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Guai ai cittadini

C'è poco da scrivere ormai. Ed è difficile mandare via l'indignazione e la rabbia. Proprio questa mattina guardavo un gruppo di anziani in fila davanti allo sportello postale: stavano li, con i loro acciacchi, ma in una coda dignitosa e rispettosa dell'orario di apertura dell'ufficio postale. Sopportavano l'artrosi per poche centinaia di euro. E poi vedo in TV la Polverini e Formigoni che si lamentano della democrazia perché un portaborse non è riuscito, per negligenza e malcostume, a consegnare le firme necessarie per presentare la lista elettorale. Ma che paese è quello che non tollera alcun errore compiuto da semplici cittadini ed invece modifica le leggi affinché un branco di puttanieri, cocainomani e mafiosi possano continuare a vivere di privilegi e prebende alle spalle di noi poveri contribuenti? Non è un paese libero e tanto meno democratico: è un bordello di infimo ordine, sporco ed equivoco.
Ma quello che fa più male è vedere lo svilimento della più alta carica dello stato, diventato ormai lo scriba fariseo di qualunque decreto promulgato dalla cosca di Arcore. Certo, domani fior di giuristi del Partito Democratico ci spiegheranno che l'inquilino in comodato d'uso gratuito del Quirinale non poteva non firmare. Forse avranno ragione ma se io avessi ottanta e passa anni, quaranta dei quali spesi all'interno del Partito Comunista Italiano, piuttosto che firmare la lordura infame del cosiddetto "decreto interpretativo" avrei preferito rassegnare le dimissioni. Perché la patria si serve anche sbattendo la porta in faccia ai mascalzoni ed ai delinquenti. E' questo che dovrebbe fare il Presidente della Repubblica, l'unico vero garante della Costituzione e dell'unità nazionale. Ma come diceva Alessandro Manzoni chi non ha coraggio non se lo può dare. E di coraggio, nell'arco della sua vita, "monsieur travet" Napolitano ne ha esercitato molto poco.

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