mi ritrovo appeso al mancorrente come Eleonora Duse con i suoi drappeggi. Ella, la gamba destra intendo, non vuole rivolgermi più la parola, si rifiuta di collaborare e come corpo morto giace attaccata al mio femore. So che state dicendo che sono il solito pessimista, che in fondo di gambe ne ho due, ma che volete fare, io sono affezionato alla mia gamba destra e vederla così, altera ed offesa non mi fa dormire la notte.
A distanza di una settimana ancora non mi parla, anche se qualche cedimento nel suo algido orgoglio mi sembra di percepirlo. Mercoledì la porto con me, in ufficio. Magari si distrae e facciamo pace. Oppure la vedrò andar via, perduta per sempre, sul grande raccordo anulare. 
"Addio amica mia", le dirò mentre parte l'effetto dissolvenza. "E sii in gamba".

17/06/12

Pensieri in 140 caratteri
















01/06/12

Lettera a mia zia

Cara Zia Cicci, anche quest'anno ti scrivo, con un po' di ritardo ma mi scuserai: la vita frenetica, il lavoro ed i pensieri mi hanno impedito di scriverti ieri, il 31 maggio, il giorno in cui ci hai lasciato.
Perché ti scrivo, pur sapendo che mai potrai leggere queste poche righe? Un po' perché mi manchi da 41 anni, ma questo già lo sai. Un po' perché scrivendoti parlo a me stesso, e questo mi fa bene.
In questi ultimi giorni non ho fatto altro che cercare notizie sulla data del 31 maggio 1971: magari, leggendo qualche vecchio articolo, mi torna in mente un episodio, un ricordo che mi parla di te. Ma per quanto mi sforzi, la memoria di quei giorni è impetuosa nei dettagli e contemporaneamente sbiadita nell'insieme. Fatico anche a ricordare il tuo viso vero e mi aggrappo a vecchie foto ingiallite dal tempo, illudendomi di riconoscere un sorriso, un espressione.
Forse mi manchi perché te ne sei andata troppo presto ed in qualche modo ti ho idealizzato. Ma tu mi volevi bene, lo so, lo sento. Ho dei ricordi che descrivono il tuo affetto ma è più una sensazione, a testimonianza che l'amore lascia sempre un segno, perfino nei cuori più aridi e nelle menti più distratte.
Chissà, se fossi vissuta più a lungo avrei pensato di te che eri la solita zia appiccicosa e rompipalle, non ti sarei venuto a trovare come ho fatto con quasi tutti i miei parenti. Perché sono un tenace egoista, come sai bene. Ma mi piace credere che invece ti sarei stato vicino, che avrei cercato la tua compagnia. Mi piace credere che tu avresti avuto voglia di parlare con me ed io con te. Forse avremmo potuto stabilire un legame simbiotico profondo, come quello che ho con mio fratello Andrea. Perché tu eri simile ad Andrea. Nelle foto ho guardato i tuoi occhi ed i tuoi sorrisi ed ho visto le ansie e le paure che affogano la mente di mio fratello. Ed anche un po' la mia. Cara zia Cicci, le nostre ferite ci avrebbero legato indissolubilmente, ne sono più che certo. 
Oggi ho la tua stessa età, l'ultima della tua vita: allora mi sembravi vecchia ma ero io ad essere troppo piccolo. Oggi capisco che a 50 anni non si è affatto anziani, anche se per le aziende siamo ruderi da gettare via. E soprattutto mi rendo conto quanto sia ingiusto morire a 50 anni quando si ha ancora tanto amore da dare agli altri. 

Ti voglio bene e mi manchi tanto. Il tuo devotissimo nipote,
                                                                                                           Stefano.

