Questo blog è dedicato alla professoressa di letteratura italiana e latina, Loredana Rossi Molinaro, donna di grandissima cultura ed infinita umanità.

30/09/11

Oltre la rete

Le ultime proteste organizzate dalla "rete" hanno avuto un ottimo riscontro informatico ma hanno lasciato le piazze semi deserte. Addirittura il presidio del Popolo Viola, davanti a Montecitorio, è venuto quasi alle mani con quello dei precari, in un'evidentemente difficile coabitazione.
Molti si sono affrettati nel decretare il "de profundis" della protesta su internet, mettendo a confronto queste ultime manifestazioni con quelle, a dir vero oceaniche, organizzate dalla CGIL e dal PD circa un anno fa. Cosa succede dunque? E' assuefazione da indignazione oppure i partiti e le organizzazioni sindacali si stanno prendendo la rivincita sulla cosiddetta "società civile"?
Il fenomeno è assai più complesso e sfaccettato. Probabilmente si sta passando da una prima fase di indignazione pura, in cui basta il semplice tam-tam informatico per fare scendere in piazza la gente, ad una seconda fase di ancora difficile individuazione.
Si inizia ad avvertire l'esigenza di una fase costruttiva rispetto a quella puramente distruttiva della protesta. Le persone stanno cercando delle strutture di riferimento per iniziare una nuova era, in cui fondare i presupposti di una repubblica più giusta e democratica. Il problema è che, al momento, non vi sono realtà politiche e sociali in grado di soddisfare questa esigenza. C'è una vacanza rappresentativa che, se da una parte lascia nella panchina di internet la maggioranza degli "indignati", potrebbe portare a forme estreme ed incontrollabili di protesta, niente affatto virtuale.
Se la situazione socio-economica del nostro paese non accennerà a migliorare nei prossimi mesi, e tutti gli indicatori purtroppo avvalorano questa triste ipotesi, si potrà assistere a scenari di violenza sociale da parte di tutte quelle persone che non avranno più niente da perdere, perché avranno perso tutto: i risparmi, la pensione, il lavoro. E non basteranno più i post su Twitter o Facebook per placare la loro sete di vendetta. Insomma potrebbe essere questa la classica fase della quiete prima della tempesta.
Farebbero bene le forze politiche e sociali a riflettere attentamente su questo scenario, perché queste sono le fasi in cui iniziano le rivoluzioni. E le rivoluzioni si sa dove iniziano, ma mai si conosce dove andranno a finire.

28/09/11

Scherza con i santi

Quelli della CEI non sono dei venditori di noccioline. Il Cardinal Bagnasco, presidente della Conferenza Episcopale Italiana, è praticamente il Primo Ministro del Vaticano e difficilmente parla a vanvera. In realtà è il vero deus ex machina del Vaticano, visto che il Papa conta nel potere ecclesiastico quanto il nostro Presidente della Repubblica. In genere la CEI si occupa dei rapporti tra lo Stato Italiano e la Chiesa entrando spesso a gamba tesa sulle decisioni dei governi italiani, teoricamente laici, ma assai più prudentemente attenti ad assecondare i voleri dei cardinali italiani. Qui da noi si vince col voto dei cattolici e quindi nessun governo osa mettersi di traverso alla CEI. 
In tutti questi anni di feudo berlusconiano, il Vaticano si è ben guardato dallo stigmatizzare le scelte del ras di Arcore. I cardinali si sono spesso girati dall'altra parte della riva del Tevere, turandosi il naso e le orecchie. Perché Berlusconi, come il suo degno predecessore di Predappio, è stato considerato come l'uomo della provvidenza, il politico che toglie alle scuole pubbliche per dare agli istituti scolastici religiosi.
Tutto questo è stato vero fino l'altro ieri, quando il cardinal Bagnasco ha tuonato contro i comportamenti turpi e  lascivi di chi ricopre cariche pubbliche. Ora, nonostante i miseri tentativi di depistaggio e minimizzazione della servitù berlusconiana, è parso a tutti evidente come gli strali della CEI fossero rivolti al cavalier Silvio Berlusconi. Cos'è successo quindi ai cardinali romani? Sono stati improvvisamente pervasi dalla divina provvidenza che li ha illuminati sulle qualità umane e politiche del nano di Arcore? Dopo solo quattordici anni di regno indiscusso ed ignobile?
Una spiegazione potrebbe essere che le ultime intercettazioni "baresi" abbiano travalicato l'ultimo livello della decenza e del pudore, ma, a pensarci bene, anche lo scandalo di Ruby Rubacuori era roba da far drizzare il pelo persino a Don Abbondio. Come mai allora la CEI non intervenne? E come mai ora sì.
Al solito non si tratta di morale ma sempre e solo di vil denaro. C'è di mezzo la finanziaria e questa manovra va a toccare probabilmente gli interessi economici su cui si fonda il potere della Chiesa: la patrimoniale, l'ICI ai finti luoghi di culto e magari anche una sbirciatina nei paradisi fiscali dove qualche banchiere di dio ha disinvoltamente appoggiato denaro. Scherza con le mignotte, ma lascia stare i soldi: questo sembra essere il vero monito di Bagnasco e della CEI.
Sta di fatto che Berlusconi oggi appare più isolato che mai, ostaggio della Lega Nord e di qualche pappone del sud. Il maggiordomo di corte, alias Gianni Letta, in queste ore sta correndo con la lingua di fuori tra i corridoi del Vaticano, nel tentativo assai disperato di ricucire uno strappo assai duro da rammendare. Prometterà mari e monti perché sa che dichiarare guerra al Vaticano equivale alla Stalingrado per Hitler. Vedremo cosa succederà nelle prossime ore: la sensazione è che Berlusconi si stia giocando il tutto per tutto e che abbia in mano quattro scartini.

