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Esistere per resistere

Il 25 aprile di sessantacinque anni fa le forze armate anglo-americane e le brigate partigiane liberavano definitivamente il nostro paese dalla dolorosa dittatura fascista. Un ventennio, quello di Benito Mussolini, costellato di sangue, soprusi ed efferati omicidi. Fu una miserabile dittatura che mandò a morire la migliore gioventù italiana nelle fredde steppe sovietiche, negli aridi deserti africani. E questa infame atrocità non risparmiò neppure le popolazioni civili, le donne, gli anziani ed i bambini: molti di loro perirono sotto le macerie provocate dai bombardamenti o fucilati a causa delle feroci rappresaglie delle SS.
Molti uomini e donne abbandonarono le loro case, gli affetti, il lavoro e le proprie famiglie per combattere il nazi-fascismo dopo la firma dell'armistizio. l'otto settembre del 1943. Furono due anni durissimi, vissuti nei freddi monti e nelle umide campagne del nord Italia, con poche armi, scarse munizioni e senza addestramento militare. Braccati dai "repubblichini" di Salò e dai macellai delle SS, dimenticati per tutto l'inverno del '44 anche dagli alleati, bloccati dalla vigorosa resistenza militare della Wehrmacht, ma anche dai quei generali anglo-americani che non si fidavano di armare un esercito di partigiani, fino a pochi mesi prima nemico e composto in maggioranza da comunisti e socialisti.
Eppure resistettero, ed conquistarono tutte le città occupate dai tedeschi: Napoli, Genova, Milano e tante altre metropoli accolsero l'esercito alleato da città insorte e libere. Il sangue versato dalle unità partigiane fece sì che il trattamento delle potenze vincitrici nei confronti dell'Italia fu assai diverso rispetto a quello riservato alla Germania: eravamo una nazione vinta ma a De Gasperi fu concesso di parlare alla conferenza di pace di Parigi nel 1946. Parlò a nome del Governo Italiano, composto interamente da esponenti antifascisti, politici ed intellettuali che conobbero la durezza dell'esilio, delle carceri e della tortura. E che seppero partorire un capolavoro giuridico che ancora oggi vigila sulla nostra sempre fragile democrazia: la Costituzione della Repubblica Italiana.
Oggi, a distanza di sessantacinque anni, cosa resta dell'esempio e dell'eroismo di quegli uomini e di quelle donne? Siamo forse noi degni del sacrificio di migliaia di giovani di cui non conosciamo nemmeno il nome, che hanno donato il bene più prezioso, la loro vita, per consentirci di vivere in una democrazia, in un paese dove poter esprimere liberamente le nostre opinioni?
A giudicare dall'indegno spettacolo che la classe politica intera sta dando proprio in questi giorni sembra proprio che quelle gesta siano state vane. Stiamo assistendo al progressivo sfaldarsi della democrazia sotto i colpi delle mafie; di un Presidente del Consiglio egoista, arrogante e prepotente; di un'opposizione effimera, collusa e lontana dai bisogni della gente; di una combriccola di giornalisti servili ed accondiscendenti col padrone delle ferriere; di una classe imprenditoriale cinica e codarda, pronta a chiedere soldi alla collettività e mai in grado di ridistribuire i guadagni ai lavoratori.
Ma quegli eroi di sessantacinque anni fa, anche se avessero potuto vedere il declino etico della nostra democrazia, si sarebbero comportati alla stessa maniera: troppo grande era la loro moralità, troppo alto il senso civico. Quei ragazzi andrebbero a morire altre mille volte persino per gente come Bossi e suo figlio, per Borghezio e per tutti coloro che odiano quel che è diverso dal loro stesso egoismo.
Ebbene domani diamo inizio ad una nuova resistenza, contro i ladri ed i farabutti che fanno finta di darsi battaglia in parlamento ed invece si spartiscono le spoglie del nostro paese. Non dobbiamo, per nostra e loro fortuna, imbracciare le armi: basta smettere di girare le spalle ai nostri doveri di cittadini, basta smettere di dare credito a gente che ha fatto della politica una lucrosa rendita.
Riprendiamoci la nostra democrazia, combattiamo la metastasi della corruzione che si è impadronita dei partiti e dei sindacati. Se non vogliamo farlo per la nostra dignità facciamolo almeno per il futuro dei nostri figli.

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