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Lettera del 16 luglio 2018

Caro Andrea, sarai andato a dormire, mio piccolo eroe. Ed io non ti ho dato la buona notte. Chissà se sei già nel mondo dei sogni o le paure ti impediscono di prender sonno. Ed io sono qui, a casa mia, che mi arrovello e soffro perché non sono lì con te, a raccontarti tante cose, quelle storie che capiamo solo tu ed io. Mi manchi tanto, fratello mio, anche già dopo cinque minuti che ti ho lasciato. Sei con mamma e papà ma io non mi sento a posto con la coscienza, sto male al pensiero di saperti sempre solo, in compagnia dei pensieri che ti addolorano così tanto. Ti ho visto triste, ieri sera sul balcone, mentre guardavi le persone che popolano la vita notturna del nostro paese. Avrei preferito piuttosto vederti urlare e saltare. E invece no, guardavi serio serio il mondo circostante senza dire nemmeno una parola. Se qualcuno mi avesse accoltellato avrei provato meno dolore. Quella tristezza non riesco a togliermela dal cuore. Devo trovare il modo di starti ancora più vicino, anche se…
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Lettera del 15 luglio 2018

Caro Andrea, siamo entrambi a metà del guado. Non possiamo tornare indietro, rincorrere una impossibile ed eterna fanciullezza spensierata, perché il tempo non può invertire la rotta. Non possiamo rimanere nel mezzo, fragili ed esposti alle rapide del fiume, perché il tempo non si può fermare. Non abbiamo alternative, possiamo andare solo avanti, stringerci forte per allontanare le nostre paure e le nostre insicurezze. Non conosco la direzione, se sarà una strada agevole o tortuosa, se approderemo in un isola felice o annasperemo disperati tra i flutti. So solamente che ho bisogno di te per andare avanti, di un Andrea che viva nel presente, pur con tutti i tuoi limiti ed i tuoi silenzi. Tu sarai il mio cuore ed io l'esperienza che ancora non hai. Potremo almeno provarci, sai. Anche io, come te, ho tanta paura. Non so più cosa fare, dove guardare, in che modo reagire. Tu puoi capirmi, Andrea caro, queste ansie le sperimenti ogni giorno, nella camera oscura della tua psiche. Siamo …

Il dipendente pubblico (mancato).

Mio nonno paterno era un dipendente pubblico. Come mio nonno materno e del resto anche mio padre. E' evidente che nel mio DNA, nel mio carattere ci sia una predisposizione a lavorare nel settore pubblico. In effetti io lavoro per vivere e non il viceversa, non ho mai avuto ambizioni di potere e ho sempre pensato che la carriera sarebbe arrivata come premio per gli anni di onesto lavoro compiuto con serietà e dedizione. Sarei stato insomma un buon dipendente pubblico, come prima di me mio padre ed i miei nonni. Di quei dipendenti pubblici che lavorano anche per gli altri cinquanta che timbrano il cartellino e se ne vanno, prendendo tuttavia il loro stesso stipendio. Ma non me ne sarebbe importato nulla: io ci tengo a prendere sonno la sera ed a non sputarmi in faccia quando faccio la barba alla mattina. Ed invece sono andato a finire nel settore privato. Una cosa da non credere. Un errore di gioventù, consigli sbagliati o scarsa conoscenza di me stesso? Forse sono vere tutte e tre…

Lettera del 8 luglio 2018

Caro Andrea, vederti così, addormentato sul divano alle 10 di sera, stordito dagli psicofarmaci che non hanno mezze misure, mi fa stare male. Non era quello che volevo, Andrea mio, non volevo renderti un'ameba, impedirti di essere te stesso. Non volevo disfarmi dei tuoi problemi seppellendoti di gocce. Perdonami tanto, tesoro mio: cercherò di trovare un dosaggio migliore, ammesso che esista. Perché gli esseri umani cambiano ogni istante e non esiste una formula matematica che possa dosare la felicità. Mi sento un verme, fratello mio, per averti ridotto così, e se dovesse continuare questa situazione di sonnolenza serale abbasseremo drasticamente quelle gocce maledette: preferisco vederti agitato ed ansioso che in questo stato semi vegetativo. Ti guardavo, sai, mentre dormivi seduto sul divano, mano nella mano di papà, addormentato anche lui. In questi ultimi venti anni ho imparato ad accettare la tua malattia e a non scambiarla per un capriccio caratteriale. Tuttavia non riesco a…

Quando Andrea se ne va

Ci sono periodi dell'anno che Andrea se ne va. Non fisicamente, ma mentalmente. Le ansie, le paure e le fobie prendono il sopravvento su di lui e ne dominano i comportamenti. In questi periodi Andrea è impenetrabile: non vuole contatti con gli altri, si chiude in una serie di comportamenti ossessivi che rendono impossibile qualunque forma di colloquio. E' in questi momenti che sento di più la sua mancanza: mi manca il suo sorriso, la sua ingenua bontà, il suo totale altruismo, il suo amore per la musica. Ci provo in tutte le maniere a sconfiggere il muro di cinta ma senza alcun risultato. E riesco ad immaginare cosa provino i genitori di bambini autistici, isole meravigliose ma inaccessibili. Poi, con l'aiuto dei farmaci, della tenacia di Andrea che, evidentemente, all'interno del suo castello, combatte da solo le sue battaglie con grande forza e dignità, e di un po' di fortuna che, seppur latitante in casa Maciocchi, rimette in moto i meccanismi oscuri della ment…

Lettera del 5 luglio 2018

Caro Andrea, visto che il destino mi impedisce di avere con te un rapporto "normale", ho deciso di iniziare un rapporto epistolare, non so con quale cadenza, nell'utopia di poter sconfiggere le nostre barriere verbali ed intellettive con le parole scritte. Non so se leggerai mai queste lettere, se qualcuno te le mostrerà mai. Io intanto le scrivo per il piacere di raccontarti quello che mi accade quotidianamente. Sapendo che la tua profonda sensibilità ti farà percepire quello che ho da dirti meglio di chiunque altro. Caro Andrea, anche oggi sono inchiodato in ufficio, senza far nulla, da tre anni a questa parte. E come sempre, appena mi accingo a scrivere qualcosa, l'open space si anima di rompicoglioni. Dicevo che sono tre anni che non lavoro, percependo per fortuna lo stipendio: l'azienda non sa più che farmi fare e quando si ricorda di me, cerca di rifilarmi i mestieri più assurdi, senza darmi un minimo di formazione. In buona sostanza mi affibbia la merda c…

E così sia

Caro Andrea, in questi giorni in cui le ansie hanno preso il sopravvento su di te sento tutta la fatica del peso delle mie responsabilità. Sono stati giorni durissimi anche per me: ho sbandato, ho deragliato, sono caduto e non sono certo di essere riuscito ancora a rialzarmi. In questi ultimi anni hai compiuto dei passi avanti giganteschi, mi ero abituato ad avere accanto un fratello simpatico, giudizioso e col sorriso sulle labbra. Vederti improvvisamente tornato indietro di un decennio mi ha colto sinceramente impreparato. Mi è difficile persino esprimere la sofferenza che ho provato in questi giorni, troppo forte, troppo violenta, come un vecchio incubo che sembrava ormai svanito e che invece si materializza di nuovo. E' stato un KO violentissimo, ho dovuto fare ricorso anch'io ai tranquillanti che stai prendendo tu, non me ne vergogno affatto. E per questo sono ancora stordito e mi è difficile articolare pensieri e frasi di senso compiuto. Sono stato così male che mi ha d…