24/09/11

Quando morirà Berlusconi

E' del tutto evidente che Berlusconi è un losco puttaniere prestato alla politica. Non c'era nemmeno bisogno delle intercettazioni per capirlo: solo un popolo ormai assuefatto al peggio come siamo noi italiani poteva non accorgersene ed anzi dargli così tanta fiducia da eleggerlo Presidente del Consiglio.
E cosa può fare un puttaniere se non circondarsi di suoi degni pari: massoni deviati, analfabeti, mafiosi e camorristi. Ma tutti quanti con un minimo comune multiplo: essere ricattati, così da potersi assicurare appoggi e consensi.
Ma se il presente è orribile, il futuro della nostra repubblica mette ancora più paura. Supponiamo che domani Berlusconi muoia o si dimetta: il Partito delle Libertà si scioglierà dopo nemmeno un secondo, come neve al sole. Come il fascismo dopo il 25 luglio 1943. E allora chi potrà prendere in mano le sorti italiche? Fini e Casini, che fino a ieri l'altro hanno inzuppato il pane nel piatto di lenticchie che gli ha offerto Berlusconi? La Lega, il cui esponente di maggior cultura è il figlio di Bossi, detto "Il trota", animale certamente non noto per la sua intelligenza? D'Alema e Fassino, scalatori falliti di Banche (fallite anch'esse), fautori della TAV ed inizialmente favorevoli alla privatizzazione dell'acqua (salvo poi fare dietro-front di fronte alla massiccia levata di scudi popolare)? O la sinistra radicale, divisa in mille rivoli l'un contro gli altri armati? 
Qui si rischia che, morto (politicamente e non) Berlusconi, il Vaticano diventi l'unica autorità politica in grado di amministrare il paese, come avvenne allo sfaldarsi dell'Impero Romano. E come allora ci troveremmo di nuovo nel più oscuro e triste medio evo.
A dire il vero anche la Confindustria sta preparandosi il terreno per subentrare alla moribonda classe politica. Cordero di Montezemolo ha creato una fondazione che ha tutta l'aria di un movimento politico pronto ad entrare in campo. Ma come fidarsi di imprenditori che, in tempi di vacche grasse, si sono intascati tutti i profitti derivati dal lavoro della loro manodopera e, in tempi di vacche magre, hanno scaricato il rischio di impresa sullo stato sociale, passando dal liberismo selvaggio alla rivalutazione di Keynes.
Restano i movimenti spontanei, espressioni della cosiddetta società civile, come il "Popolo Viola", "Il Movimento 5 Stelle" e "Per il Bene Comune": gente perbene che si è stancata di vivere in un paese governato da lestofanti. Ma avranno la capacita di organizzarsi e, soprattutto, avranno l'esperienza e la sagacia per non diventare strumento di poteri altrui?
Storicamente, in questi momenti di estrema debolezza istituzionale, nascono e prosperano le dittature: cambiano nelle forme e nelle modalità di acquisizione del potere ma pur sempre di dittature si tratta. La tentazione di avere al comando un uomo forte, che sappia mettere a posto il paese, aumenta in maniera esponenziale tutte le volte in cui regna la confusione e la paura. Tutte le volte che le istituzioni vengono svilite, messe alla berlina e vilipese. 
Quando Berlusconi morirà (politicamente e non) dovremo smettere di festeggiare molto presto, dovremo tenere gli occhi bene aperti e l'udito allerta. Nella speranza di non dover salire di nuovo sui monti. Col fucile a tracolla.

