Questo blog è dedicato alla professoressa di letteratura italiana e latina, Loredana Rossi Molinaro, donna di grandissima cultura ed infinita umanità.

18/09/11

La tempesta

Quando si è ridotti male come lo sono io qualunque cosa, anche la più infinitesimale, può diventare una gioia immensa, o quantomeno un sollievo duraturo. In fondo, quando si muore di fame, anche una briciola di pane raffermo diventa il piatto più prelibato, una pietanza da assaporare a lungo, come se fosse il boccone del re.
Non lo dico per vantarmi ma la mia vita fa alquanto schifo ed è quasi tutto merito mio. Modestamente ho avuto il merito di scegliere un lavoro che proprio non fa per me, in cui devi essere sempre competitivo, menefreghista, cinico e spesso anche baro. No, non faccio il croupier; faccio il sistemista in una grande azienda informatica. Che poi a me non dispiace l'informatica, anzi credo di esserci anche portato. Non riesco a raccontare cazzate ai clienti, ai capi ed ai colleghi. E quando provo a tirare il coltello alla schiena di qualcuno, alla fine la schiena è sempre la mia. Insomma sono troppo coglione per fare il sistemista.
E nemmeno posso consolarmi troppo con la salute: ho un padre ottuagenario ed infartuato; una madre diabetica, semi-cieca e con sei bypass coronarici cuciti addosso; un fratello con ritardo psichico ed invalido al 100% ma che comunque è di gran lunga la persona più equilibrata di tutta la compagnia.
C'è gente che si è sparata per molto meno e se io ancora non l'ho fatto è perché sono troppo pigro e depresso per iniziare la trafila per prendere il porto d'armi.
Potete facilmente intuire come la mattina per me non abbia proprio l'oro in bocca né che mi alzi canticchiando la celeberrima canzone dei sette nani "Andiam, andiam! Andiamo a lavorar!". Diciamo che io e le preoccupazioni abbiamo stretto un bel sodalizio e che, solidali, andiamo in giro insieme tutto il giorno.
Ho voluto fare questa lunga e deprimente premessa affinché non mi sputiate in faccia per quanto sto per scrivere: mi manca l'ospedale.
Si avete capito bene, mi mancano le settimane di ricovero ospedaliero. Passati i primi giorni con i dolori, la mia degenza è diventata un piccolo rifugio, un oasi in cui non ero io che mi preoccupavo per gli altri, ma erano gli altri a preoccuparsi per me. Io ero un paziente ammalato e avevo il diritto sacrosanto di pensare solo a me stesso: ed è una sensazione meravigliosa.
Niente più problemi sul lavoro, niente rate del mutuo, insomma niente di niente. Ero io, io e poi ancora io e devo dire che riuscivo anche ad andarmi a genio.
Certo, voi che avete una vita tranquilla non riuscirete a capire, anzi mi biasimerete. Voi che potete permettervi il lusso di non pensare più a niente una volta che infilate i piedi nelle pantofole quando arrivate a casa avrete sicuramente qualcosa da ridire. E io non pretendo affatto che mi capiate, anzi non ve lo auguro per niente. Voglio solo che sappiate che c'è qualcuno che nella vita riesce a rimpiangere persino l'ospedale. E che non è un matto o un maniaco autolesionista. E' solo qualcuno che è in mezzo ad una tempesta e sta cercando rifugio da qualche parte. In attesa che la tempesta passi, se mai passerà.