24/01/12

Mio fratello. Mio figlio.

Cara zia Cicci, ora so quello che provavi quando tuo fratello, mio padre, usciva di casa. Lo guardavi dietro i vetri della finestra, finché la sua sagoma non svaniva, nascosta tra i pioppi di viale dell'università. E quando sapevi di non poterlo vedere per diversi giorni, calde lacrime solcavano le tue guance. Dicevano che eri esagerata, che eri troppo attaccata al tuo fratellino. Ma tu non eri solo la sorella più grande: come una mamma lo hai curato quando vostra madre è venuta a mancare. E quando anche nonno Amilcare, tuo padre, morì di crepacuore per la perdita della moglie adorata, lo amasti come un figlio, più di un figlio. Perché decidere di essere madre di chi non ti è figlio è il più grande atto d'amore che l'universo intero possa contemplare.
A distanza di quaranta anni, oggi che non ci sei più, rivivo i tuoi stessi pensieri: anche io piango se non vedo mio fratello per troppo tempo e quando vado a casa dei miei lo riempio di baci, di abbracci e di coccole. Gli dico un sacco di bugie: che Gesù lo protegge, che è un libero professionista, che l'estate dura tanto e l'inverno svanisce solo dopo pochi giorni. Perché Andrea odia l'inverno ed odia Roma. Misere bugie cui forse non crede nemmeno lui, ma che lo rassicurano, lo tranquillizzano. Ed io con lui.
Cara zia Cicci, un destino ci accomuna: mi hai insegnato che si può amare un fratello come se fosse un figlio. Ma io sono stato più fortunato di te. Tuo fratello, mio padre, è cresciuto, è andato per la sua strada. Hai dovuto subire il dolore di una sacrosanta lontananza. Mio fratello, tuo nipote, non crescerà mai, sarà il mio cucciolo per sempre, almeno finché mi sarà dato vivere. E il dolore si trasforma in gioia. E le lacrime diventano sorriso.

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