18/09/11

La tempesta

Quando si è ridotti male come lo sono io qualunque cosa, anche la più infinitesimale, può diventare una gioia immensa, o quantomeno un sollievo duraturo. In fondo, quando si muore di fame, anche una briciola di pane raffermo diventa il piatto più prelibato, una pietanza da assaporare a lungo, come se fosse il boccone del re.
Non lo dico per vantarmi ma la mia vita fa alquanto schifo ed è quasi tutto merito mio. Modestamente ho avuto il merito di scegliere un lavoro che proprio non fa per me, in cui devi essere sempre competitivo, menefreghista, cinico e spesso anche baro. No, non faccio il croupier; faccio il sistemista in una grande azienda informatica. Che poi a me non dispiace l'informatica, anzi credo di esserci anche portato. Non riesco a raccontare cazzate ai clienti, ai capi ed ai colleghi. E quando provo a tirare il coltello alla schiena di qualcuno, alla fine la schiena è sempre la mia. Insomma sono troppo coglione per fare il sistemista.
E nemmeno posso consolarmi troppo con la salute: ho un padre ottuagenario ed infartuato; una madre diabetica, semi-cieca e con sei bypass coronarici cuciti addosso; un fratello con ritardo psichico ed invalido al 100% ma che comunque è di gran lunga la persona più equilibrata di tutta la compagnia.
C'è gente che si è sparata per molto meno e se io ancora non l'ho fatto è perché sono troppo pigro e depresso per iniziare la trafila per prendere il porto d'armi.
Potete facilmente intuire come la mattina per me non abbia proprio l'oro in bocca né che mi alzi canticchiando la celeberrima canzone dei sette nani "Andiam, andiam! Andiamo a lavorar!". Diciamo che io e le preoccupazioni abbiamo stretto un bel sodalizio e che, solidali, andiamo in giro insieme tutto il giorno.
Ho voluto fare questa lunga e deprimente premessa affinché non mi sputiate in faccia per quanto sto per scrivere: mi manca l'ospedale.
Si avete capito bene, mi mancano le settimane di ricovero ospedaliero. Passati i primi giorni con i dolori, la mia degenza è diventata un piccolo rifugio, un oasi in cui non ero io che mi preoccupavo per gli altri, ma erano gli altri a preoccuparsi per me. Io ero un paziente ammalato e avevo il diritto sacrosanto di pensare solo a me stesso: ed è una sensazione meravigliosa.
Niente più problemi sul lavoro, niente rate del mutuo, insomma niente di niente. Ero io, io e poi ancora io e devo dire che riuscivo anche ad andarmi a genio.
Certo, voi che avete una vita tranquilla non riuscirete a capire, anzi mi biasimerete. Voi che potete permettervi il lusso di non pensare più a niente una volta che infilate i piedi nelle pantofole quando arrivate a casa avrete sicuramente qualcosa da ridire. E io non pretendo affatto che mi capiate, anzi non ve lo auguro per niente. Voglio solo che sappiate che c'è qualcuno che nella vita riesce a rimpiangere persino l'ospedale. E che non è un matto o un maniaco autolesionista. E' solo qualcuno che è in mezzo ad una tempesta e sta cercando rifugio da qualche parte. In attesa che la tempesta passi, se mai passerà.

