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Voto a perdere

Poche cose chiedevano gli italiani onesti ad una classe politica sordomuta ed esosa: una riforma elettorale per poter scegliere liberamente il candidato di fiducia; una legge contro i conflitti di interesse che bloccano il nostro paese, imbavagliato da una serie di caste e corporazioni di cui quella berlusconiana è la più visibile ma non la più eclatante; la riduzione dei costi della politica ed, in generale, degli sprechi del carrozzone statale, per poter redistribuire tali risparmi verso le classi sociali più deboli. Invece, in questi pochi mesi di governo Prodi, dobbiamo registrare la legge sull'indulto, che ha consentito ad eminenti uomini politici ed alle loro consorti di risparmiarsi un congruo periodo di riposo forzato nelle patrie galere. E mentre il cartello dei petrolieri tiene in ostaggio la collettività alzando i prezzi dei carburanti a proprio piacimento, dimenticandosi sistematicamente di ridurli quando le quotazioni del greggio iniziano a calare, Bersani si è scatenato contro i tassisti e si è speso, in perfetta armonia col palazzinaro Casini, per riempire le nostre città ed i nostri paesi di inceneritori, senza incentivare in alcun modo la raccolta differenziata dei rifiuti.
Ora siamo chiamati di nuovo alle elezioni, con la stessa legge elettorale che consente ai partiti di inserire nelle proprie liste condannati per reati anche gravi, piduisti e mafiosi. Siamo obbligati ad andare a votare partiti nuovi composti da volti antichi.
Parlando con la gente, alla fermata del tram o in ufficio, due sono le alternative che si ascoltano più frequentemente: la prima consiste nel non andare a votare; la seconda nell'antica prassi di turarsi il naso e votare il meno peggiore, come Montanelli suggeriva ai tempi della DC. Gli italiani non sono affatto stupidi, hanno capito che, con la mossa di Veltroni di correre da solo e con quella più populistica di Berlusconi di fondere FI con AN, votare partiti di dimensioni modeste equivale a fare il gioco degli avversari politici. Sanno anche che l'astensionismo è un grande favore a chi interpreta la cosa pubblica come un affare privato. Ma, ad oggi, quali alternative ci sono e quali obiettivi occorre porsi dentro la cabina elettorale?
Non andare a votare è una cosa riprovevole. Non è solo un diritto, cui si può rinunciare a proprio piacimento. E' un dovere civico, sancito dalla costituzione. Chi si disinteressa delle elezioni manca di rispetto alle centinaia di uomini e di donne che, durante il fascismo e la seconda guerra mondiale, hanno sacrificato la propria vita per la libertà e la democrazia. Chiedete alle madri dei "desaparecidos" argentini, o ai nipoti degli uomini uccisi nei "gulag" se rinuncerebbero ad andare a votare. La nostra generazione, abituata agli agi, considera la democrazia come un dato di fatto, da poter trascurare ma non è affatto così. Basta poco per perderla, un po' di populismo condito con la xenofobia ed il razzismo: ingredienti che sono ben radicati in larghi strati della società italiana e che hanno consentito l'ascesa a Mussolini prima e ad Hitler poi. Chi non va a votare si rende complice della dittatura prossima ventura, strisciante e melliflua, che non ha bisogno di uccidere o di dichiarare guerre, ma che esporta la democrazia con le bombe, che controlla tutti i mezzi di informazione e droga il mercato impedendo la libera concorrenza.
Votare a destra, questa nostra destra italiana "ad personam", tutta incentrata sugli arroganti voleri e sulle laute convenienze del pluri-prescritto Silvio Berlusconi è l'esemplificazione dell'egoismo e della cecità del nostro paese. Sono ormai 14 anni che Berlusconi è sulla scena politica e ha sulle sue spalle almeno due disastrose legislature che hanno distrutto la magistratura ed i conti nazionali, grazie al ricorso alla cosiddetta "finanza creativa" di Tremonti. Se i governi di centro sinistra hanno commesso errori per la loro eterogeneità, per incapacità di alcuni ministri e sottosegretari, per l'arroganza di chi crede di essere il più intelligente di tutti, quelli di centro destra hanno fallito scientemente, per la loro attitudine a smantellare lo stato sociale e ad interpretare le istanze dei potentati e delle corporazioni. Donare una cosa così preziosa ed elevata come lo Stato, con le sue leggi e le sue regole, a costoro è come dare perle ai porci. E nessuno può trincerarsi nell'alibi "mettiamoli alla prova": li abbiamo già provati e siamo sopravvissuti a stento.
Dell'inefficacia dei governi di centro-sinistra si è già accennato. Molti dei componenti del PD sono gli stessi che si sono fatti battere svariate volte da Silvio Berlusconi nelle varie tornate elettorali. Gli stessi uomini che oggi consigliano Veltroni sono quelli che due anni fa hanno consentito al centro-destra di rimontare ben otto punti percentuali, facendo parlare Prodi quando doveva star zitto e viceversa. Il "nuovo" vice Veltroni , Dario Franceschini, è stato membro effettivo del collegio sindacale dell'Eni nei primi tre anni della privatizzazione, quella privatizzazione che ha consegnato ingenti risorse pubbliche nelle mani di pochi monopolisti privati. Per non parlare degli ottuagenari componenti del comitato etico del PD tra cui spicca il nome dell'emergente Ciriaco De Mita.
Non resterebbe che aggrapparsi a quel mare magnum che si alloca alla sinistra del PD e che, a meno di due mesi dalle elezioni, non ha ancora un nome e tanto meno un leader. Ma troppe sono le distanze che si frappongono tra i protagonisti della "cosa rossa", troppi i rancori, i personalismi e gli ancoraggi a dogmi ed ideologie che già trent'anni fa avevano mostrato la corda. Ma, ammesso e non concesso che in poche settimane Diliberto, Bertinotti, Pecoraro Scanio, Bobo Craxi, Rossi e Turigliatto riescano a trovare uno straccio di accordo elettorale, i voti che a fatica riusciranno a razzolare saranno tutti regali a Berlusconi, vista la cervellotica e poco costituzionale legge elettorale che tutti criticano ma che nessuno vuole seriamente cambiare.
L'obiettivo primario di queste elezioni è la difesa della democrazia e dello stato sociale, senza infilare la testa in terra come gli struzzi e senza regalare voti ai servi di Berlusconi. Ci vorrebbe un miracolo, gente nuova, perbene e credibile, non inquinata da decenni di frequentazioni della politichetta nostrana. No, non sto pensando a Beppe Grillo o a Marco Travaglio, né alla Boccassini o al fratello di Borsellino. Sto pensando a qualcuno di quei 300.000 firmatari del referendum contro i condannati al parlamento, a qualcuno di quegli operai che si alzano tutti i giorni all'alba per 1500 €, rischiando la morte tutti i giorni. E' un'utopia? Forse sì, chi può dirlo. Ma che bello sarebbe poter votare il signor Antonio Rossi, impiegato; Serena Bianchi, casalinga; Marta Verdi, studentessa. Che bello vederli sedere a Montecitorio con il maglione comprato ai grandi magazzini durante i saldi, ma con le idee chiare di chi sa di essere venuto dal popolo e di tornarci dopo due sessioni elettorali. E che bello vedere D'Alema, Veltroni e Berlusconi far la fila agli uffici di collocamento, ad elemosinare quei contratti a tempo determinato che loro hanno voluto. C'è poco tempo ma si può fare. Yes, we can. Surely.

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