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La manovra che vorremmo



La crisi economica che sta colpendo tutti i paesi maggiormente industrializzati non nasce ieri. E' il frutto delle utopie malate del capitalismo, della concezione fallace che il mercato sia ad espansione infinita e che, appunto, solo la crescita costante del PIL possa effettivamente certificare lo stato di salute di un'economia.
Gli stati europei e nordamericani hanno rincorso questi spettri fino al parossismo. Le aziende sono state incentivate a mettere sul mercato ogni tipo di prodotti, indipendentemente dal reale fabbisogno. E quindi hanno iniziato ad indebitarsi, ad esporsi in maniera sempre più importante nei confronti degli istituti di credito. Ma anche questi sono aziende come le altre e, per alimentare il Moloch del PIL, hanno dapprima concesso sempre più crediti e poi hanno iniziato a vendere il credito, generando un vortice di incertezza e di debito da cui è stato impossibile venirne fuori.
Da una situazione di siffatta gravità e complessità non si esce con provvedimenti "una-tantum", con azioni sporadiche, slegate e spesso in netta contraddizione tra loro. Non serve "una" patrimoniale, serve un ripensamento generalizzato del concetto di crescita, di economia e, non ultimo, di politica.
Innanzi tutto va precisato che nessuna di queste nozioni può esistere disgiunta dall'etica sociale. Nessun fine è al di sopra del rispetto della dignità dell'uomo, della sua libertà e delle sue inalienabili necessità. Nessun credo politico, filosofico od economico può avallare l'idea che le ricchezze di un paese siano in mano ad un gruppo ristrettissimo di persone, senza alcuna redistribuzione del reddito.
E questa distribuzione non può fermarsi nell'ambito ristretto di nazione e nemmeno in quella di continente. Siamo ormai cittadini di un unico pianeta strettamente interlacciato: le povertà di alcuni sono le povertà di tutto il mondo. Possono sembrare ragionamenti astratti ma sono invece quelli che concretamente permettono di inquadrare la situazione economica nella sua interezza e quindi di trovare linee guida più efficaci.
Innanzi tutto occorre eliminare il debito pubblico che è arrivato a livelli ormai difficilmente sostenibili. La via più facile è quella di smantellare lo stato sociale (scuole, sanità e servizi socialmente utili) e svendere i patrimoni demaniali ed immobiliari dello stato. In buona sostanza si cerca di tagliare il cordone delle uscite ma, così facendo, non si uccide solamente il virus: si ammazza anche l'ammalato.
Più difficile, ma assai più efficace, dovrebbe essere l'azione di incremento delle entrate e uno stato ha solo un modo di aumentare questo gettito: agire sull'erario. Il che non vuol dire necessariamente aumentare le tasse, anzi, questo è il sistema meno efficiente. La cosa più immediata da fare è la lotta all'evasione fiscale: la classe politica deve porre in essere tutti quegli strumenti fiscali e giuridici atti ad aumentare la capacità di controllo delle entrate. Inoltre deve assicurare agli enti preposti al controllo (ad es. la Guardia di Finanza, Polizia, etc.) le possibilità di poter bene operare. Non occorrono anni per fare tutto questo: con un minimo di tracciabilità del denaro, con un attento controllo incrociato delle banche dati fiscali, oggi gestite in maniera disaggregata da enti pubblici ed istituti privati, nel giro di un anno si potrebbero recuperare percentuali significative del debito pubblico.
Altra grande fonte di risparmio si può ottenere richiamando in patria i contingenti militari che partecipano alle missioni all'estero. Quasi sempre sono missioni che nulla hanno a che fare con la pace e costano un prezzo altissimo in termini di vite umane.
Non ultimo va citato il capitolo degli sprechi: i costi della politica sono lievitati in questi ultimi venti anni, di pari passo con la corruttela ed il malaffare. Abolizione degli enti inutili ai più, ma utilissimi per i politici che non sono stati eletti; diminuzione del numero dei membri dei consigli comunali e regionali; dei sottosegretari ministeriali e delle commissioni parlamentari; eliminazione dei benefit dei parlamentari (ristorante e barbiere a prezzi infinitesimali, biglietti aerei gratuiti non per viaggi isitituzionali, auto blu e quant'altro); rimodulazione degli stipendi dei parlamentari italiani ed europei, dei ministri e sottosegretari, dei presidenti delle regioni, dei membri del cda di enti pubblici, allineandoli con la più bassa qualifica di dirigente pubblico; eliminazione di doppi incarichi politici; abolizione del finanziamento pubblico dei partiti e dei giornali; abolizione delle figura notarile ed accorpamento delle sue funzioni nelle segreterie comunali; privatizzazione dell'ENI, ENEL, PosteItaliane ed ACEA; snellire la burocrazia in modo da rendere le azioni dello stato efficaci e tempestive; possibilità di licenziare immediatamente i lavoratori che si rendono assenti ingiustificati nei pubblici uffici o che il cui comportamento morale li renda incompatibili allo svolgimento delle funzioni. Si potrebbe continuare all'infinito ma quello che preme sottolineare è che tutte queste modifiche possono essere varate all'istante senza alcuna modifica costituzionale.
In aggiunta a tutto questo si possono adottare provvedimenti "una-tantum", come patrimoniali ad hoc che, senza i primi, avrebbero solo l'aria di maxi condoni, inefficaci e di facciata. 
E poi occorre iniziare una serie di attività a medio-lungo periodo che fanno capire agli investitori stranieri che la manovra si inserisce in una riforma strutturale di più ampio respiro. E' necessario, ad esempio, mettere mano alla Costituzione per eliminare le provincie ed i comuni sotto i 2000 abitanti e per eliminare una delle due Camere.
Una classe politica moralmente degna dell'alto ruolo che la investe non avrebbe avuto difficoltà a varare una manovra del genere, avrebbe dato un immagine di correttezza, serietà e concretezza che sicuramente avrebbe giovato nell'immediato. Purtroppo, e non da oggi, siamo in mano ad un gruppo di speculatori privi di scrupoli ed assolutamente inadeguati a condurre un paese fuori da questi mari perigliosi. Dunque non rimane che una speranza di uscirne vivi: che questa triste accozzaglia di guitti se ne vada al più presto, di sua spontanea volontà od altrimenti indotta. E' finito il tempo delle vacche grasse: il nostro paese non può più permettersi di pagare l'alto costo dell'immoralità.

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