11/09/11

Il mestiere di vivere

Sapete che vi dico? Che soffro di depressione. E non da ieri o ieri l'altro. Come mai? Vorrei saperlo anche io. Forse perché ne hanno sofferto mia zia e mio padre (all'epoca si chiamava esaurimento nervoso). Forse perché ho un meraviglioso fratello affetto da oligofrenia (ritardo mentale) di cui un giorno dovrò occuparmene a tempo pieno. Ad avercelo il tempo, visti gli orari di lavoro. Forse perché dal 2002 la azienda per cui lavoro ha cercato di indurmi al licenziamento svariate volte, offrendomi 30 denari. Perché le aziende "a la page" non licenziano, ti invitano ad andartene con una buonuscita che andrebbe bene se trovassi un nuovo lavoro dopodomani. Peccato che in Italia (e nel resto del mondo) a 40 anni sei un lavoratore obsoleto.
Nel frattempo, per sopravvivere, ho iniziato ad ingurgitare antidepressivi: fanno bene, come no. Però mi hanno fatto venire il glaucoma, l'ipertensione ed il fegato gonfio come una zampogna. Dunque ho smesso di prenderne e per di più all'improvviso, cosa sconsigliata in qualunque testo di psichiatria. Ma quando devi operarti e stai un mese all'ospedale non si può andare per il sottile: ti danno quello che serve alla sopravvivenza, il resto è un lusso che non puoi permetterti.
Quindi ora sono qui, con la voglia di distruggere i mobili di casa per il nervosismo, l'umore nero di chi vede il domani come una fonte inesauribile di sventure ed il senso di colpa di chi si rende conto che sta rovinando l'esistenza alle persone che gli sono accanto. Alcune meritevoli dell'amore più profondo e della gratitudine più immensa.
Perché lo scrivo? Vorrei dire le solite frasi che fanno belli gli scrittori dei blogger: "Lo faccio per condividere con gli altri le mie esperienze" ed altre cazzate simili. In realtà scrivo perché sono preoccupato e scrivere al momento è l'unica cosa che mi aiuta ad uscire da questo vortice di sensazioni terrifiche. Lo faccio perché ho paura di affrontare il mondo con le mie scarsissime forze e questo foglio di carta virtuale mi aiuta ad esorcizzare i mostri della mia mente per qualche minuto.
Come andrà a finire? E chi lo sa. Potrei uscirne fuori da solo o buttarmi nell'ex biondo Tevere. O forse so benissimo come andrà a finire, perché ho imparato a conoscere le mie spade di Damocle trenta anni fa. E non c'è tortura peggiore che conoscere per filo e per segno quale sarà il proprio destino.