24/03/12

In articulo mortis

Va bene, non la voglio fare lunga. Che ho sonno e poi sono argomenti che sono sulla bocca di tutti. Ma questa roba dell' articolo 18 proprio non mi va giù. Ma io dico, come è possibile che una persona sana di mente possa immaginare di dire in giro che licenziando tutti si creino posti di lavoro. Se lo dicevi, neanche tanto, dieci anni fa ti rinchiudevano in un manicomio pre-basagliano e ti davano tante di quelle pasticche che a stento saresti riuscito a trattenere la bava dalla bocca.
Poi è venuto un tizio, una testa di cazzo alta sì e no un metro e venti. Ha iniziato a dire che si era fatto da solo, che i giudici sono tutti comunisti e il popolo italiano, da sempre fesso e privo di orgoglio, ha deciso di farlo diventare Primo Ministro. E tra una scopata e l'altra questa sottospecie di nano malefico ha iniziato a distruggere quello che nemmeno quarant'anni di Democrazia Cristiana erano riusciti a fare. E ha distrutto anche il libero arbitrio della gente. Con la complicità e la connivenza di una opposizione che, quando proprio si è incazzata, non ha saputo partorire che una misera bicamerale.
Berlusconi ci ha plagiati e lobotomizzati. Ha creato il pensiero unico, il dogma assoluto. Incontestabile. Se Berlusconi dice che è l'articolo 18 a bloccare lo sviluppo del nostro paese, questa affermazione diventa un comandamento. Cui si adeguano tutti: docenti universitari di estrazione bocconiana; riformisti snob stanchi del solito maglione di cachemere; piduisti riciclati; concussi, corrotti e collusi; imprenditori con babbo famoso; sociologi, psicologi, cuochi, nani e ballerine.
E se osi solamente pensare che - molto probabilmente - questa è una delle più solenni cazzate della storia dell'intera umanità, sei un vetero comunista, o alternativamente, uno che fa il gioco delle destre.
Ora, e lo faccio in modo solenne, mi rivolgo ai tre lettori del mio blog. Se avete dei figli che stanno finendo gli studi, o se avete cinquant'anni e siete impiegati in una azienda metalmeccanica piuttosto che vedere passare la riforma dell'articolo 18 tornate sulle montagne, magari pure col mitra ed il moschetto.
E non voglio nemmeno tirare in ballo il solito argomento che c'è gente che è morta per dare ai lavoratori un minimo di dignità. Fatelo per voi stessi perché qui siamo ad un punto di non ritorno: ci hanno tolto i partiti con la legge maggioritaria; ci hanno tolto la possibilità di scegliere i nostri rappresentanti con la legge "Porcellum". Se ora ci tolgono anche il lavoro cosa ci resta?
E non dite l'"Isola dei famosi" perché vi sputo in un occhio.

