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Ieri, oggi e domani

Arrivare alla fine dell'anno invoglia alla tentazione dei bilanci. Se poi ci si arriva con l'età tonda dei 50 diventa quasi un obbligo morale. Ma io odio fare i bilanci, perché - maledizione - li so fare benissimo. Sono il re dei bilanci, li viviseziono come un chirurgo con il suo bisturi. Con mano ferma, sicura e netta. Quando c'è da fare a pezzi la mia vita non temo rivali. 
Potrei arrivare a calcolare un numero indice che misuri il grado di fallimento esistenziale con una approssimazione pari al 95%. Ma a che servirebbe? Questo mio accanimento terapeutico mi ridarebbe i 20 anni? Mi aiuterebbe a smussare gli angoli acuti del mio spigolosissimo carattere? Certo che no.
E ho anche un'altra certezza: non tornerei indietro nemmeno se mi costringessero con un forcone. Perché se sono quel che sono lo devo al mio passato, al mio "yesterday", in cui tutti i "troubles" erano vicinissimi. Niente passato, dunque. Ma nemmeno il futuro: è un film che si srotola nella mente con una trama fin troppo chiara e poco rassicurante. Quindi sono costretto a vivere, mio malgrado, nel presente, facendo finta di aver dimenticato quello che sono stato ed impegnandomi a non pianificare il futuro. Una gabbia reale, un vivere giorno dopo giorno senza incubi e senza sogni. Fortunati voi che vivete al caldo di dolci ricordi o nel vento impetuoso dei progetti: il mio sogno è vivere in un oggi senza fine, nella illusione di poter fermare il tempo. Ma il tempo è una roba banale: se ne frega di me, del mio ieri e del mio domani. Va avanti come un cavallo stanco e con i paraocchi. Indolente. Incurante. Inesorabile.

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