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Zia Cicci

Il 31 maggio 1971 ero un bambino che non aveva nemmeno compiuto 10 anni. Anche allora ero poco incline alle smancerie, ma, complice un tepore tipicamente primaverile, sentivo dentro di me un'euforia che difficilmente avevo provato e mai più provai negli anni a seguire. La scuola stava finendo, le interrogazioni erano andate bene e già pregustavo l'inizio della stagione balneare, allo stabilimento "Marechiaro". Tutti gli anni mio padre prendeva in affitto una cabina, un ombrellone ed una sdraio e con la 500 azzurrina zeppa di asciugamano, secchielli e panini col burro e marmellata andavamo nel litorale di Ostia. Stavamo solo mezza giornata, la mattina, e parcheggiavamo l'utilitaria ad un chilometro di distanza dallo stabilimento. Non era una questione di posti liberi, era una delle tante manie di mio padre, abitudinario fino alla psicosi. In quel posto c'era l'ombra ed in anni in cui le macchine non conoscevano i benefici dell'aria condizionata questa scelta aveva una sua logica. Partivamo la mattina presto, io, mio padre e mia madre, ma quell'anno era nato mio fratello e dunque saremmo stati solo io e papà a salpare verso il mare.
Era un bel pomeriggio di sole quel 31 maggio 1971 e stavo uscendo da scuola con gli occhi pieni della gioia di un bambino che corre verso l'estate. Rimasi molto sorpreso quando vidi mio padre fuori ad aspettarmi. La scuola distava solo pochi metri da casa mia, e poi ormai ero "grande", sapevo cavarmela da me. Mio padre mi prese per mano senza aprire bocca ed entrammo dentro la 500 in un silenzio di ghiaccio. Capii immediatamente che era successo qualcosa ma a 10 anni non si è in grado di fare troppe congetture. Dopo qualche secondo mio padre esordì: "Sai, zia Cicci non si è sentita bene, ha avuto degli svenimenti.". Ebbi la conferma della gravità della situazione quando vidi in casa i miei nonni materni, arrivati a Roma dal paese dove vivevano e dove era quasi impossibile sradicarli. Zia Cicci, aveva 51 anni e non aveva figli. Era rimasta orfana di entrambi i genitori appena ventenne e si era occupata del fratellino più piccolo, mio padre, come e più di un figlio. Figuratevi cosa provò quando nacqui io, il suo primo nipote. Non ricordo un solo istante della mia vita fino al 31 maggio 1971 senza la presenza di mia zia. Vedo come se fosse oggi il suo amorevole conforto quando ebbi gli orecchioni: prese una sedia, la mise vicino al letto della mia cameretta e si sedette lì, al buio, senza dire niente, chissà per quanto tempo. Ovviamente non si chiamava Cicci. Il suo nome vero era Vetulia ma sfido qualunque bambino che ha imparato a parlare da poco a pronunciare un nome così difficile. Non so se fui io a chiamarla così per primo ma sta di fatto che per me era Zia Cicci e così rimarrà per sempre. Zia Cicci se ne andò il 31 maggio 1971 senza poter salutare nessuno. Un ictus cerebrale se la portò via. La trovò il marito, zio Armando, riversa in terra priva di sensi, al ritorno dal negozio, vicino al comodino dove c'era il telefono: probabilmente tentò di chiedere aiuto ma non fece in tempo. Così come non feci in tempo io a dirle che le volevo bene, perchè a 10 anni si è troppo bambini e stupidi per accorgersi dell'amore di cui si è circondati.
Ecco, dopo 39 anni voglio riparare e voglio farlo davanti a tutti. Ti voglio bene zia Cicci e grazie per avermi amato come nessun altro bambino al mondo. E quando chiudo gli occhi, prima di addormentarmi, penso sempre che tu prenda una sedia e ti metta seduta accanto a me: perchè anche se oggi ho quasi 49 anni ho ancora tanto bisogno di te.

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