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Niente di nuovo sul fronte occidentale

Va espresso un sincero rispetto nei confronti dei tre milioni e passa di elettori che domenica 14 ottobre 2007 si sono messi in fila, si sono tolti almeno un euro dalle loro tasche ed hanno votato Walter Veltroni come leader del Partito Democratico.
Peccato che, a parti invertite, ben pochi degli “aficionados” del PD abbiano avuto gli stessi riguardi per i milioni di persone che l'otto settembre 2007 si sono precipitate nelle piazze di tutta Italia per proporre soluzioni concrete contro il magma della corruzione che invade la scena politica italiana.
Senza contare che, fino a tutto l'otto settembre 2007, data del “V-day”, la macchina da guerra mediatica del telegiornale di stato non ha dato alcun risalto alla manifestazione popolare, mentre le primarie del PD sono state osannate dal buon Riotta ad ogni piè sospinto, in tutte le salse e a tutte le ore.
Già questo sarebbe un fatto grave per un paese che si auto proclama democratico: ma la cosa più riprovevole è il modo in cui è stata carpita la buona fede della maggioranza degli elettori delle primarie. Alla voglia di cambiamento sono stati contrapposti personaggi presenti sulla scena politica italiana da oltre trent'anni; contro il desiderio di partecipazione democratica i dirigenti del nascituro PD hanno imposto i loro “delfini” (Veltroni, Bindi e Letta) più due stralunati e spaesati signori nessuno; contro la voglia di incidere e decidere è stata creata una burlesca rappresentazione di elezioni, con un unico vero candidato, Walter Veltroni, ed altri quattro sparring partner.
In fondo sono stati fatti dei passi in avanti: mentre nelle liste dell'Ulivo venivano immancabilmente messi in condizioni di non nuocere quei politici che si erano fatti valere nelle primarie, ma che difficilmente potevano essere manipolati dal partito, il PD ha blindato direttamente i concorrenti iniziali, in modo da non avere brutte sorprese ed imbarazzanti defezioni.
Dal punto di vista programmatico la sensazione è che il PD sia un vuoto a perdere. I proclami di Veltroni hanno l'unico pregio di dire tutto ed il contrario di tutto, mettendo nello stesso calderone le centrali a carbone e la necessità di diminuire le emissioni di anidride carbonica, il sistema elettorale alla tedesca e quello alla francese; la lotta al precariato e la difesa della “legge Maroni”. L'unico minimo comune denominatore presente nei discorsi del sindaco di Roma è la parola “riformismo”: occorre proseguire con le riforme, quelle splendide riforme del centro-sinistra che hanno svenduto pezzi di stato italiano a monopoli privati, che hanno dato nelle mani della Confindistria l'arma della precarizzazione del lavoro senza introdurre elementi a sostegno della mobilità, che hanno consentito a Berlusconi di prendersi la Mondadori, di occupare abusivamente l'etere con Rete4 e di prosperare per più di un decennio.
Se questo è il nuovo che avanza, se questo è lo scossone che la politica sta dando per arginare la sua crescente impopolarità c'è da essere estremamente preoccupati, anche perché altrove si annaspa in acque assai torbide.
A sinistra si cerca un utopica unione che dovrebbe far coagulare personaggi quali Diliberto e Bobo Craxi, il verde Pecoraro-Scanio ed il filo nucleare Boselli; a destra Forza Italia continua ad essere quel partito-azienda che da anni fa gridare all'anomalia democratica i politologi di tutto il mondo.
Ci aspettano anni difficili, anni in cui a contrapporsi non saranno le idee, ma i poteri forti che albergano dentro e fuori lo stato. Voteremo per Montezemolo o per Berlusconi, per la Unipol o per Mediolanum, per la benzina dei petrolieri o per il carbone dei petrolieri, per le banche di affari che manipolano i politici e gli industriali del nostro paese e, probabilmente, dell'intero pianeta.

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