27/02/12

Getsemani

Il bello dei vent'anni è che non pensi a niente. Ti capitano le cose più brutte e tu le scrolli di dosso, come se non fossero successe a te. Sei forte, senti che niente possa fermarti: tu sei il più intelligente, il più bravo, quello vincente. Hai tante persone intorno a te e non le guardi. Le lasci indietro, come inutili zavorre: infondo la vita è una giungla e chi non regge il passo non merita di condividere il tuo prorompente cammino. 
A trent'anni hai tutto: la salute, una cultura superiore alla media, un lavoro ben pagato con buone prospettive di carriera. Poi improvvisamente il giocattolo si rompe. Il lavoro, quell'isola felice cui hai dedicato tutte le tue forze fisiche ed intellettuali, diventa il tuo peggior nemico. Ti guardi intorno e vedi gente che si prostituisce per ottenere una macchina in leasing, un nuovo modello di pc portatile, uno smartphone aziendale. Cominci a rallentare, a tornare a casa dopo avere fatto le tue otto ore di lavoro, invece delle dieci o dodici che facevi prima. Cominci a pensare, a ricordare tutti quei volti che hai lasciato per la strada e che avrebbero meritato un gesto d'affetto, una parola buona. Magari soltanto una visita od una telefonata.
Che fine ha fatto la tua professoressa di lettere, quella che implorava tuo padre affinché ti avesse fatto iscrivere ad una facoltà umanistica? Perché non l'hai ascoltata, preferendo prostituirti per un piatto di lenticchie tecnologiche? E dov'è tuo fratello, quella splendida creatura che invano ti ha cercato con gli occhi, per anni ed anni? Che tu, tutto preso nelle tue guerre di conquista, hai impunemente ignorato, lasciandolo solo con le sue angosce, le sue paure infinite.
A quarant'anni questi pensieri diventano impetuosi, come un fiume in piena. E' tutto sottosopra, ti accorgi che hai costruito una scenografia che non ti appartiene, che ti impedisce persino di respirare. Ti crolla tutto sopra la testa, le macerie di una vita di cartapesta, pesanti come l'intero universo. Non ti interessa più nulla di quello che ti sembrava importante fino a pochi mesi prima, hai solo voglia di stare da solo, di imprecare, di piangere. Forse anche di morire. Senti che da solo non puoi farcela, chiedi aiuto e l'aiuto arriva, sotto forma di pasticche e gocce della felicità. 
E inizia una lenta, lunga e dolorosissima risalita. Ti rialzi, spesso cadi rovinosamente, spesso la vita ti molla dei ceffoni che ti fanno tornare al punto di partenza, come in un drammatico ed impazzito gioco dell'oca. Ma ora hai un obiettivo, devi rimediare agli errori che hai commesso, devi ricostruire dove prima sei passato con furia distruttrice. E non è facile, le persone diffidano di te, giustamente. Chissà cosa deve aver pensato tuo fratello quando in lacrime lo hai abbracciato, chiedendogli perdono e dicendogli che gli vuoi bene e che non lo avresti abbandonato per nessuna ragione al mondo? Perché anche le persone handicappate hanno una vita interiore, dei sentimenti belli e purissimi. E quando li ferisci soffrono come soffriamo noi, anzi molto di più. 
Ma non riesci a farti perdonare. Per quanti sforzi tu faccia, l'amore che lui ti da è incommensurabilmente superiore a quello che tenti di dare, non c'è partita: le persone con handicap sono amore allo stato puro. E lo stato puro non è mai normale.
A cinquant'anni i nodi che vengono al pettine inizi a toccarli con mano. Sono cambiali scadute e tu sei in attesa che da un momento all'altro arrivi l'ufficiale giudiziario. Ma non hai più paura, aspetti senza alzare il capo, come chi è oramai rassegnato al proprio destino. Vivi alla giornata, senza fare alcun progetto, nascondi la testa nella sabbia. Sai che di più non puoi fare e aspetti che gli eventi accadano. Sperando di trovare la forza che non hai. Sperando che qualcuno venga a portar via dal tuo Getsemani le croci della tua mente.

24/01/12

Mio fratello. Mio figlio.

Cara zia Cicci, ora so quello che provavi quando tuo fratello, mio padre, usciva di casa. Lo guardavi dietro i vetri della finestra, finché la sua sagoma non svaniva, nascosta tra i pioppi di viale dell'università. E quando sapevi di non poterlo vedere per diversi giorni, calde lacrime solcavano le tue guance. Dicevano che eri esagerata, che eri troppo attaccata al tuo fratellino. Ma tu non eri solo la sorella più grande: come una mamma lo hai curato quando vostra madre è venuta a mancare. E quando anche nonno Amilcare, tuo padre, morì di crepacuore per la perdita della moglie adorata, lo amasti come un figlio, più di un figlio. Perché decidere di essere madre di chi non ti è figlio è il più grande atto d'amore che l'universo intero possa contemplare.
A distanza di quaranta anni, oggi che non ci sei più, rivivo i tuoi stessi pensieri: anche io piango se non vedo mio fratello per troppo tempo e quando vado a casa dei miei lo riempio di baci, di abbracci e di coccole. Gli dico un sacco di bugie: che Gesù lo protegge, che è un libero professionista, che l'estate dura tanto e l'inverno svanisce solo dopo pochi giorni. Perché Andrea odia l'inverno ed odia Roma. Misere bugie cui forse non crede nemmeno lui, ma che lo rassicurano, lo tranquillizzano. Ed io con lui.
Cara zia Cicci, un destino ci accomuna: mi hai insegnato che si può amare un fratello come se fosse un figlio. Ma io sono stato più fortunato di te. Tuo fratello, mio padre, è cresciuto, è andato per la sua strada. Hai dovuto subire il dolore di una sacrosanta lontananza. Mio fratello, tuo nipote, non crescerà mai, sarà il mio cucciolo per sempre, almeno finché mi sarà dato vivere. E il dolore si trasforma in gioia. E le lacrime diventano sorriso.

