Questo blog è dedicato alla professoressa di letteratura italiana e latina, Loredana Rossi Molinaro, donna di grandissima cultura ed infinita umanità.

28/06/09

La rivoluzione interiore

In questi giorni non si fa altro che parlar di veline, escort e ballerine. Fior di giornalisti, politici, commentatori di ogni razza e colore si stracciano le vesti, inorriditi ed increduli. Ipocriti! E' un millennio che in Italia l'esercizio del potere è gestito in maniera abbietta e meschina. Ma quando le aberrazioni le compiono i signorotti che elargiscono il "panem et circensem" a chi oggi s'indigna, allora è facile girarsi dall'altra parte.
E' troppo semplice addossare a Berlusconi ed al suo popolo delle libertà condizionale tutto il marcio di questo nostro paese. In realtà non ci si vuole rendere conto di una verità desolante: l'Italia è un "non-stato", una "non-democrazia". In poche parole l'Italia non esiste. Non esiste come stato sociale ma non esiste neppure nella nostra coscienza civica.
Nel nostro misero immaginario lo Stato e le sue leggi sono un nemico da imbrogliare: le graduatorie, la meritocrazia, l'equità sociale sono concetti che vanno applicati agli altri e mai a noi stessi. Ci sentiamo tutti al di sopra della legge, più importanti della legge. Noi possiamo prendere il treno senza pagare l'abbonamento, possiamo andare a piangere dal politico di turno per ottenere l'ambita raccomandazione, possiamo commettere abusi edilizi ed evadere le tasse. Ma gli altri, il nostro vicino, il collega d'ufficio o il cugino antipatico no, non ne hanno alcun diritto.
Ecco, Berlusconi è figlio di questo "modus operandi", noi abbiamo generato il mostro con il sonno della nostra ragione. Se veramente vogliamo disfarci delle nefandezze che circondano la nostra amara quotidianità iniziamo tutti a farci un esame di coscienza ed a chiederci se anche noi non abbiamo mai approfittato della vacanza morale perenne che vige nel nostro paese. Scagli la prima pietra chi sente di aver fatto sempre e solo il suo dovere: io non posso certamente farlo ma temo che chi ha già in mano il sasso è di gran lunga peggiore di me.
Oggi serve una nuova rivoluzione, la più difficile, lunga e pericolosa: è quella che passa prima dentro le nostre coscienze. Perchè non si può cambiare un paese se prima non siamo in grado di cambiare noi stessi.

21/06/09

Neda ciao!

Questa mattina mi son svegliato.
Oh Neda ciao!
Neda ciao!
Neda ciao!
Ciao, ciao!
Questa mattina mi son svegliato.
E ti ho vista morir.



E se tu muori da partigiana.
Oh Neda ciao!
Neda ciao!
Neda ciao!
Ciao, ciao!
E se tu muori da partigiana,
noi ti dovremo seppellir.

E seppellire lassù in montagna.
Oh Neda ciao!
Neda ciao!
Neda ciao!
Ciao, ciao!
E seppellire lassù in montagna,
sotto l'ombra di un bel fior.

E le genti che passeranno.
Oh Neda ciao!
Neda ciao!
Neda ciao!
Ciao, ciao!
E le genti che passeranno,
ti diranno "Che bel fior!"

È questo il fiore della partigiana.
Oh Neda ciao!
Neda ciao!
Neda ciao!
Ciao, ciao!
È questo il fiore della partigiana,
morta per la libertà!

01/06/09

Zia Cicci

Il 31 maggio 1971 ero un bambino che non aveva nemmeno compiuto 10 anni. Anche allora ero poco incline alle smancerie, ma, complice un tepore tipicamente primaverile, sentivo dentro di me un'euforia che difficilmente avevo provato e mai più provai negli anni a seguire. La scuola stava finendo, le interrogazioni erano andate bene e già pregustavo l'inizio della stagione balneare, allo stabilimento "Marechiaro". Tutti gli anni mio padre prendeva in affitto una cabina, un ombrellone ed una sdraio e con la 500 azzurrina zeppa di asciugamano, secchielli e panini col burro e marmellata andavamo nel litorale di Ostia. Stavamo solo mezza giornata, la mattina, e parcheggiavamo l'utilitaria ad un chilometro di distanza dallo stabilimento. Non era una questione di posti liberi, era una delle tante manie di mio padre, abitudinario fino alla psicosi. In quel posto c'era l'ombra ed in anni in cui le macchine non conoscevano i benefici dell'aria condizionata questa scelta aveva una sua logica. Partivamo la mattina presto, io, mio padre e mia madre, ma quell'anno era nato mio fratello e dunque saremmo stati solo io e papà a salpare verso il mare.
Era un bel pomeriggio di sole quel 31 maggio 1971 e stavo uscendo da scuola con gli occhi pieni della gioia di un bambino che corre verso l'estate. Rimasi molto sorpreso quando vidi mio padre fuori ad aspettarmi. La scuola distava solo pochi metri da casa mia, e poi ormai ero "grande", sapevo cavarmela da me. Mio padre mi prese per mano senza aprire bocca ed entrammo dentro la 500 in un silenzio di ghiaccio. Capii immediatamente che era successo qualcosa ma a 10 anni non si è in grado di fare troppe congetture. Dopo qualche secondo mio padre esordì: "Sai, zia Cicci non si è sentita bene, ha avuto degli svenimenti.". Ebbi la conferma della gravità della situazione quando vidi in casa i miei nonni materni, arrivati a Roma dal paese dove vivevano e dove era quasi impossibile sradicarli. Zia Cicci, aveva 51 anni e non aveva figli. Era rimasta orfana di entrambi i genitori appena ventenne e si era occupata del fratellino più piccolo, mio padre, come e più di un figlio. Figuratevi cosa provò quando nacqui io, il suo primo nipote. Non ricordo un solo istante della mia vita fino al 31 maggio 1971 senza la presenza di mia zia. Vedo come se fosse oggi il suo amorevole conforto quando ebbi gli orecchioni: prese una sedia, la mise vicino al letto della mia cameretta e si sedette lì, al buio, senza dire niente, chissà per quanto tempo. Ovviamente non si chiamava Cicci. Il suo nome vero era Vetulia ma sfido qualunque bambino che ha imparato a parlare da poco a pronunciare un nome così difficile. Non so se fui io a chiamarla così per primo ma sta di fatto che per me era Zia Cicci e così rimarrà per sempre. Zia Cicci se ne andò il 31 maggio 1971 senza poter salutare nessuno. Un ictus cerebrale se la portò via. La trovò il marito, zio Armando, riversa in terra priva di sensi, al ritorno dal negozio, vicino al comodino dove c'era il telefono: probabilmente tentò di chiedere aiuto ma non fece in tempo. Così come non feci in tempo io a dirle che le volevo bene, perchè a 10 anni si è troppo bambini e stupidi per accorgersi dell'amore di cui si è circondati.
Ecco, dopo 39 anni voglio riparare e voglio farlo davanti a tutti. Ti voglio bene zia Cicci e grazie per avermi amato come nessun altro bambino al mondo. E quando chiudo gli occhi, prima di addormentarmi, penso sempre che tu prenda una sedia e ti metta seduta accanto a me: perchè anche se oggi ho quasi 49 anni ho ancora tanto bisogno di te.