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Florian

Mi chiamo Florian, sono moldavo e non parlo bene la vostra lingua. Ho trentacinque anni, una moglie ed un bambino che vivono a Tiraspol. Sono entrato nel vostro paese tre mesi fa: dovrò pagare 3000 Lei ad un tipo che organizza “trasferimenti” in tutta Europa con i primi soldi che riuscirò a guadagnare. Per questo mi ha preso tutti i documenti e mi ha detto che guarderà da vicino mia moglie e anche mio figlio.
Per me l'Italia vuol dire lavoro: c'è andato mio cugino due anni fa ed ora guadagna bene, ottocento euro al mese. Ha potuto curare sua madre, molto malata, e si è pure fidanzato con una ragazza ucraina che fa la badante a Torino.
Il viaggio è stato brutto, dentro un camion fino a Vienna e in un doppiofondo di un camper fino a Trieste. Qualcuno non c'è la fatta, è morto avvelenato dai gas di scarico: io sono stato fortunato il camion era abbastanza nuovo. A Trieste mi aspettava un bulgaro che mi ha portato in una baracca senza luce ed acqua. Mi ha detto che potevo dormire lì se gli davo cento euro al mese. Gli ho risposto che non avevo un soldo e lui mi ha guardato dentro la borsa, si è preso due maglioni e una camicia e mi ha detto che mi avrebbe preso i soldi che avrei guadagnato. Erano due giorni che non dormivo e non mangiavo, ho abbassato la testa e gli ho detto “Va bene”. Nella baracca, una latrina di trenta metri quadrati, eravamo almeno quindici persone di tutte le nazionalità: tanti bulgari, qualche ucraino e molti moldavi. Tutti ragazzi giovani che dimostravano il doppio della loro età. Uno aveva il braccio fasciato e si lamentava molto. Ho sentito bestemmie in molte lingue quella sera. Ma alle due mi hanno svegliato delle grida forti, delle urla di donna. Ho finto di alzarmi per andare a pisciare ed ho visto cinque uomini ed il bulgaro massacrare di botte una ragazza bellissima.
Lei piangeva, parlava il russo (io un po lo capisco) e pregava di smettere di picchiarla. E invece hanno continuato e poi continuato, e poi continuato finché lei è svenuta. Poi l'hanno caricata su un furgone ed io non l'ho più vista: sono sicuro di questo, perché ragazze così belle non si possono dimenticare.
Alle quattro il bulgaro ci è venuto a svegliare a calci e pugni. Non capivo bene cosa stava succedendo ma ho fatto quello che facevano tutti gli altri. Siamo usciti dalla baracca ed abbiamo cominciato a camminare ai bordi della strada. Dopo qualche minuto ci siamo fermati tutti su una piazzetta. C'era una nebbia fitta: ogni tanto le luci di un camion provavano ad infilarsi in questo muro impalpabile ma poi proseguivano oltre, lasciandoci nella gola il sapore acre del biossido di carbonio che usciva dai tubi di scappamento. Poi sono arrivati dei pulmini e da uno di essi è sceso un tipo vestito bene, un italiano. Ci ha guardato, poi si è girato verso il bulgaro e gli ha detto: “Forse non ci siamo spiegati, ti avevo chiesto quindici manovali e tu mi porti 'sti cazz' e fetienti muort' e suonno?”. E mentre diceva queste cose ha presoi il bulgaro per il bavero del giubbotto ed ha cominciato a sbatterlo addosso al muro. “Devi scusare, capo. Polizia fatto controllo, arrestato molti uomini. Io giuro, capo, io giuro!”. Il bulgaro tremava e non dal freddo. L'italiano smise di scuoterlo, gli assestò una testata che gli spaccò tre denti. "Statt'accuorto, piezz' e mmierda, statt'accuorto!” . Lo lasciò cadere in terra come un sacco di sterco, poi si girò verso di noi e disse: “Trasite vuie, facimme 'mpresso!”. Tutti si alzarono ed iniziarono ad entrare dentro i pulmini. Io cominciai ad avere paura, non volevo entrare, ma uno degli sventurati che erano vicino a me disse: “Munci! Lavoro! Muoviti!”. Cominciò così la mia prima giornata di lavoro, lavoro nero.
Inizialmente sembra che nessuno possa fare il manovale a quindici metri di altezza, col sole che brucia la pelle e la calce che spezza la schiena. Poi ci si abitua, vengono i calli alle mani e la pelle diventa scura. Il mestiere si impara con gli occhi: vedi come si muovono i muratori più anziani e tu fai le stesse cose. Io avevo già fatto qualche piccolo lavoretto in Moldavia, ma non avevo mai costruito un palazzo di cinque piani. E' come passare dalla bicicletta all'aeroplano: in fondo tutti e due si muovono, il problema è come imparare a fermarsi. Avevo iniziato a mettere da parte qualche euro: il bulgaro, dopo il pestaggio, era sparito e nessuno mi ha chiesto i cento euro per l'affitto della topaia in cui dormivo di notte. Forse per voi cento euro sono pochi: noi in Moldavia ci viviamo anche un mese con quella cifra. Spesso sono la sottile linea di demarcazione tra la vita e la morte. E quando li ho spediti a casa ho pensato che finalmente mio figlio può mangiare un po' di carne e crescere sano, robusto. Quando sono stanco e ho voglia di piangere, allora penso che tutto quello che sto facendo lo faccio per il mio bambino. Sogno ad occhi aperti, sogno che ha già ventiquattro anni ed è laureato, magari è ingegnere edile. E costruisce case bellissime, col giardino, e d'estate va in vacanza e nessuno lo scambia per un ladro od uno stupratore solo perché puzza e non ha i soldi, come suo padre. Già, perché lo vedo come mi guardate e sento quello che dite, ma non mi importa niente: io vivo per il mio bambino e per lui posso sopportare tutto.
Ma non bisogna sognare ad occhi aperti quando si cammina sui tetti alti quindici metri. Io non mi sono accorto di niente: ad un certo punto ho visto il mio corpo steso in terra in un lago di sangue. Poi è venuta una macchina a tutta velocità e mi ha caricato dentro. “Meno male!”, mi sono detto: adesso mi portano all'ospedale. Magari non è grave, magari sono solo in coma e poi mi risveglio. Ma non andarono all'ospedale. Portarono il mio corpo in una discarica abusiva, lo gettarono in una fossa e lo ricoprirono di terra e di calce. Io iniziai a gridare, ma nessuno poté vedermi o sentirmi. Rimasi lì, accanto al mio corpo per alcune ore, oppure giorni, non lo so. Poi mi alzai e tornai alla baracca. E tutti i giorni mi alzo alle quattro e mi siedo sul marciapiede della piazzetta: forse qualcuno un giorno riuscirà a vedermi, forse avranno bisogno di un fantasma per finire prima una casa. Io non posso arrendermi perché mi chiamo Florian, ho trentacinque anni ed ho una moglie ed un figlio che mi aspettano a Tiraspol.

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