06/09/11

La manovra che vorremmo



La crisi economica che sta colpendo tutti i paesi maggiormente industrializzati non nasce ieri. E' il frutto delle utopie malate del capitalismo, della concezione fallace che il mercato sia ad espansione infinita e che, appunto, solo la crescita costante del PIL possa effettivamente certificare lo stato di salute di un'economia.
Gli stati europei e nordamericani hanno rincorso questi spettri fino al parossismo. Le aziende sono state incentivate a mettere sul mercato ogni tipo di prodotti, indipendentemente dal reale fabbisogno. E quindi hanno iniziato ad indebitarsi, ad esporsi in maniera sempre più importante nei confronti degli istituti di credito. Ma anche questi sono aziende come le altre e, per alimentare il Moloch del PIL, hanno dapprima concesso sempre più crediti e poi hanno iniziato a vendere il credito, generando un vortice di incertezza e di debito da cui è stato impossibile venirne fuori.
Da una situazione di siffatta gravità e complessità non si esce con provvedimenti "una-tantum", con azioni sporadiche, slegate e spesso in netta contraddizione tra loro. Non serve "una" patrimoniale, serve un ripensamento generalizzato del concetto di crescita, di economia e, non ultimo, di politica.
Innanzi tutto va precisato che nessuna di queste nozioni può esistere disgiunta dall'etica sociale. Nessun fine è al di sopra del rispetto della dignità dell'uomo, della sua libertà e delle sue inalienabili necessità. Nessun credo politico, filosofico od economico può avallare l'idea che le ricchezze di un paese siano in mano ad un gruppo ristrettissimo di persone, senza alcuna redistribuzione del reddito.
E questa distribuzione non può fermarsi nell'ambito ristretto di nazione e nemmeno in quella di continente. Siamo ormai cittadini di un unico pianeta strettamente interlacciato: le povertà di alcuni sono le povertà di tutto il mondo. Possono sembrare ragionamenti astratti ma sono invece quelli che concretamente permettono di inquadrare la situazione economica nella sua interezza e quindi di trovare linee guida più efficaci.
Innanzi tutto occorre eliminare il debito pubblico che è arrivato a livelli ormai difficilmente sostenibili. La via più facile è quella di smantellare lo stato sociale (scuole, sanità e servizi socialmente utili) e svendere i patrimoni demaniali ed immobiliari dello stato. In buona sostanza si cerca di tagliare il cordone delle uscite ma, così facendo, non si uccide solamente il virus: si ammazza anche l'ammalato.
Più difficile, ma assai più efficace, dovrebbe essere l'azione di incremento delle entrate e uno stato ha solo un modo di aumentare questo gettito: agire sull'erario. Il che non vuol dire necessariamente aumentare le tasse, anzi, questo è il sistema meno efficiente. La cosa più immediata da fare è la lotta all'evasione fiscale: la classe politica deve porre in essere tutti quegli strumenti fiscali e giuridici atti ad aumentare la capacità di controllo delle entrate. Inoltre deve assicurare agli enti preposti al controllo (ad es. la Guardia di Finanza, Polizia, etc.) le possibilità di poter bene operare. Non occorrono anni per fare tutto questo: con un minimo di tracciabilità del denaro, con un attento controllo incrociato delle banche dati fiscali, oggi gestite in maniera disaggregata da enti pubblici ed istituti privati, nel giro di un anno si potrebbero recuperare percentuali significative del debito pubblico.
Altra grande fonte di risparmio si può ottenere richiamando in patria i contingenti militari che partecipano alle missioni all'estero. Quasi sempre sono missioni che nulla hanno a che fare con la pace e costano un prezzo altissimo in termini di vite umane.
Non ultimo va citato il capitolo degli sprechi: i costi della politica sono lievitati in questi ultimi venti anni, di pari passo con la corruttela ed il malaffare. Abolizione degli enti inutili ai più, ma utilissimi per i politici che non sono stati eletti; diminuzione del numero dei membri dei consigli comunali e regionali; dei sottosegretari ministeriali e delle commissioni parlamentari; eliminazione dei benefit dei parlamentari (ristorante e barbiere a prezzi infinitesimali, biglietti aerei gratuiti non per viaggi isitituzionali, auto blu e quant'altro); rimodulazione degli stipendi dei parlamentari italiani ed europei, dei ministri e sottosegretari, dei presidenti delle regioni, dei membri del cda di enti pubblici, allineandoli con la più bassa qualifica di dirigente pubblico; eliminazione di doppi incarichi politici; abolizione del finanziamento pubblico dei partiti e dei giornali; abolizione delle figura notarile ed accorpamento delle sue funzioni nelle segreterie comunali; privatizzazione dell'ENI, ENEL, PosteItaliane ed ACEA; snellire la burocrazia in modo da rendere le azioni dello stato efficaci e tempestive; possibilità di licenziare immediatamente i lavoratori che si rendono assenti ingiustificati nei pubblici uffici o che il cui comportamento morale li renda incompatibili allo svolgimento delle funzioni. Si potrebbe continuare all'infinito ma quello che preme sottolineare è che tutte queste modifiche possono essere varate all'istante senza alcuna modifica costituzionale.
In aggiunta a tutto questo si possono adottare provvedimenti "una-tantum", come patrimoniali ad hoc che, senza i primi, avrebbero solo l'aria di maxi condoni, inefficaci e di facciata. 
E poi occorre iniziare una serie di attività a medio-lungo periodo che fanno capire agli investitori stranieri che la manovra si inserisce in una riforma strutturale di più ampio respiro. E' necessario, ad esempio, mettere mano alla Costituzione per eliminare le provincie ed i comuni sotto i 2000 abitanti e per eliminare una delle due Camere.
Una classe politica moralmente degna dell'alto ruolo che la investe non avrebbe avuto difficoltà a varare una manovra del genere, avrebbe dato un immagine di correttezza, serietà e concretezza che sicuramente avrebbe giovato nell'immediato. Purtroppo, e non da oggi, siamo in mano ad un gruppo di speculatori privi di scrupoli ed assolutamente inadeguati a condurre un paese fuori da questi mari perigliosi. Dunque non rimane che una speranza di uscirne vivi: che questa triste accozzaglia di guitti se ne vada al più presto, di sua spontanea volontà od altrimenti indotta. E' finito il tempo delle vacche grasse: il nostro paese non può più permettersi di pagare l'alto costo dell'immoralità.