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Li natali mia

Me manca a 500 de mi padre
che arancava fino ar centro de Roma
ppe portamme a vede' li presepi
co' l'acqua che scoreva drento li fiumi
ppe davero.
Le luminarie de via Condotti,
li callarostari
e li zampognari co e ciaramelle.
Me manca er bar "Alemagna"
a via der Corso
pieno de panettoni
(che li pandori staveno solo a Verona).
E li chioschi a piazza de Spagna
co' le vecchiette che vennevano
li bijetti daa lotteria de capodanno.
Co a speranza de pija' quello bbono.
E a caciara de piazza Navona,
er paradiso de noi regazzini,
tra nuvole de zucchero filato,
sordatini e fucili de Buffalo Bill.
Che ne sapete voi de li Natali
degli anni 60,
quanno er domani era pieno de sogni
e li fiji staveno mejio de li padri.
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Tu puoi.

Perdonami Andrea,
non sono riuscito a proteggerti dai fantasmi che rendono la tua esistenza difficile da vivere. Non sono riuscito a scacciare le preoccupazioni sul futuro che ti fanno perdere il senso del reale. Non sono riuscito a farti dimenticare un passato brutto e senza sorrisi, pieno di silenzi e rabbia nascosta sotto le rughe del volto.
Sì, volevo salvarti, mi sono illuso di poterti salvare col solo amore, con le parole ed il ragionamento. Volevo farlo per farmi perdonare, per tutte le volte che ti ho deluso, per tutte le volte che ti ho lasciato solo. Per il non averti amato per lunghi anni, troppi.
Ma la malattia è più forte di me, di te, dell'affetto smisurato che ho nei tuoi confronti: è una cagna che mangia, che divora la forza di volontà; spegne il tuo sguardo, i tuoi pensieri, i ragionamenti.
Maledetta cagna bastarda.
Il Deniban l'ha messa a tacere, chissà per quanto. E in te s'è schiusa di nuovo la dolcezza dell'animo tuo. Ma io mi sento inutile, anzi d…

Il mio natante

Le mie solitudini,
oceani sconfinati,
quieti o tumultuosi,
vado navigando.
Il mio natante
s'allontana
dai gravosi moli,
s'immerge nelle nebbie,
nell'eterno moto
dei marosi.
Svaniscono i suoni,
scolorano le luci.
Il vento che sa di sale
trafigge le ferite dell'anima
curandole nel dolore.

Rapito

Ti guardo rapito
nei rari istanti
rubati alla malattia
e vedo l'uomo
che poteva essere
e non è stato
gli amici mai avuti
gli amori mai sbocciati
gemme di luce
nel buio senza fine

In queste ore

In queste ore
così vuote e stupide
tra gente impalpabile
mancano i tuoi sorrisi
le tue premure
gli abbracci
e quel volersi bene
che va al di là
dell'umana comprensione

Dove sei

Dove sei
In qualche universo parallelo
O nascosta tra le nubi
Tra i rami degli alberi
Negli occhi verdi di Andrea
Tra le corde della mia chitarra
O tra i solchi dei miei vinili
In queste mie parole vuote
Nei sogni che non ricordo
Nelle lacrime versate
Nella pioggia d'autunno
Nelle foglie che cadono
Nell'odore del vino nuovo
Nei miei silenzi
E nelle mie paure
Nel profumo di una rosa di maggio
Appassita troppo presto

Il negozio di zio Armando

Via dei Pettinari è una strada che parte dal Lungotevere, all'altezza di ponte Sisto, e si dipana, lunga e stretta, attraverso enormi palazzi appartenuti all'antica nobiltà romana e papalina. Deve il suo nome al remoto insediamento di numerose botteghe artigiane che producevano pettini di varia fattura e forgia. Al suo termine si apre piazza della SS. Trinità dei Pellegrini, ove sorge l'omonima chiesa che fu un antico ricovero per i viandanti (i pellegrini, appunto) gestito da san Filippo Neri. In verità è una piazza assai angusta, stretta da un lato dalla maestosa facciata della chiesa e dall'altro dal palazzo del Monte di Pietà. Come si può facilmente intuire in questo palazzo si sono recate generazioni di romani indigenti, che andavano a dare in pegno qualche piccolo gioiello di famiglia in cambio di pochi denari. Per questo motivo, nelle vicinanze della piazza, sorsero una miriade di oreficerie che acquistavano i gioielli che non potevano essere riscattati e li ri…