09/01/12

Articolo 18

Io vorrei dire al Professor Monti, al Professor Ichino e alla professoressa Fornero che è facile dispensare consigli sulla flessibilità del lavoro quando si guadagnano decine di migliaia di inflessibili Euro al mese. Noi non abbiamo avuto la fortuna di nascere in famiglie che potevano permettersi di farci studiare alla "Bocconi" o nei college inglesi ed americani (vero professor Monti?). Non abbiamo in tasca nemmeno una tessera di partito, che ci potrebbe consentire di fare rapide carriere universitarie e ci farebbe piovere sulla testa consulenze a sei zeri (vero professor Ichino?).
La mia generazione, quella dei cinquantenni, è stata particolarmente sfortunata: siamo nati carne e volete a tutti i costi farci morire pesce. Sì, perché noi abbiamo iniziato a lavorare nei mitici anni ottanta, quelli della Milano da bere e della Roma da "magnare". Siamo stati assunti per andare a fatturare dai clienti, a decine: perché in quei tempi di gare d'appalto non si parlava ed un progetto cui bastavano cinque o sei persone, veniva venduto con decine e decine di consulenti a corredo.
Poi, con la fine della prima repubblica ed il passaggio dal "magna-magna" al "bunga-bunga" si è rotto il giocattolo. Improvvisamente quelli che erano considerati veri e propri "guru" sono diventati un mero centro di costo per le aziende che li avevano assunti. Se nel 1992 facevo riunioni con i più alti dirigenti di enti pubblici e parastatali, dieci anni dopo mi sono ridotto a fare i salvataggi su nastri dei dati applicativi. A oltre cento chilometri da casa.
I più giovani di voi tra i 23 lettori del mio blog, mi considereranno sicuramente un privilegiato, perché comunque un posto ce l'ho, con relativo stipendio addebitato sul conto corrente. Ma non è questione di fortuna: io ho un lavoro a tempo indeterminato perché in Italia c'è ancora l'articolo 18 dello statuto dei lavoratori, che non permette alle imprese di licenziare i lavoratori in maniera creativa.
Cari professori, se domani toglierete o modificherete l'articolo 18, farete lo stesso errore commesso da Ciampi, D'Alema e Tiziano Treu venti anni fa: darete agli imprenditori una pistola col colpo in canna e già puntata sulle nostre tempie. Perché alla favola degli ammortizzatori sociali ci credono soltanto Bonanni ed Angeletti. Togliendo l'articolo 18 si metteranno in mezzo alla strada tutti quei lavoratori che oggi hanno 50 anni, che nessuno vuole più e che hanno famiglia e mutuo a carico. E con loro verranno gettati al macero anche i loro figli e la possibilità di dargli un futuro migliore.
Ma fate attenzione, cari professori. Un ragazzo precario può sempre andare all'estero per far valere i propri meriti. Un cinquantenne che perde lavoro, casa e dignità non va da nessuna parte. Si piazzerà davanti alle vostre case, a muso duro. Vi chiederà conto di tutto, anche delle colpe non vostre perché ereditate da altri. E vi assicuro che non sarà affatto flessibile.